Concezione materialistica (dialettica della storia)

I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi. Sono presupposti reali, dai quali si può a­strarre solo nell’immaginazione. Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno trovato già esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione. Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto ciò che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorché cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la stessa loro vita materiale. Individui determinati che svolgono un’attività produttiva secondo un modo determinato entrano in questi determinati rapporti sociali e politici.

L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono determina­te for­me sociali della coscienza [<=]. La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è direttamente intrecciata al­l’attività materiale degli uomini, linguaggio della vita reale [<=]. Finora gli uomini si sono sempre fatti idee false intorno a se stessi, intorno a ciò che essi sono o devono essere. In base alle loro idee, essi hanno regolato i loro rapporti. I parti della loro testa sono diventati più forti di loro. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare un’epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. D’al­tronde è del tutto in­differente quel che la coscienza si mette a fare per conto suo: questi tre momenti – la forza produttiva, la situazione sociale e la coscienza – possono e debbono entrare in contraddizione tra di loro.

Questi presupposti sono constatabili, dunque, per via puramente empirica. Questo modo di giudicare non è privo di presupposti. Esso muove dai presupposti reali e non se ne discosta per un solo istante: i suoi presupposti sono gli uomini, non in qualche modo fissati e isolati fantasticamente, ma nel loro processo di sviluppo reale. Con gente priva di presupposti dobbiamo cominciare col constatare il primo presupposto di ogni esistenza umana. Il primo presupposto di tutta la storia umana è naturalmente l’esi­stenza di individui umani viventi. Il primo dato di fatto da constatare è dunque l’organizzazione fisica di questi individui e il loro rapporto, che ne consegue, verso il resto della natura. Ogni storiografia deve prendere le mosse da queste basi naturali e dalle modifiche da esse subite nel corso della storia per l’azione degli uomini.

Finora tutta la concezione della storia ha puramente e semplicemente ignorato questa base reale della storia. Per questa ragione si è sempre costretti a scrivere la storia secondo un metro che ne sta al di fuori. La produzione reale della vita appare co­me qualcosa di preistorico. Il punto più alto cui giunge il “mate­rialismo intuitivo” – cioè il materialismo che non intende la sensibilità come attività pratica – è l’“intuizione” degli individui singoli e della società borghese. Questa dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell’educazione dimentica che le circostanze sono modificate dagli uo­mini e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, delle quali l’una è sollevata al di sopra della società. Il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese, il punto di vista del materialismo nuovo è la società umana o l’umanità sociale. Il rapporto dell’uo­mo con la natura è quindi escluso dalla storia, e con ciò è creato l’anta­go­ni­smo tra natura e storia (questa concezione quindi ha visto nella storia soltanto azioni di capi, di stati e lotte religiose e in genere teoriche). In ogni epoca essa ha dovuto condividere l’illusione dell’e­poca stessa.

La storia non è altro che la successione delle singole generazioni, ciascuna delle quali sfrutta i materiali, i capitali, le forze produttive che le sono stati trasmessi da tutte le generazioni precedenti, e quindi da una par­te continua, in circostanze del tutto cambiate, l’attività che ha ereditato; d’altra parte modifica le vecchie circostanze con un’attività del tutto cambiata. È un processo che sul terreno speculativo viene distorto al punto di fare della storia successiva lo scopo della storia precedente. Per questa via la storia riceve i suoi scopi speciali e ciò che vien designato come “scopo”, “idea” della storia anteriore altro non è che un’astrazione della storia posteriore, un’astrazione dell’influenza attiva che la storia anteriore esercita sulla successiva.

A mano a mano che nel corso di questo sviluppo si allargano le singo­le sfere che agiscono l’una sul­l’al­tra, la storia diventa sempre più storia universale. Da ciò segue che questa trasformazione della storia in storia universale è non già un semplice fatto astratto di qualche fantasma metafisico, ma un fatto assolutamente materiale, dimostrabile empiricamente, un fatto di cui ciascun individuo dà prova nell’andare e venire, nel mangiare, nel bere e nel vestirsi.

Dalla concezione della storia che abbiamo svolto otteniamo i seguenti risultati:

1. Nello sviluppo delle forze produt­tive si presenta uno stadio nel quale vengono fatte sorgere forze produttive e mezzi di relazione (rapporti sociali) che nelle situazioni esistenti fanno solo del male, che non sono più forze produttive ma forze distruttive.

2. Le condizioni entro le quali possono essere impiegate determinate forze produttive sono le condizioni del dominio di una data classe della società, la cui potenza sociale scaturisce dal possesso di quelle forze.

3. In tutte le rivoluzioni finora avvenute non è mai stato toccato il tipo dell’attività, e si è trattato soltanto di un’altra distribuzione di questa attività, mentre la rivoluzione comunista [<=] si rivolge contro il modo del­l’attività che si è avuto finora e abolisce il dominio di tutte le classi [<=] insieme alle classi stesse, poiché essa è compiuta dalla classe che nella società odierna è già l’espressione del dissolvimento di tutte le classi.

4. Per la produzione in massa di questa coscienza comunista è necessaria una trasformazione in massa de­gli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione.

Una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive per la quale essa offra spazio sufficiente; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica del processo di produzione sociale; antagonistica non nel senso individuale, ma di un antagonismo che sorge dalle condizioni di vita sociali degli individui. E allora subentra u­n’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura, in una parola le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo.

Questa concezione della storia si fon­da dunque su questi due punti:

- spiegare il processo reale della produzione, e precisamente muovendo dalla produzione materiale della vita immediata;

- assumere come fondamento di tut­ta la storia la forma di relazioni che è connessa con quel modo di produzione e che da esso è generata.

Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti: cioè, la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tem­po la sua potenza spirituale dominante.

[k.m.]

[da Ideologia tedesca (1846), I, passim, e da Prefazione a “per la critica dell’economia politica” (1859)]