Cooperative #1

Sia i successi che i fallimenti condu­cono alla centralizzazione del capita­le, e quindi all’espropriazione su una scala enorme, che si estende dai pro­duttori diretti agli stessi capitalisti piccoli e medi. Tale espropriazione costituisce il punto di partenza del modo di produzione capitalistico, e allo stesso tempo il suo scopo, che è, in ultima analisi, quello di espropria­re i singoli individui dei mezzi di produzione, che con lo sviluppo del­la produzione sociale cessano di es­sere mezzi della produzione privata e prodotti della produzione privata, e che possono essere ancora soltanto mezzi di produzione nelle mani dei produttori associati, quindi loro pro­prietà sociale, così come sono loro prodotto sociale.

Ma nel sistema capitalistico questa espropriazione riveste l’aspetto op­posto, si presenta come appropria­zione della proprietà sociale da parte di pochi individui, e il credito [<=] attri­buisce a questi pochi sempre più il carattere di puri e semplici cavalieri di ventura. Che “l’anima del nostro sistema industriale” non siano i capi­talisti industriali, ma i managers in­dustriali, è già stato messo in rilievo dal sig. Ure. Il lavoro di sovrinten­denza e di direzione, in quanto sca­turisce dal carattere antagonistico, dal dominio che ha il capitale sul la­vo­ro, è comune a tutti i modi di pro­duzione, oltre a quello capitalistico, che si fondano sull’antagonismo di classe, e anche nel sistema capitali­stico è collegato direttamente ed in­dissolubilmente con le funzioni pro­duttive che ogni lavoro sociale com­binato impone a singoli individui come lavoro particolare; è completa­mente distinto dal profitto e assume anche la forma di salario per lavoro qualificato, non appena l’impresa è esercitata su una scala sufficiente­mente grande per pagare un tale diri­gente (manager) [<=], quantunque i nostri capitalisti industriali siano ben lungi dall’“occuparsi di affari di stato o di filosofia”. La confusione tra guada­gno d’imprenditore e salario di sor­veglianza o di amministrazione [<=] è de­rivata originariamente dalla forma an­tagonistica che assume, rispetto all’interesse, l’eccedenza del profitto sull’interesse [<=].

Essa è stata in seguito sviluppata nella apologetica intenzione di rap­presentare il profitto non come plu­svalore, ossia come lavoro non paga­to, ma come salario del capitalista stesso per il lavoro reso. Al che allo­ra si contrapponeva, da parte dei so­cialisti, la rivendicazione che il pro­fitto venisse ridotto in pratica a ciò che esso pretendeva di essere in teo­ria, cioè al semplice salario di sor­veglianza. E questa rivendicazione veniva a contrapporsi alle belle frasi teoriche in modo tanto più spiacevo­le, in quanto, da un lato, questo sala­rio di sorveglianza, come qualsiasi altro salario, era determinato nel suo livello e nel suo prezzo di mercato dalla formazione di una classe nu­merosa di managers industriali e commerciali, e, d’altro lato, esso diminuiva tanto più, come ogni sala­rio per il lavoro qualificato, con lo sviluppo generale che riduce il costo di produzione della forza-lavoro par­ticolarmente specializzata.

Il capitalista scompare dal processo di produzione come personaggio su­perfluo e rimane unicamente il fun­zionario. Dopo ogni crisi [<=] si può ve­dere un buon numero di ex fabbri­canti che sovrintendono per un sala­rio moderato le fabbriche di cui essi erano precedentemente proprietari in veste di direttori dei nuovi proprieta­ri, che sono spesso i loro creditori. Il capitalista industriale [<=] è, rispetto al capitalista monetario [<=], un lavoratore, ma un lavoratore in quanto capitali­sta, ossia in quanto sfruttatore di la­voro altrui.

Dire che questo lavoro è necessario come lavoro capitalistico, come fun­zione del capitalista, non significa che l’economista volgare non può rappresentarsi le forme che si sono sviluppate in seno al modo di produ­zione capitalistico, quando esse si sono separate e liberate dal loro ca­rattere capitalistico antagonistico. Con lo sviluppo delle cooperative da parte dei lavoratori, e delle società per azioni da parte della borghesia, viene meno anche l’ultimo pretesto per confondere il profitto d’impresa col salario di direzione. La produzio­ne capitalistica stessa ha fatto sì che il lavoro di direzione, completamen­te distinto dalla proprietà di capitale, vada per conto suo. È diventato dun­que inutile che questo lavoro di dire­zione venga esercitato dal capitali­sta. Un direttore d’orchestra non ha affatto bisogno di essere proprietario degli strumenti dell’orchestra, come pure non appartiene alla sua funzio­ne di direttore di occuparsi in qual­siasi modo del salario degli altri mu­sicisti.

Le fabbriche cooperative forniscono la prova che il capitalista, in quanto funzionario della produzione, è di­ventato superfluo, proprio come egli stesso, pervenuto al grado più eleva­to della sua cultura, stima superfluo il proprietario terriero. In quanto il lavoro del capitalista non proviene dal processo della produzione inteso come puramente capitalistico, dun­que non cessa col capitale stesso; in quanto esso non si limita alla funzio­ne di sfruttare il lavoro altrui; in quanto esso proviene dalla forma del lavoro come lavoro sociale, dalla combinazione e dalla cooperazione di molti in vista di un risultato co­mune, esso è del tutto indipendente dal capitale, proprio come questa forma stessa, non appena essa spezzi l’involucro capitalistico.

Il salario di amministrazione, sia per il dirigente commerciale che per quello industriale, appare completa­mente distinto dal guadagno d’im­prenditore, tanto nelle fabbriche coo­perative appartenenti ai lavoratori, quanto nelle società per azioni capi­talistiche. Nelle fabbriche cooperati­ve il carattere antagonistico del lavo­ro di sorveglianza è soppresso, perché il dirigente è pagato dai lavo­ratori, invece di rappresentare, di fronte ad essi, il capitale. L’antago­nismo tra capitale e lavoro è abolito all’interno di esse, anche se dappri­ma soltanto nel senso che i lavorato­ri, come associazione, sono capitali­sti di se stessi, cioè impiegano i mezzi di produzione per la valoriz­zazione del proprio lavoro.

Queste fabbriche cooperative dimo­strano come, a un certo grado di svi­luppo delle forze produttive materia­li e delle forme di produzione sociale ad esse corrispondenti, si forma e si sviluppa naturalmente da un modo di produzione [<=] un nuovo modo di produ­zione. Senza il sistema di fabbrica, che nasce dal modo di produzione capitalistico, e così pure senza il si­stema creditizio, che nasce dallo stesso modo di produzione, non si potrebbe sviluppare la fabbrica coo­perativa. Il sistema creditizio, come forma la base principale per la gra­duale trasformazione delle imprese private capitalistiche in società per azioni capitalistiche, così offre il mezzo per la graduale estensione delle imprese cooperative su scala più o meno nazionale.

Dai rendiconti pubblicati dalle fab­briche cooperative si vede che - de­tratto il salario del dirigente, che co­stituisce una parte del capitale varia­bile speso, proprio come il salario degli altri lavoratori - il profitto era più elevato del profitto medio, seb­bene queste società pagassero talvol­ta un interesse più elevato dei fabbri­canti privati. La causa del profitto più elevato era in tutti questi casi una maggiore economia nell’impie­go del capitale costante. Poiché il profitto qui era maggiore del profitto medio, anche il guadagno d’impren­ditore era maggiore del solito. Le imprese azionarie capitalistiche sono da considerarsi, al pari delle fabbriche cooperative, come forme di passaggio dal modo di produzione capitalistico a quello associato, con la unica differenza che nelle prime l’antagonismo è stato eliminato in modo negativo, nelle seconde in modo positivo. Le fabbriche coope­rative degli stessi lavoratori sono, entro la vecchia forma, il primo se­gno di rottura della vecchia forma, sebbene dappertutto riflettano e deb­bano riflettere, nella loro organizza­zione effettiva, tutti i difetti del siste­ma vigente.

[k.m.]