Conflittualità intercapitalistica (anarchia della produzione)

Un segno distintivo e caratteristico del modo di produzione capitalistico è dato dalla molteplicità dei capitali in reciproca conflittualità. Senza tale molteplicità conflittuale – come un’illusoria compatta unicità – esso neppu­re sarebbe concepibile. Da codeste contraddizioni promana la caducità, sia ricorrente che tendenziale, del siste­ma e lo stesso antagonismo di classe tra borghesia e proletariato che è l’altro, e il più esteriore e apparente, segno distintivo. Con lo sviluppo del mercato mondiale – nell’epoca dell’imperialismo [<=] – il capitale (che Marx definiva “indu­striale” in generale) si presenta in misura crescente “fuso” con la sua forma monetaria (e pure con la sua forma merce [<=]) nella figura di capitale finanziario [<=]. Per tale motivo, sempre più compiutamente il capitale complessivo sociale è determinato duplicemente e contraddittoriamente, nel senso anzidetto: da un lato, di contro al proleta­riato, esso deve essere concepito come classe [<=], come capitale collettivo, entità unica e intera; ma dall’altro, en­tro la formazione economica sociale capitalistica in tutta la sua complessità e articolazione, esso non può che essere costituito dalle singole individualità dei molteplici capitali [<=] particolari, tra loro contrapposti nelle diver­se forme funzionali. Questo duplicità contraddittoria caratterizza l’anarchia del modo di produzione capitalisti­co, fondato appunto sulla molteplicità e individualità dei capitali.

La divisione sociale del lavoro presuppone la dispersione dei mezzi di produzione fra molti produttori di merci indipendenti l’uno dall’altro, e ciò permane e si accresce anche con il passaggio al capitalismo monopolistico finanziario su scala mondiale. La distribuzione tra le differenti attività sociali di lavoro di codesti produttori capitalistici di merci e dei loro mezzi di produzione è piuttosto arbitraria e casuale, e acuisce le difficoltà del sistema ogni volta che tale casualità moltiplica le interruzioni del ciclo complessivo del capitale. Perciò, pro­prio contro questa dispersione del capitale complessivo sociale in molti capitali individuali agisce l’attrazione di questi ultimi, la concentrazione di capitali già formati – il processo di fusioni e acquisizioni – che cerca di su­perare la loro autonomia individuale. Codesta è una vera lotta attraverso l’espropriazione del capitalista da par­te del capitalista, la trasformazione di molti capitali minori in molti capitali più grossi, la centralizzazione [<=] del capitali.

I differenti settori della produzione cercano costantemente di mettersi in equilibrio. Ma questa tendenza costan­te della produzione a equilibrarsi si attua soltanto come reazione contro la costante distruzione di questo equili­brio. La regola opera soltanto a posteriori nella divisione del lavoro all’interno della società, come necessità naturale interiore, muta – sostiene Marx – percepibile negli sbalzi dei prezzi del mercato, che sopraffà l’arbitrio sregolato dei produttori di merci. La divisione sociale del lavoro contrappone gli uni agli altri i capitalisti in quanto produttori indipendenti di merci, i quali non riconoscono altra autorità che quella della concorrenza, cioè la costrizione esercitata su di essi dalla pressione dei loro interessi reciproci: “come anche nel regno ani­male il bellum omnium contra omnes preserva più o meno le condizioni di esistenza di tutte le specie” [Marx].

Ma le semplici metamorfosi della circolazione [<=] delle merci, che i processi della circolazione del capitale hanno in comune con ogni altra circolazione delle merci, non spiegano come le differenti parti costitutive del capitale sociale complessivo – di cui i singoli capitali sono soltanto parti costitutive che operano in modo autonomo – si sostituiscano reciprocamente nel processo di circolazione specificamente capitalistico. Poiché l’accumulazione di capitale e la concentrazione che a essa corrisponde sono disseminate su molti punti, l’aumento dei capitali operanti [<=] s’incrocia con la formazione di capitali nuovi e con la scissione di capitali vecchi. Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta appunto come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come repulsione reciproca dei capitali molteplici individuali. Ogni capi­tale particolare, infatti, conformemente all’essenza della produzione capitalistica, non è condizionato primaria­mente dalla necessità di soddisfare la domanda (ordinazioni produttive o bisogno privato), ma innanzitutto dal­la tendenza a realizzare il lavoro, e quindi il pluslavoro, più grande possibile e a fornire con un capitale dato la maggior massa possibile di merci. Ogni singolo capitale cerca così di occupare sul mercato il posto più grande possibile e di eliminare, di scaccia­re i suoi concorrenti. La conflittualità tra i capitali implica la separazione individualistica dei capitali (l’esisten­za di capitali individuali realmente separati) e la contrapposizione essenziale, immanente, tra loro nelle rispetti­ve sfere di influenza sul mercato mondiale, Sono i “fratelli nemici” della massoneria del capitale – afferma Marx – ossia quei capitalisti che si comportano come dei falsi fratelli quando si fanno concorrenza, anche se costituiscono una “vera massoneria” nei confronti della classe operaia nel suo complesso.

L’intera questione – con le parole di Marx – è posta in questi termini. “Il capitale non include solo dei rapporti di classe – un determinato carattere sociale che si fonda sull’esistenza del lavoro come lavoro salariato – ma è un movimento, un processo ciclico attraverso stadi differenti; perciò può essere concepito soltanto come movi­mento e non come cosa in riposo. Coloro che considerano questo autonomizzarsi del valore come pura e sem­plice astrazione [<=], dimenticano che il movimento del capitale industriale è questa astrazione in atto. Il valore per­corre qui forme differenti, differenti movimenti, nei quali si conserva e contemporaneamente si valorizza, si ingrandisce. Nonostante tutte le rivoluzioni di valore, la produzione capitalistica esiste e può continuare a esistere soltanto finché il valore capitale venga valorizzato, cioè finché le rivoluzioni di valore in un modo qualsiasi vengono superate e composte. I movimenti del capitale appaiono come azioni del singolo capitalista industriale. Se il va­lore capitale sociale subisce una rivoluzione di valore, può avvenire che il suo capitale individuale le soccom­ba e perisca, poiché non può adempiere le condizioni di questo movimento di valore. Quanto più acute e frequenti diventano le rivoluzioni di valore, tanto più il movimento del valore autonomizza­to, automatico, operante con la violenza di un processo elementare di natura, si fa valere contro la previsione e il calcolo del singolo capitalista, tanto più il corso della produzione normale viene ad assoggettarsi alla specu­lazione [<=] anormale, tanto più grande diviene il pericolo per l’esistenza dei capitali singoli.

Il processo continua del tutto normalmente solo finché le perturbazioni nella ripetizione del ciclo si compensa­no; quanto maggiori sono le perturbazioni, tanto maggiore capitale monetario deve possedere il capitalista in­dustriale per essere in grado di attendere la compensazione; poiché col procedere della produzione capitalistica si allarga la scala di ogni processo individuale di produzione e con essa la grandezza minima del capitale da an­ticipare, quella circostanza si aggiunge alle altre che sempre più trasformano la funzione del capitalista indu­striale in un monopolio di grandi capitalisti monetari, isolati o associati. L’esistenza del mercato [<=] come merca­to mondiale contrassegna il processo di circolazione del capitale industriale”. Le premesse marxiane per l’affermazione del capitale monopolistico finanziario dell’imperialismo sono chia­rissime, così come ne sono evidenti le cause e le forme della crisi. Nella considerazione congiunta del processo complessivo di produzione e circolazione, Marx opera infatti con la coppia anarchia del capitale / crisi da so­vraproduzione.

La molteplicità dei capitali si manifesta compiutamente nel passaggio dalla produzione alla cir­colazione. Mentre per l’analisi della produzione si può provvisoriamente partire dalla considerazione di un uni­co capitale opposto a un’unica forza-lavoro [<=], per la circolazione è essenziale che un capitale intrattenga rapporti di compera e vendita con un altro capitale almeno (molteplicità dei produttori capitalistici). Né la produzione da sola (incapace di verificare la realizzazione del plusvalore [<=]), né la circolazione da sola (incapace di spiegare da dove provenga quel plusvalore, ossia la sua origine) permettono di comprendere la crisi. Per questa ragione la crisi non è mai posta, se non incidentalmente, da Marx con riguardo al capitale collettivo come intero. Dunque, è solo la conflittualità tra i capitali molteplici che pone la crisi da sovraproduzione [<=]. Senonché, per es­serci tale conflittualità tra capitali occorre, ma non basta, che vi siano capitali individuali realmente separati (ossia la molteplicità dei capitali); occorre altresì che oltre alla semplice separazione tra le singole individuali­tà indipendenti, si consideri anche la ricordata loro essenziale conflittualità, come contrapposizione immanen­te. La stessa interpretazione delle crisi – e tanto più ciò vale per le lunghe crisi irrisolte dell’imperialismo – di­pende da questa determinazione centrale del modo di produzione capitalistico, ossia dal suo carattere anarchico fondato sulla molteplicità e individualità dei capitali contrapposti.

[gf.p.]

(i testi, integrali e riferiti, di Marx sono tratti principalmente dal Capitale, I.23, II.3 e 4, oltre pochi altri punti da C.III e TP.II)