Coscienza collettiva

Cosa sia la coscienza [<=] è già di per sé cosa difficile. Collettiva, per giunta, ri­schia di rimanere incomprensibile, proprio a coloro che del “collettivo” do­vrebbero essere costituenti attivi. Incomprensibile, così, si è fatta diventare e con la massima estensione possibile (quella dettata dal mercato), secondo l’intento dei nostri avvicendati governanti occupati, full immersion, nel gover­no della “governabilità”. A ricordo di cosa fosse stata la coscienza, o nell’analisi di cosa sarà, è utile ripercorrere alcune argomentazioni a partire dal piano giuridico [cfr. Ugo Re­scigno, A proposito di prima e seconda repubblica, in Studi parlamentari e di politica costituzionale, n.103, 1994, di cui qui si riporta, tra l’altro, una sinte­si mirata]. Se innanzitutto si dovesse considerare questo presente come “prima” o “se­conda repubblica”, sarebbe almeno necessario notare un cambiamento: coloro che una volta dichiaravano di opporsi alla “seconda”, se ancora esistono, non sono più visibili. Dato che i mutamenti ad altro ordinamento, stato o sistema, sono caratterizzati da:

a) un primo elemento sostanziale (coperto da un tempo più o meno lungo);

b) un secondo elemento formale, derivato (per sua natura istantaneo, comprensibile so­lo come fatto unitario).

La continuità ed estinzione dello stato, del sistema e del diritto dipende da in­terazioni di questi ordini di problemi, che però rimangono distinti e ricevo­no soluzioni indipendenti. La rottura, infatti, dell’ordinamento precedente non dipende da un singolo at­to illegittimo, “se viene attivato il rimedio contro l’illegittimità, previsto dal regolamento”, ma dipende al contrario dai livelli di “consapevolezza” e dal significato che i protagonisti attribuiscono agli avvenimenti. In altre parole, la permanenza o meno di una Costituzione (del diritto in genere), non dipende da decisioni o “fatti” – per quanto ripetuti possano essere nella stessa direzio­nalità – bensì dai rapporti di forza [<=] ed equilibri politici e sociali principali. Il loro venir meno o riprendere il sopravvento – determinati dalla coscienza collettiva (di quelli manifestazione interna, ma anche emancipazione soggetti­va e relazione unitaria in divenire tra sapere e realtà) – fanno sì che l’ammissi­bilità della revisione costituzionale alla luce della costituzione vigente, o al contrario, polarizzazioni con opposti obiettivi, costituiscano i termini di solu­zioni giuridiche altrimenti imponderabili. Tra questi due casi estremi, poi, so­no da ipotizzare tanti casi intermedi quanti ne sono possibili, per i quali non esistono regole. Al contrario, sono queste che discendono dall’esito determi­nato proprio dai suddetti rapporti di forza. Sul piano storico, politico, sociale e psicologico sono da fare valutazioni che non riguardano solo il fatto oggettivo del mutamento complessivo, avvenuto e più o meno radicale, ma la sua durata (modificazioni avvenute in maniera im­percettibile, non avvertite come rottura col passato), e con la durata, la perce­zione collettiva di esso.

Solo nel caso in cui il mutamento non sia stato lento, molecolare, progressivo, ma anzi rapido, concentrato, tumultuoso la collettività percepisce il mutamen­to e lo vive, sentendolo come rottura sostanziale tra vecchio e nuovo. Le con­vinzioni collettive sono quindi elemento determinante per argomentare e giu­dicare – anche in merito al diritto [<=] costituzionale – se un fenomeno è da consi­derarsi e da trattarsi in modo unitario o meno. Una rottura sul piano formale può, ad esempio, non corrispondere su quello contenutistico, nella successio­ne dei singoli atti fondamentali, e viceversa. Non solo il reale nel suo oggettivo determinarsi, dunque, ma il percepito nella psichizzazione del vissuto, come modalità di unificazione o valorizzazione degli eventi, quindi di capacità di lotta, è da tempo il fulcro di una colonizza­zione, senza esclusione di colpi, da parte della classe dominante all’attacco. E l’attacco emerge dall’abbandono dei contenuti, princìpi e valori della Costi­tuzione del 1948 – e non solo – oltreché dal “progressivo disfarsi, sul piano anche formale, della pratica costituzionale”. Il partito dell’etere di un Berlu­sconi, di chiaro stampo americano, è la conferma della contrapposizione all’art.49, e della sua vanificazione nei programmi, stili di vita e soprattutto nelle forme di costruzione di una coscienza comune, gestita sempre più dai mezzi di comunicazione di massa. Che monopoli privati dell’informazione siano stati favoriti nel loro sorgere di fatto – senza base legale – per poi trovare, a posteriori, ratifica nella “legge Mammì”, dà conto della subalternità coscienziale sia del Parlamento (anch’esso riconosciuto, a posteriori, intriso di ladri e corrotti), sia della Cor­te Costituzionale immersa nel “silenzio-assenso”, che direziona politicamente l’inerzia apparentemente neutrale del sempre valido laissez passer.

Le nuove leggi elettorali, “imposte politicamente dal referendum [<=] del 18 aprile 1993, hanno dato il definitivo colpo di piccone, anche sul piano formale, alla Costituzione del 1948”. “Culmine di un processo di crisi e degenerazione”, il referendum costituisce il punto formale di svolta, l’apertura del periodo di transizione in cui ormai ogni soluzione è aperta. Insediatesi nel vecchio alveo dei partiti smantellati, solo quando già erano au­tonomamente marciti, le nuove forze dominanti appaiono incapaci di muta­mento, nel presentarsi dietro le insegne del “nuovo”. E le “novità” – già tutte realizzate negli Usa sin dagli anni ‘60 – pongono a pila­stro della loro realizzazione: l’ignoranza dei fatti reali, la cristallizzazione dei conflitti sociali, la socializzazione dell’ego secondo l’immagine forgiata dal sistema (restituito pure come istinto collettivo); il divario tra desiderio e realtà (in cui scelte e motivazioni al consumo, quale rattrappimento del cittadino, non hanno nulla a che fare con i processi di razionalizzazione); la scoperta e il ritorno ad un “privato” eterodiretto, o tout court perdita del “privato” nella vi­stosità del “collettivo” (azienda Italia, clubs, volontariato, ecc.), sostituito in tutte le forme di un’esistenza biologica, o coscienzialmente direzionata in una socializzazione come sola chiave d’accesso al Nuovo Ordine (si pensi alla “solidarietà”, coercitivamente suggerita, senza alternative concrete alla sua praticabilità, ad esclusione delle forme culturalmente conquistate per la lotta di classe [<=] o la difesa dei diritti); il linguaggio [<=] accessibile/persuasivo per intro­durre l’ideologia del miracolo; ecc. La coscienza collettiva, deformata e ristretta in coscienza comune, è così an­corata alle fonde dell’immediatezza o dell’appetito, con l’unico scopo dell’a­dattamento all’esistente. Spezzare siffatta tirannia è còmpito del sapere, che appartiene alla ragione. Ma “la realizzazione del sapere è l’appropriarsi della ragione” (Hegel).

[c.f.]