Crisi e guerre 2 (svalutazione e spese belliche)

“Ogni nuova invenzione – dice Marx già nella Miseria della filosofia del 1847 – che permetta di produrre in un’ora ciò che finora si produce in due ore, deprezza tutti i prodotti dello stesso genere che si trovino sul mercato. Servendo di misura la valore di scambio, il tempo di lavoro diviene in tal modo la legge di un deprezzamento continuo del lavoro. Di più. Si avrà un deprezzamento non solo per le merci portate sul mercato, ma anche per gli strumenti di produzione e per la fabbrica in tutto il suo complesso”. E Marx – nel Capitale, a proposito delle contraddizioni intrinseche – precisa che “si tratta di una legge per la produzione capitalistica determinata dalle incessanti rivoluzioni nei metodi di produzione e dal deprezzamento continuo del capitale esistente che ne è la conseguenza”. Migliore tecnica significa soltanto che il prodotto viene fabbricato in un tempo più breve, cioè con l’impiego di meno lavoro di prima. Conseguen­temente il valore del prodotto deve scendere. Ma non soltanto il valore del prodotto. Per reazione questa diminuzione di valore si trasferisce sulle merci che si trovano sul mercato e che furono prodotte precedentemente con un maggiore spreco di tempo: esse vengono svalutate. “Per esempio, se in seguito a una nuova invenzione una macchina dello stesso tipo può essere riprodotta con diminuito dispendio di lavoro, la macchina vecchia si svalorizza più o meno, e quindi trasmette corrispondentemente meno valore al prodotto” [Marx, Il capitale, I.6].

La svalutazione [<=] è un fenomeno necessario del meccanismo capitalistico anche nel suo decorso ideale, cioè anche quando lo pensiamo nello stato di equilibrio. Essa è una conseguenza necessaria dell’incessan­te miglioramento della tecnica, del fatto che il tempo di lavoro serve come misura del valore di scambio. In accordo con la realtà, che sta a fondamento degli scemi di riproduzione marxiani, debbono essere considerate le svalutazioni dei valori esistenti. Infatti, “l’aumento della forza produttiva (che va sempre di pari passo con la svalutazione del capitale esistente) può accrescere direttamente il valore del capitale solo se, elevando il tasso del profitto, aumenta la parte di prodotto annuo che deve essere riconvertita in capitale. Questo può accadere unicamente se ciò derivi un accrescimento del plusvalore relativo o una svalutazione del capitale costante, unicamente dunque se si verifichi una diminuzione del prezzo delle merci che entrano nella riproduzione della forza-lavoro oppure negli elementi del capitale costante. Ambedue i casi determinano una diminuzione di valore del capitale esistente, e una riduzione contemporanea del capitale variabile in rapporto al costante; ambedue provocano la diminuzione del tasso di profitto, ma ne rallentano d’altro lato la caduta” [C, III.15,2].

“Caduta del tasso di profitto e accelerazione dell’accumulazione sono semplicemente diverse espressioni di uno stesso processo, ambedue esprimendo lo sviluppo della forza produttiva [<=]. L’accumulazione [<=] determina la caduta del tasso di profitto, in quanto determina una composizione superiore del capitale; d’altro lato, la diminuzione del tasso di profitto [<=] accelera, a sua volta, la concentrazione di capitale e la sua centralizzazione mediante l’espropriazione di piccoli capitalisti” [ivi, 1]. Se si trascura il fenomeno della svalutazione del capitale esistente, si è allora anche incapaci di spiegare il processo di concentrazione e centralizzazione [<=] così caratteristico e fondamentale per il meccanismo capitalistico.

Nel vedere come agisca la svalutazione del vecchio capitale sul processo di riproduzione, ci si limita alla rappresentazione di quegli effetti che sono collegati direttamente col problema dell’accumulazione. Esso trova il suo ultimo limite nell’insuf­fi­ciente valorizzazione. Ciò può essere conseguito, si è detto, soltanto per il fatto che a. il plusvalore relativo si elevi, o b. il valore del capitale costante venga diminuito. “Per la sua intrinseca natura, la produzione capitalistica tende a considerare il valore-capitale esistente come mezzo per la massima valorizzazione di questo valore. Tra i metodi di cui si serve per ottenere questo scopo sono inclusi: la diminuzione del tasso di profitto, il deprezzamento del capitale esistente, lo sviluppo delle forze produttive del lavoro a spese delle forze produttive già prodotte. Il periodico deprezzamento del capitale esistente, che è un mezzo immanente del modo di produzione capitalistico per arrestare la diminuzione del tasso di profitto e accelerare l’accumulazione del valore-capitale mediante la formazione di nuovo capitale, turba le condizioni date in cui si compie il processo di circolazione e riproduzione del capitale e provoca di conseguenza degli arresti improvvisi e delle crisi del processo di produzione” [ivi, 2].

Dove si manifesta l’effetto della svalutazione del capitale? Per comprendere questo fatto non si deve dimenticare che il concetto di composizione organica del capitale sta in strettissimo rapporto con il processo di svalutazione del capitale esistente. La conseguenza della svalutazione si mostra cioè nel fatto che la medesima quantità di mezzi di produzione rappresenta un valore più piccolo. Nel caso in questione gli elementi di produzione prodotti a un dato valore devono essere svalutati in un momento successivo. Dato che il valore del capitale costante è diminuito, è da calcolare su un capitale diminuito la medesima quantità di plusvalore; il tasso di valorizzazione dunque cresce e in questo modo il limite del crollo viene procrastinato in un futuro più lontano.

“Distruzione del capitale dovuta a crisi significa svalorizzazione di masse di valore. Con ciò non vien distrutto alcun valore d’uso. Ciò che perde l’uno, guadagna l’altro. I vecchi capitalisti fanno bancarotta, benché il compratore delle loro merci, a­vendole acquistate sotto al loro prezzo di produzione, può realizzare un profitto. Una grande parte del capitale della società, cioè il valore di scambio del capitale esistente, è distrutto una volta per sempre, sebbene proprio questa distruzione, lasciando intatto il valore d’uso, possa promuovere notevolmente la nuova riproduzione” [Karl Marx, Teorie sul plusvalore, II.17]. Si osservi: per quanto le svalutazioni del capitale esistente che subentrano con le crisi, possano anche colpire i singoli capitalisti, esse tuttavia, per la classe dei capitalisti, per il sistema capitalistico sono una valvola di sicurezza, un mezzo per prolungare la vita del sistema. Gli individui vengono perciò sacrificati nell’interesse della categoria. “Con­temporaneamente alla caduta del tasso del profitto, cresce la masse dei capitali e al tempo stesso si verifica una diminuzione di valore del capitale esistente, che frena questa caduta e tende ad accelerare l’ac­cumulazione del capitale esistente”.

Sotto il concetto di svalutazione è da intendere la vendita delle merci a prezzi di fallimento; resta invece esclusa la svalutazione dei titoli, delle azioni, attraverso la quale l’economia non diventa né più ricca né più povera. Del resto, essa è soltanto di natura transitoria, e alla lunga i titoli crescono perfino di valore, perché con la caduta del tasso di profitto cresce sempre il loro corso. Devono dunque essere valorizzate masse sempre più grandi di capitali.

Le forme nelle quali si esprime la svalutazione del capitale accumulato, all’interno di una data economia, sono molteplici: !. Marx tratta inizialmente il caso “normale”, la svalutazione periodica in conseguenza del miglioramento della tecnica, dove subentra dunque la diminuzione di valore del vecchio capitale, mentre la massa dei mezzi di produzione rimane la stessa; 2. si otterrà pure il medesimo effetto sulla tendenza al crollo, se con le guerre, le rivoluzioni, l’uso prolungato senza temporanea riproduzione, ecc., l’apparato di riproduzione viene consumato o distrutto, non soltanto come valore ma anche come valore d’uso. Per una data economia la svalutazione agisce come se l’accumulazione di capitale si trovasse a un grado più basso dello sviluppo. In questo modo, lo spazio lo spazio di estensione per l’accumulazione di capitale diviene più grande.

Solo partendo da questo punto di vista teorico possiamo concepire la funzione reale delle distruzioni di guerra [<=] all’interno del capitalismo. Ben lontane dall’essere un impedimento per lo sviluppo del capitalismo o una circostanza che accelera il crollo dello stesso, le distruzioni e le svalutazioni di guerra sono piuttosto un mezzo per attenuare il crollo che si fa minaccioso, per dare aria fresca all’accumulazione di capitale. Ognuna delle perdite di capitale, conseguenti alle spese di guerra, alleggerisce la situazione di tensione e apre lo spazio per una nuova espansione. Così agirono soprattutto le colossali per­dite di capitale e le svalutazioni in se­guito alla guerra mondiale. Tale disavanzo enorme fu in parte coperto dall’eccedenza annuale della produzione sul consumo. Tuttavia la ripartizione di ciò sui singoli paesi è del tutto ineguale: con la guerra l’Europa si impoverì, mentre Stati uniti e Giappone si arricchirono più rapidamente che non in tempo di pace.

Ma poiché, nel medesimo tempo, la popolazione degli stati europei, nonostante le perdite di guerra, è cresciuta, è così presente una grande base di valorizzazione nei confronti di un capitale che è divenuto più piccolo, e si è dunque creato un nuovo spazio per l’accumulazione. Tutti i trasferimenti di valore sul piano internazionale agiscono nello stesso senso sui destinatari. I pagamenti di riparazione imposti alla Germania si traducono per essa in un acuirsi della crisi, ma vanno in senso opposto sui mercati degli “alleati”. Dalla teoria marxiana del­l’accumulazione, qui esposta, risulta che la guerra e la svalutazione del capitale, con essa collegata, attenuano la tendenza al crollo: dovevano dare un nuovo impulso all’accu­mu­lazione di capitale, e l’hanno dato. Falsa è però la concezione di Rosa Luxemburg, per cui “anche dal puro punto di vista economico, il militarismo appare al capitale un mezzo di prim’ordine per la realizzazione del plusvalore, cioè come campo dell’ac­cumulazione”. Che la faccenda si possa esporre dal punto di vista del singolo capitale, cosicché le forniture dell’esercito da sempre offrono l’op­portunità per un rapido arricchimento, è cosa nota.

Dal punto di vista del capitale complessivo, però, il militarismo è un settore di consumo improduttivo. Qui i valori vengono sprecati invece di essere “risparmiati”, cioè investiti come capitale produttivo. Ben lontano dall’essere un “settore di accumulazione”, il militarismo rallenta piuttosto l’accumulazione. Gran parte del reddito della classe operaia che potrebbe arrivare nelle mani della classe imprenditoriale viene confiscata dallo stato con le imposte indirette e (in gran parte) speso per scopi improduttivi. Questa è una delle cause del rallentamento della formazione di capitale, e l’impedimento della formazione di capitale si può scorgere nel fatto che l’emissione di valori pubblici aumenta a dismisura.

[h.g.]

(da Henryk Grossmann, La legge dell’accumulazione e del crollo del capitalismo, III.1,11)