Cottimo corporativo

Alla superficie della società corporativa il compenso dei lavoratori appare come partecipazione [<=] di costoro ai profitti, ai risultati dell’impresa e all’“economia” nel suo complesso. L’unico senso in cui i lavoratori “parteci­pano” ai risultati dell’impresa è che essi sono sicuri solo di una parte minore del salario diretto [<=] in busta paga, e che per ottenere il salario pieno devono sostenere lo sforzo produttivo massimo: altrimenti l’altra parte, quella maggiore e oscillante, si contrae. Qui sta l’imbroglio della “partecipazione agli utili” o peggio ai “pro­fitti”. Molti studiosi (sull’esempio giapponese) riconoscono che l’interesse a non metter in difficoltà l’impresa è soltanto dovuto all’alta flessibilità sala­riale e lavorativa cui sono sottomessi i lavoratori. Più che di partecipazione, si tratta di una economia del ricatto. L’intera classe [<=] lavoratrice deve sottostare a una forma istituzionalizzata di ciò che si può appunto definire cottimo corporativo. La parvenza del coinvol­gimento dei lavoratori si mostra nel conferire ai lavoratori mansioni in cui appaia l’espressione della loro “creatività” nel controllo del processo di lavo­ro e della qualità di prodotti e macchinari. Ma tale parvenza è subito smenti­ta. L’organizzazione e l’orario di lavoro sono già pianificati con una normale misurazione tempi e metodi. Solo i tempi e i carichi di lavoro effettivi non so­no predeterminati, ma affidati al gruppo. Si noti bene che proprio su codeste basi si determinano poi le forti differenze di salario individuale.

Questa caratteristica, perciò, non implica affatto una reale delega delle deci­sioni strategiche. Ciò è anzi predisposto in vista di dare grande elasticità ed efficienza all’esecuzione dei compiti di produzione. Gli studiosi del fenome­no avvertono, infatti, che ciò non ha niente a che vedere con il concetto occi­dentale di democrazia [<=]: al contrario, la gerarchia e il rispetto dei ruoli sono ancora più rigidi, come in un esercito o in un ordine religioso. Ecco perché non si può parlare di consenso, se non in forma intrinsecamente coercitiva. Questa è la forma storica del neo-corporativismo [<=] di cui il sindacalismo giallo è massimamente responsabile nella sua subalternità. E queste sono le ragioni per cui Taiichi Ohno ha potuto sostenere che “il successo sta nel pieno con­trollo dell’impresa sul sindacato”. Il processo di produzione così riorganizzato si avvale completamente dei van­taggi di maggiore efficienza arrecati dal lavoro di gruppo. Si tratta appunto di ciò che Marx indicava come appropriazione gratuita dei risultati del lavoro combinato, collettivo, da parte del capitale. Nelle condizioni già raggiunte dall’esperienza giapponese si è riusciti ad attuare questa determinazione eco­nomica al massimo grado, grazie alla flessibilità [<=] del processo – dovuta innan­zitutto alla flessibilità della forza-lavoro, che ha reso possibile al capitale di avvalersi della flessibilità delle macchine [nella figura di multifunzionalità di lavoro e macchine].

La coesione del gruppo di lavoro, lungi dall’esser determinata dall’unità di classe, è sostenuta unicamente dalla concorrenza tra i lavoratori stessi, co­stretti a ciò dai caratteri oggettivi della multifunzionalità e della flessibilità della forza-lavoro (caratteri, si è detto, da cui soltanto può derivare la corri­spondente flessibilità del salario). Ciò implica solo una maggiore quantità di lavoro estorta alla classe dei “conduttori” del processo di lavoro, costretta a flettersi per non spezzarsi. Come esclamò un dirigente Kawasaki: “gli abbia­mo messo proprio il fuoco al culo!”. Quel simulacro di “partecipazione”, che i sindacati triangolari gialli di casa nostra non osano chiamare col vero nome di cottimo corporativo, viene da essi invocato, in barba alla rigidità del lavoro, per l’abbattimento di ogni “rigidità per il sistema delle imprese” per dar loro “cer­tezze nella determinazione della crescita dei costi”: per concludere, confede­ralmente e concertativamente, che “oggi siamo qui a parlare in maniera non antagonistica, grazie all’impegno del sindacato, che non può caratterizzarsi né come opposizione né come forza di governo, alla ricerca di un sistema di rela­zioni sindacali, con uno scambio equo e leale di certezze nei reciproci com­portamenti; oggi è possibile una convergenza tra l’interesse dei lavoratori e gli obiettivi dell’impresa”.

L’universalizzazione della forma di cottimo – non importa quale sia il nome: partecipazione, qualità totale, professionalità, produttività, e via post-modernamente mistificando – sotto la sua ampliata forma corporativa rinnova l’eterna “fonte fecondissima di detrazioni sul salario e di truffe capitalistiche” e il suo stesso occultamento. Non solo il capitalista può far credere che paghi direttamente la “capacità di rendimento” del lavora­tore [Marx si esprimeva così, laddove i triangolari parlano di “salario di pro­duttività”], ma così può proliferare quel sistema di sfruttamento e di oppres­sione gerarchicamente articolato che consiste nel richiedere e ottenere la pro­duzione del numero di pezzi strettamente necessario, nel facilitare l’inseri­mento di attività di sub-fornitura e sub-appalto, e nel ricreare la base del mo­derno lavoro a domicilio. E non basta, giacché col cottimo corporativo la “partecipazione” dei lavoratori è spinta fino all’economia nazionale, subordi­nando il loro compenso e il loro reddito alle sorti dei conti economici pubbli­ci, erosi e bucati da ogni altra parte. Il paralogismo mistificatorio ha così la sua epitome nell’imbroglio del “sistema-paese” (di cui il “farsi carico” delle sorti dell’Azienda-Italia è esemplare). Solo dopo un paio di secoli, dunque, la borghesia capitalistica – col sincero concorso sindacal-corporativo – è riuscita a inverare praticamente, sul merca­to mondiale, la propria felice profonda e falsa intuizione di “pagare denaro in cambio di lavoro”. Il logaritmo giallo metafora del prezzo-del-lavoro, an­corché irrazionale, è divenuto realtà operante. Il reale è irrazionale.

[gf.p.]