Coscienza (i proprietari della coscienza)

I proprietari della coscienza riescono continuamente a sostituire il “discorso comune”, di chi ricerca la comunanza di oggetti e di argomenti al di là della mistificazione indotta dalla falsa democrazia culturale, con il “senso comune” di chi invece è ormai portatore e veicolo di quest’ultima. “Comunismo” [<=], ad esempio, è indicato nel senso comune che proviene dalla parte che non si è scelta come propria, bensì come quella una volta nemica. Mai come il percor­so per giungere a costruire l’obiettività di un reale, in cui è possibile una comunicazione e scambio tra ruoli sociali, liberi dall’imposizione necessaria del denaro. La coscienza professionale o di successo ha sostituito la coscienza di classe, collettiva [<=]. Permette di usare il linguaggio [<=] o le tematiche una volta socialiste per i còmpi­ti delle alte dirigenze industriali. [In occasione dello stato di crisi dell’Olivetti, le di­chiarazioni televisive di D’Antoni – concertato con governo e industria, cui vendere flessibilità [<=] lavorativa altrui in cambio di privato potere sindacale – dànno conto del canone ideologico unico, nell’identità di sviluppo del capitale eternizzato]. Oppure gli scambi continui di persone (dal Pci a Forza Italia) e di parole d’ordine (“lavorare meno, lavorare tutti”), l’assorbimento della stampa della “sinistra” cosiddetta, o degli intellettuali in genere, innestati nella Demo­crazia Circolare e Generalizzata, unitamente al drappeggio progressista dei coristi del mondo letterario e artistico, sono la carretta di quella “buona co­scienza" progressista (al Pds va di moda il “buonismo”), di cui le forze eco­nomicamente dominanti hanno continuamente bisogno per reiterare libertà il­lusorie.

Se la lotta per il comunismo può essere esclusa per questa via, privata di con­traddittorietà, è compito del marxista schernire almeno le nobili angosce del mercato [<=] competitivo mascherate di ottimismo, di persuasione per avercela fatta ad assicurare al paese progresso e democrazia. Se distinguere è ormai difficile, forse non si deve far nulla per distinguere l’ideologia di un funziona­rio dell’Olivetti da quella di uno del Pds (lèggasi pure De Benedetti e D’Ale­ma). Che l’evidenza si spieghi nella sua completezza, può essere, nell’og­get­tiva confusione, germe di una coscienza più resistente alle sirene dell’affida­mento ai leaders. Tolleranza diffusa, in particolare sulle cose del sesso, decisa scelta della ba­nalità, ritardo della cultura dei sentimenti o delle passioni sulla cultura dell’informazione e dell’intelligenza, ecc., sono gli ingredienti che forniscono certezza sull’efficacia democratica dei tabù che contano: quelli economico-sociali. Così, la dirigenza sindacale “cosciente” si avvale oggi della stabilità della sua canonizzazione istituzionale per inscenare pièces di ribellismo pro­tetto, soprattutto verbale o di parata. Lo sciopero, in tal senso, funge già da tempo o da oggetto di demonizzazione, come guerra tra poveri (principio di autoregolazione sociale per la neutralità delle autorità democratiche) o d’in­flazione, come dispersione controllata delle forze di massa (si pensi a quello per le pensioni dell’ottobre ‘94). Arma trasformata in potere sindacale, viene agitata per riaffermare il diritto, da un lato, di rappresentanza fondato sull’il­lusione della delega, dall’altro, di affrontare a pari titolo con le aziende i pro­blemi produttivi e i programmi di ristrutturazione, per veicolarne l’attuazione consensuata.

All’integrazione di ogni antagonismo occorre infine la scuola, solo ad hoc ammodernata. La preselezione della mano d’opera richiede un’istruzione [<=] e una pedagogia, di classe [<=], per consumatori disciplinati. La “cultura d’impresa”, già introdotta nelle aule di stato, è solo un’appendice di quella “fabbrica della coscienza” che, fino all’università e oltre, regola reclutamenti e selezioni in modo da ga­rantire solo certi esiti. L’uso reazionario dell’indistinzione culturale, tanto de­stinata al consumatore di subcultura quanto all’élite, avrebbe dovuto produrre obbedienza, integrazione, identità sociale assoluta. Ma solo a seconda del suo innesto in un determinato contesto di valori [<=] ciò risulterà possibile. Altrimenti svelerà la sua incoerenza rinviando perciò stesso ad altro da sé. Prima si sole­va pensare a quest’alterità in termini di rivoluzione [<=] socialista. L’inizio di que­sta – così come il suo attuale arresto – richiede una coscienza (sociale) che in primo luogo sappia di essere usata come riflesso di un ordine contraddittorio della realtà, i cui strumenti di rilevazione suggeriti non consentono verifiche.

[c.f.]

(il testo qui proposto per la definizione di una coscienza, oggi diffusamente compiuta ma ancora al di sotto della consapevolezza sociale, consiste sempli­cemente in un collage come riscrittura tratta da Franco Fortini, Verifica dei poteri, Einaudi, Torino 1956)