Crisi e guerre (crollo del capitalismo)

Il capitalismo moderno è un capitalismo mondiale. Questo significa che i rapporti di produzione capitalistici dominano nel mondo intero, e che tutte le parti del nostro pianeta sono legate fra loro da un solido vincolo economico. L’economia mondiale è un’unità reale esistente. La con­nes­sione e interdipendenza gene­rale dei singoli stati capitalistici tra lo­ro li rende parti integranti di un sistema generale, mondiale. Le tendenze verso l’organizzazione superano i limiti del singolo stato [<=]. Di conseguenza il processo di organizzazione ha trovato [ottant’anni fa] in questi tentativi del mondo capitalistico la sua più alta espressione. Gli accordi monopolistici, le associazioni di imprese e le penetrazioni del capitale bancario nel­l’industria hanno creato un nuovo tipo di rap­porti di produzione; è subentrato un nesso organico attraverso il “con­trollo dei pacchetti azionari”, la “partecipazione” e il “finanzia­men­to”, che trovano la loro personale espressione nei “dirigenti” comuni delle banche e delle industrie, dei gruppi e dei grandi complessi monopolistico-finanziari.

Esistono legàmi anche tra singoli imprenditori capitalisti di differenti “paesi” e la natura di questi legàmi può in qualche caso concreto essere direttamen­te contrapposta al modo in cui questi “paesi” sono collegati tra loro. Tali capitalisti, posti l’uno di fronte all’altro, non soltanto si contrappongono come unità che producono la medesima “merce mondiale”, ma anche come parti del lavoro sociale ripartito su scala mondiale, che si completano reci­pro­camente sul piano economico. Nell’àmbito dei rapporti di produzione esistono anelli della catena, strati della scala gerarchica tecnico sociale, dissociati. Presso gli anelli superiori della catena si consolida sempre più la mentalità della lotta allo scopo di mantenere il sistema. Di conseguenza, la lotta si realizza contemporaneamente su diversi piani.

Il frazionamento della produzione capitalistica [<=], il suo essere anarchico, tuttavia, va ben oltre i limiti della divisione sociale del lavoro [<=]. Sotto il concetto di “divisione sociale del lavoro” si intende la ripartizione del lavoro tra i diversi imprenditori capitalisti “indipendenti” l’uno dall’al­tro; tuttavia essi devono ricorrere l’u­no all’altro, poiché l’uno fornisce le materie prime e le risorse all’altro. In conseguenza della reciproca dipen­denza di ogni parte dell’economia, anche gli imprenditori eterogenei sono in lotta tra loro. Questa generale tendenza viene accelerata da quella, tra le tendenze del capitalismo finanziario, che va nella direzione di più alti tipi di or­ganizzazione, che producono uno stabile raggruppamento tec­nico pro­duttivo. Il processo organizzativo non occorre che cominci dal lato tecnico produttivo; lo scopo soggettivo del suo supporto può anche non essere l’organizzazione ma il puro calcolo economico, e nonostante ciò l’obiettivo risultato finale può essere la creazione di nuovi com­plessi tecnico produttivi.

Il limite di questa tendenza è dato dalla trasformazione dell’intera economia in un grande monopolio finanziario combinato, nel quale tutte le rimanenti “imprese” abbiano smesso di essere tali e si siano trasformate in singoli laboratori, in filiali di questo complesso. L’intera economia corrisponde al raggrupparsi della borghesia mondiale. La lotta concorrenziale, cioè la lotta tra imprenditori capitalisti, può anche essere condotta all’e­sterno del mercato, nel senso proprio del termine, come la lotta per l’in­vestimento di capitale, cioè per l’e­stendersi del processo di produzione.

In questo caso è chiaro che devono essere applicati altri metodi di lotta rispetto al caso “classico” della concorrenza tradizionale. Il mercato diviene effettivamente mercato mondiale [<=], e cessa di essere “nazio­nale”. Come avviene all’interno di un gruppo imprenditoriale, derivante dalla fusione di più imprenditori, i prodotti rappresentano merci soltanto in quan­to vengono gettate sul merca­to dal­l’intero complesso articolato. All’in­terno di un paese, un prodotto è merce solo perché collegato con l’esi­sten­za del mercato mondiale. La differenza con l’economia “nazionale” sta semplicemente nell’estensione del sistema economico e nel carattere delle parti costitutive di tale sistema.

La lotta per la ripartizione del plu­svalore [<=] si fa più complessa con la formazione di tutti i possibili monopoli capitalistici. La centralizzazione [<=] del capitale distrugge la concorrenza, però d’altra parte la riproduce incessantemente su una base più allargata. Essa annienta l’anarchia delle piccole unità produttive, inasprisce però i rapporti anarchici tra le grandi componenti produttive; essi si trasformano in attriti tra le parti fondamentali del grande meccanismo mondiale.

Gli “attriti” del sistema economico scom­paiono in alcuni ambiti soltanto per riaffiorare in più grandi dimensioni altrove: essi si trasformano in contrasti tra le parti fondamentali del grande sistema mondiale. E le opposizioni tra le singole parti di questa economia si pongono su due piani principali: su quello del mutuo “anar­chico” rapporto tra imprenditori e su quello della costruzione “anarchica” della società come società di classi [<=].

Nell’economia mondiale la centralizzazione del capitale trova la sua espressione nelle annessioni imperialistiche che si distinguono nettamente dalle linee fondamentali della lotta concorrenziale. Il passaggio al sistema del capitalismo finanziario rafforza sempre più il processo di trasformazione della concorrenza, anche come manifestazione immediata di potere. Corrispondendo anche la forma della lotta al tipo della concorrenza, ne consegue inevitabilmente sul mercato mondiale un inasprimento dei rapporti. Perciò il sistema del capitale finanziario mondiale richiama inevitabilmente la lotta armata dei concorrenti imperialisti. Qui risiede anche la radice dell’imperialismo [<=].

Qualsiasi fase dello sviluppo storico crea un particolare tipo di rapporti, e innanzitutto rapporti di produzione. Qualsiasi struttura di produzione ha quindi un tipo adeguato di guerra [<=]. Il significato sociale di questo fenomeno è che la guerra è un mezzo di riproduzione di quei rapporti di produzione, sul fondamento dei quali essa si origina. Le cosiddette guerre coloniali erano guerre di stati di capitalismo commerciale. Appena il capitale industriale e le sue organizzazioni statali si gettarono nella lotta per i mercati di sbocco, cominciarono le guerre per sottomettere al dominio del capitale industriale il mondo “ar­retrato”. Da ultimo [era il 1918, quasi un secolo fa], appena il modo di produzione capitalistico prese la forma del capitale finanziario, venne fuori anche un particolare tipo del potere statale, lo stato imperialistico rapinatore con il suo apparato militare centralizzato. Il ruolo sociale della guerra consisteva ora nell’estensione del dominio del capitale finanziario [<=], con i suoi monopoli industriali e cartelli bancari.

Nella società capitalistica la struttura economica conduce in ultima analisi a un’acuta crisi [<=] nella sua formazione politica, che si esprime nello scontro tra le organizzazioni statali del capitale e nelle guerre capitalistiche. La guerra, allora, suscita un raggrupparsi delle forze su una stessa base: la forma del potere statale e il suo contenuto sociale continuano a sussistere. Non si pensi tuttavia che lo stato sia qualcosa che stia al di sopra della società e delle classi. La società non contiene alcun elemento che stia sopra le classi.

D’altra parte, la funzione fondamentale dello stato consiste nel mantenimento, nel consolidamento e nel­l’estensione del processo di sfruttamento, in quanto si tratti del dominio di una minoranza. Come ebbe a scrivere Engels: “lo stato è un’organizza­zione della classe dei proprietari per la difesa contro i non proprietari”. Queste funzioni del potere statale non escludono in alcun modo il loro puro carattere di classe. Accade qui lo stesso che in un’or­ga­nizzazione qualunque della classe do­minante. L’or­ganizzazione statale è la più ampia organizzazione di classe, nella quale si concentra l’intera sua forza, oppressione, coercizione, nella quale la classe dominante è organizzata in quanto classe, non in quanto parte di essa.

La concentrazione della potenza sociale della borghesia nel potere sta­tale, concresciuto con le organizza­zioni economiche del capitale, crea una gigantesca resistenza per il movimento operaio. Tuttavia, la stessa forma capitalistica statale dell’econo­mia nazionale diviene possibile soltan­to con una determinata “maturità” dei rapporti capitalistici in generale. Essa è tanto più solida, quanto più sia elevato lo sviluppo delle forze produttive, l’organizzazione finanziaria capitalistica, l’insieme dei rapporti monopolistici del nuovo capita­lismo. Soltanto sotto queste condizioni si origina un nuovo tipo di potere statuale, il tipo “classico” dello stato imperialista.

A questo punto si origina la questione su quali siano le parti che agiscono coscientemente nell’economia mondiale capitalistica. Teoricamente è concepibile un capitalismo mondia­le come sistema di singoli imprenditori privati. Tuttavia la struttura del capitalismo moderno è di tal genere che le organizzazioni collettive capitalistiche che rappresentano i soggetti di questa economia sono i “capitali monopolistici di stato” [questa è la dizione che Bukharin introdusse nel 1918, a ridosso dell’esito della I guerra mondiale, per parlare dell’im­pe­rialismo “nazionale”, dominante in quella fase, prima di quelle successive fasi, dopo la II guerra mondiale e oltre, ufficialmente denominate rispettivamente “multinazionale” e “transnazionale”].

La distruzione delle forze produttive e il processo della centralizzazione capitalistica acutizzano oltre il consueto le opposizioni tra le classi. Come conseguenza della guerra si osservano i medesimi fenomeni che seguono alle crisi: accanto alla distruzione delle forze produttive, annientamento di piccoli e medi raggruppamenti internazionali e sottomissione di stati “indipendenti” sono all’ori­gine di combinazioni ancora più vaste che accrescono i costi dei gruppi in declino. I “capitali monopolistici di stato”, come parti componenti, formano le “coalizioni di stati” o la “le­ga dei popoli”. I presupposti per queste organizzazioni sono dati dalle associazioni capitalistiche finanziarie, in base alla loro reciproca “partecipa­zione”. La guerra ha rafforzato il processo di questa debole connessione tra “capitali monopolistici di stato”.

La crisi dovuta alla guerra conduce alla crisi dell’intero sistema. Ma negli spazi angusti dei singoli “capitali mo­nopolistici di stato”, il primo stadio della guerra era lo stadio di una riorganizzazione dei rapporti di produzione capitalistici delle parti del sistema in lotta tra loro. La guerra si attua in questa considerazione come una crisi di gigantesche proporzioni. Mentre la massa del plusvalore prodotto decresce, essa si concentra e si accumula nelle più forti unità economiche. Il processo di centralizzazione del capitale è stato straordinariamente accelerato, e questa centralizzazione accelerata ha modellato la “condi­zione negativa” della nuova forma di rapporti capitalistici, mentre quelle “positive” hanno creato i bisogni del­la guerra come un potente processo organizzato. I bisogni di guerra giocano, anche considerando la totalità dei rapporti sociali come rapporti tra le classi, un ruolo centrale, dato che la mobilitazione dei proletari per la guerra, e in nome di essa, è un presupposto necessario tanto per la conduzione della guerra imperialistica quanto per la produzione materiale.

La dimensione della guerra, la sua tecnica, i complessi rapporti interni dell’apparato militare, l’enorme domanda dei prodotti dell’industria militare e delle derrate alimentari, che l’organizzazione del conflitto immediatamente introduce, e infine il significato dell’esito delle operazioni di guerra per la classe al potere, pongono all’ordine del giorno come altamente possibile il superamento del­l’“anarchia” all’interno delle parti in lotta del sistema stesso. Tutto ciò è accentuato dalla mancanza di molti prodotti, in particolare di materie prime, con il deteriorarsi dei rapporti internazionali e che cresce sempre più con il generale esaurimento delle scorte e impoverimento.

È facile comprendere che la classe dei capitalisti (e i rappresentanti del capitale finanziario ne rappresentano l’ele­mento dinamico) nel suo insieme, attraverso questa centralizzazione, gua­dagna fuori dell’ordinario. In quanto non salti l’intero sistema, il modo di produzione capitalistico deve ridurre transitoriamente le forze produttive ed eliminare parzialmente i contrasti tra i singoli elementi del sistema economico; con ciò può ricominciare un ulteriore ciclo del loro sviluppo sotto il medesimo involucro. Questa distruzione delle forze produttive costituisce la conditio sine qua non dello sviluppo capitalistico; sotto questo punto di vista, le crisi rappresentano i costi di concorrenza e le guerre i faux frais (costi improduttivi) [<=] della riproduzione capitalistica.

Per forze produttive si intende la totalità dei mezzi di produzione e delle forze-lavoro [<=], in natura. Lo sviluppo delle forze produttive è il fondamento dello sviluppo umano in generale, e si accorda col punto di vista della riproduzione. Il loro decrescere trova la sua espressione nel fatto che viene riprodotta una parte sempre più scarsa dei prodotti periodicamente consumati: ci si trova così di fronte a un regresso sociale. Rispetto al processo di produzione reale, invece, con l’intera economia all’insegna del­la guerra, ha luogo una nuova ripartizione delle forze produttive nell’in­teresse dell’industria bellica e in generale del lavoro a favore dell’eser­cito. Ma qui ha luogo, appunto, soltanto una nuova ripartizione del plusvalore, un suo mutamento di forma, nella direzione di quei gruppi capitalistici finanziari. In ciò consiste l’es­senza dell’organizzazione “capi­tali­stica di stato”, in quanto si ha a che fare con le categorie del profitto e della ripartizione del plusvalore. Il lavoro trasformato per i bisogni di guerra è caratterizzato come lavoro improduttivo. Ciò risulta chiaramente indagando la sua influenza sulle condizioni di riproduzione. Infatti, in tali condizioni, i mezzi di produzione sono ogni volta incorporati al sistema del lavoro sociale. La produzione di mezzi di consumo è condizione per la riproduzione, e questi mezzi non scompaiono senza lasciar traccia negli ulteriori cicli del processo di produzione, poiché il processo di consumo è considerato nei suoi fondamenti un caratteristico processo di riproduzione della forza-lavoro. Senza entrambi questi mezzi il processo di riproduzione non può aver luogo.

La produzione di guerra, viceversa, ha tutt’altro significato, e non compare in alcun modo come materiale nel successivo ciclo di produzione. L’ef­fetto economico di questi elementi è una grandezza puramente negativa. Se si considerano i mezzi di consumo, essi non generano qui forze-lavoro, poiché i soldati non figurano nel processo di produzione. Appena la guerra si arresta, i mezzi di consumo servono in gran parte non in quanto mezzi di riproduzione della forza-lavoro, ma come mezzi di produzione della specifica “forza militare”, che non gioca alcun ruolo nel processo di produzione. Ne consegue che il processo di riproduzione assume con la guerra un carattere “defor­mato”, regressivo, negativo: con qualsiasi ciclo produttivo successivo la base reale di produzione diventa sempre più ristretta. La spesa militare non produce, bensì sottrae. Si perviene in questo caso a una doppia perdita sul “fondo di riproduzione”: essa rappresenta il più importante fattore di distruzione; e le più importanti distruzioni belliche devono pure essere considerate sotto l’aspetto di un’intera serie di distruzioni indirette (vie, città, ecc. e anche forza-lavoro). Questa è la guerra, considerata dal punto di vista economico.

Si deve distinguere dal processo materiale la sua capitalistica, arida, feticistica, deformata espressione. Sulla trasposizione di questi due processi – quello materiale e quello formale – riposa la mostruosa teoria degli “effetti positivi” della guerra. Nel processo della guerra, la realizzazione del valore può essere contrassegnata o come distruzione del capitale o come realizzazione della decrescente massa di plusvalore, attraverso la sua nuova ripartizione a favore dei grandi gruppi. Una grande quantità del valore è accumulata in titoli, e costituisce segno di valore, la realizzazione del quale sta nel futuro. La grande inondazione di valori cartacei nelle loro forme più differenti è del tutto incommensurabile al reale processo di lavoro [<=], e sotto i rapporti della struttura capitalistica ciò diviene una nota caratteristica del suo sfacelo. In questa maniera la riproduzione negativa corre parallelamente al­l’aumentare del valore cartaceo.

Senonché, come detto, qualsiasi crisi capitalistica comporta una temporanea distruzione delle forze produttive. In ultima istanza, la crisi estende i settori dell’ulteriore sviluppo del sistema capitalistico. Lo stesso avviene anche in caso di guerra. Con la guerra si ha a che fare con una “cri­si”, anche se in dimensioni e forme mai viste, ma in nessun senso con un “crollo” del sistema capitalistico: dopo che si siano sanate le piaghe, riallacciati i rapporti e ricostruite le parti distrutte del capitale, il modo di produzione capitalistico riceverebbe la possibilità, ma a quale prezzo, di un ulteriore sicuro sviluppo, anche dei rapporti di produzione dati, sì che la loro estensione spaziale diverrebbe sempre più grande.

Ma le forze produttive esistono unite con i rapporti di produzione in un determinato sistema di organizzazione sociale del lavoro. Di conseguenza, la dissoluzione del sistema capitalistico sarebbe inevitabilmente accompagnata da un’ulteriore riduzione delle forze pro­duttive. In tal modo il processo di riproduzione negativa verrebbe estre­mamente accelerato. È altresì chiaro che, in ogni caso, la base reale della produzione sociale si restringe con la rotazione del capitale complessivo. Si ha qui una sempre crescente sottoproduzione: è questo il processo contrassegnato co­me riproduzione negativa.

Il periodo del “crollo”, perciò, non significa un annientamento degli ele­menti, ma un venir meno del nesso tra loro. La questione crisi o crollo dipende dal concreto carattere, profondità e durata, delle scosse riguardanti il sistema capitalistico. Que­st’ultimo potrebbe proseguire dopo un certo ristagno il suo sviluppo nelle forme più complete sul piano organizzativo. L’organizzazione dello sta­to borghese concentra in sé l’intero potere della classe dominante. Questo processo trova la sua espres­sione in due forme: la prima, nell’elimina­zio­ne della forza-lavoro dal processo di produzione; la seconda, nella diminuzione del salario reale del lavoro, nella dequalificazione di quest’ultimo e in ultima istanza nella lacerazione del nesso tra gli elementi inferiori e superiori della gerarchia di produzione.

[n.b.]

(da Nikolaj Bukharin, Economia del periodo di trasformazione)