Contratto di lavoro

Sempre più spesso, anche tra “comu­nisti” e sindacalisti, si ha l’impres­sione di uno sbandamento che fa ri­piombare indietro nei secoli, in un’e­poca prescientifica (e premarxista), nella quale la confusione sul salario della forza-lavoro [<=] è tale da far reputare il salario quale un semplice “nome” (come già faceva il proudhoniano Rossi prima dei marginalisti, di Key­nes e di Sraffa). Tale nome sarebbe quello dato al pagamento, in forma di reddito, del “capitale umano” e della “capacità lavorativa”.

Si compie così, anche nelle scompo­ste file “disinistra”, la grande scoper­ta che il salario è dato dall’equi­librio tra domanda e offerta (una grande novità di cui bisogna avvertire mar­ginalisti e keynesiani!). Il salario stesso non è più, da molti, compreso come sussistenza sociale, globale per l’intera classe [<=] lavoratrice al li­vello storico del mercato mondiale, solo perché, costoro dicono, anche i lavoratori risparmiano (in tal manie­ra confondendo decisamente nella ambigua e vuota categoria “rispar­mio” [<=] il reddi­to non consumato dei proletari col capitale accumulato dei borghesi). Tale confusione è di chi non com­prende la trasformazione del denaro, che è valore, in capitale, che è un rapporto sociale (ossia di chi non capisce neppure il significato del consumo differito di classe, in quan­to salario sociale non individuale).

Travisando Marx in questa maniera, che offende non tanto il marxismo (trattandosi di un’interpretazione scientifica della realtà) ma la realtà stessa, allora, è ovvio che quegli sbandati predichino la necessità del “superamento dell’ideologia del lavoro-merce”. Ideologia? [sic!]. Nemmeno di forza-lavoro riescono a parlare, giacché di essa disconosco­no la peculiare identità e determina­zione scoperta da Marx.

La mina messa per far saltare l’inte­ra costruzione marxista del “sociali­smo scientifico” consiste dunque nella bella (ri)scoperta (pre)anti-marxista che il “lavoro” non è mer­ce: che gran novità! (D’altronde, al pari di diversi male avventati sogna­tori “disinistra”, anche il papa predi­ca tale sciocchezza, pur continuando a parlare, come gli altri, di “mercato del lavoro”: un mercato senza merce - misteri della fede!). Soppressa la forza-lavoro e il suo concetto speci­fico, sparisce così la sua stessa du­plicità contraddittoria: lo scambio equo che pone e presuppone il suo uso iniquo, su precise basi economi­che, non è più riconosciuto perché non più riconoscibile. Il plusvalore è cancellato pertanto con un colpo di spugna. Cacciato dai luoghi della scienza, lo sfruttamento può felice­mente tornare ad albergare nei meandri dell’etica, come sempre hanno preteso i socialisti borghesi e Proudhon, riformisti, revisionisti, e le anime belle del liberalismo, anche “lab” e “disi­nistra”.

Ergo, dice da sempre il pensiero dominante nell’epoca del capitale, non si dà nessuno scambio, ma sem­plicemente e direttamente un rappor­to di prestazione, un contratto d’ob­bligo stabilito su basi istituzionali: solo a questo si ridurrebbe infine il “contratto di lavoro”. Siccome tale contratto, si prosegue, è il risultato di un “rap­porto di forza” (immediata e primigenia, diceva Dühring, prestan­do tale sua scoperta alla gaia congre­gazione di Keynes, Sraffa & co.), è in esso che si dovrebbero vedere as­sommati tutti i mali del capitalismo.

Lo sfruttamento ci sarebbe solo perché è cattivo il contratto, median­te il quale si avrebbe direttamente la “a­lienazione” [<=] della libertà. Perché mai ciò dovrebbe avvenire, in un contesto in cui però non si riconosce l’alie­na­zione - ossia la vendita ad al­tri - della forza-lavoro come merce, laddove gli “altri” non sono più con­siderati in quanto caratterizzati dalla proprietà, rimane un mistero scienti­ficamente inspiegabile.

Il mitico “compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!”, esclamato da Brecht rivolto ai deboli pensatori in­tellettuali dei suoi tempi bui, risuona ancora alto come allora, ma come al­lora vano per chi, bellamente, non al­la separazione tra proprietari e non proprietari, ma ad arbitrio e sopruso che sopraffanno giustizia e bontà, at­tribuisce le condizioni di vita del proletariato (o dei “cittadini poveri”, come essi preferiscono supporre).

Se per costoro lo sfruttamento deriva esclusivamente dal rapporto giuridi­co (senza che sia dato il bene di sa­pere da che cosa derivi a sua volta tale rapporto giuridico), il trucco è svelato: basta sostituire un “contratto d’opera” al posto di un “contratto di lavoro” vero e proprio, e il salario (già di per sé così rattrappito in mera retribuzione diretta individuale) con “buoni di lavoro” (come ha loro inse­gnato Proudhon). Ma non si accorgo­no che proprio questo è ciò che, sot­to gli scudi del neocorporativismo, già fanno i padroni?

Non occorrono certo i loro suggeri­menti “disinistra” per deregolamen­tare anche il mercato del lavoro. Si­curamente Romiti non ha aspettato nessuna loro imbeccata per rivendi­care la necessità di farla finita con l’“obsoleta” contrattazione collettiva di lavoro, rimandando tutto il rappor­to al potere aziendale. Oggi, col la­voro irregolare, una tale prospettiva è portata avanti quale sperimentazio­ne per tutto il lavoro salariato. Do­mani (e ormai è letteralmente “do­mani”), legalizzando l’illegalità, lo scambio di forza-lavoro contro capi­tale, il vero e proprio “contratto di lavoro” svanisce, così da dissimulare il lavoro dipendente (che dipende dal capitale) definitivamente come il suo opposto, ovverosia una forma parite­tica e partecipata di relazionalità for­malmente indipendente, racchiuso solo in “regole” istituzionalistiche? Bella prospettiva!

[gf.p.]