Comunismo #2 (processo di trasformazione)

Il punto di vista del vecchio materialismo è la società borghese, il punto di vi­sta del materialismo nuovo è la società umana o l’umanità sociale. La dottrina materialistica della modificazione delle circostanze e dell’educazione dimen­tica che le circostanze sono modificate dagli uomini e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa è costretta quindi a separare la società in due parti, delle quali l’una è sollevata al di sopra della società. La coincidenza del va­riare delle circostanze dell’attività, o auto-trasformazione, può essere conce­pita o compresa razionalmente solo come prassi rivoluzionaria. In realtà, per il materialista pratico, per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esi­stente, di mettere mano allo stato di cose incontrato e di trasformarlo. Nell’àmbito della società borghese fondata sul valore di scambio si generano rapporti sia di produzione che commerciali, i quali sono altrettante mine per farla saltare: una massa di forme antitetiche dell’unità sociale, il cui carattere antitetico, tuttavia, non può essere mai fatto saltare attraverso una pacifica metamorfosi. D’altra parte se noi non trovassimo già occultate nella società, così com’è, le condizioni materiali della produzione e i loro corrispondenti rapporti commerciali per una società senza classi, tutti i tentativi di farla sal­tare sarebbero altrettanti sforzi donchisciotteschi.

Le contraddizioni e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione preparano gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di rivoluzionamento della società vecchia. Il furto del tempo di lavo­ro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta allora come base mi­serabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa. Solo quando è raggiunto un certo grado di maturità, la forma storica determinata vien lasciata cadere e cede il posto a un’altra più elevata. Si riconosce che è giunto il momento di una tale crisi [<=] quando guadagnano in ampiezza e in profondità la contraddizione e il contrasto tra i rapporti di distribuzione e quindi anche la forma storica deter­minata dei rapporti di produzione a essi corrispondenti, da un lato, e le forze produttive, capacità produttiva e sviluppo dei loro fattori, dall’altro. Subentra allora un conflitto tra lo sviluppo materiale della produzione e la sua forma sociale. Così non si può pensare a una realizzazione immediata del comunismo (in una prima fase deve andare al potere la borghesia). In generale, il passaggio dei mezzi di lavoro in proprietà sociale comune è certamente il grande obiet­tivo del movimento, e noi diciamo che questo sarà il risultato finale del movi­mento. Ma realizzarlo sarà una questione di tempo, di educazione, di creazio­ne di forme di società più elevate. Il comunismo per noi non è uno stato di co­se che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose pre­sente. Le condizioni di questo movimento risultano dal presupposto ora esi­stente.

Il potere sociale, cioè la forza produttiva moltiplicata che ha origine attraverso la cooperazione dei diversi individui, appare a questi individui, poiché la cooperazione stessa non è volontaria, come una potenza estranea posta al di fuori di essi, e che segue una sua propria successione di fasi e di gradi di sviluppo la quale è indipendente dal volere e dall’agire degli uomini e anzi dirige questo volere e agire. Affinché questa potenza estranea diventi un potere “insostenibile”, cioè un potere contro il quale si agisce per via rivoluzionaria, occorre che essa abbia reso la massa dell’umanità affatto “priva di proprietà”, e l’abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, due condizioni pratiche che presuppongono un grande incremento della forza pro­duttiva, un alto grado del suo sviluppo, in cui è già implicita l’esistenza empi­rica degli uomini sul piano della storia universale. D’altra parte, questo è un presupposto pratico assolutamente necessario, anche perché senza di esso si generalizzerebbe soltanto la miseria, e quindi col bisogno ricomincerebbe an­che il conflitto per il necessario e ritornerebbe per forza tutta la vecchia mer­da. Solo con questo sviluppo universale delle forze produttive possono aversi re­lazioni universali tra gli uomini, ciò che produce il fenomeno della massa “priva di proprietà” contemporaneamente in tutti i popoli e fa dipendere cia­scuno di essi dalle rivoluzioni degli altri. Senza di che: i. il comunismo po­trebbe esistere solo come fenomeno locale; ii. le stesse potenze dello scambio non si sarebbero potute sviluppare come potenze universali, e quindi insoste­nibili, e sarebbero rimaste “circostanze” relegate nella superstizione domesti­ca; iii. ogni allargamento delle relazioni sopprimerebbe il comunismo locale.

Il comunismo è possibile empiricamente solo come un’azione dei popoli do­minati tutti in una volta e simultaneamente, ciò che presuppone lo sviluppo universale della forza produttiva e le relazioni mondiali che esso comunismo implica. Mentre noi diciamo ai lavoratori: “Dovete affrontare quindici, venti, cinquant’anni di guerra civile per cambiare i rapporti, per diventare capaci di esercitare il potere”, al posto di queste affermazioni è stato detto: “Dobbiamo impadronirci immediatamente del potere, o se no possiamo anche metterci il cuore in pace”. Come i democratici si riempiono la bocca della parola “popo­lo”, così si è adoperata la parola “lavoratori” come una frase vuota. Per poter mettere in pratica quella frase, si è dovuto dichiarare lavoratore ogni piccolo borghese, e quindi assumere di fatto la rappresentanza dei piccoli borghesi al posto di quella dei proletari. Al posto del processo rivoluzionario reale si è dovuta mettere la “frase” della rivoluzione. In diretto contrasto col Manifesto, vi è chi [alcuni membri della minoranza del comitato centrale della Lega dei comunisti] al posto del punto di vista uni­versale del Manifesto ha sbandierato quello nazionale. Al posto del punto di vista materialistico del Manifesto è stato adottato un punto di vista idealistico. Al posto dei rapporti reali si è sbandierata la volontà come elemento decisivo della rivoluzione. Nell’organizzazione comunista non ci sono elementi di po­sitivismo, nemmeno per idea. Ci sono dei positivisti nelle nostre file, come ci sono dei positivisti che non ne fanno parte, ma che tuttavia si dànno da fare. Ma ciò non è affatto merito della loro filosofia, che non vuol aver nulla di comune con il potere del popolo, come noi lo intendiamo. La loro filosofia mira soltanto a sostituire la vecchia gerarchia con una nuova. Invece, la nostra guerra contro il capitale, per esempio, non potrebbe mai riuscire vittoriosa, se facessimo derivare la nostra tattica dall’economia politica radicale borghese.

Noi entriamo nella vita pubblica soltanto per contribuire al trionfo della clas­se operaia, cui spetta la missione storica di istituire il comunismo, appena sia giunta alla direzione politica ed economica della società, così come fu missio­ne della borghesia giunta al potere spezzare le catene feudali che inceppavano lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria, stabilire il libero traffico dei pro­dotti e degli uomini, il libero contratto tra imprenditori e operai, centralizzare i mezzi di produzione e di scambio e approntare, senza accorgersene, gli ele­menti materiali e intellettuali per la futura società comunista. Tuttavia, è ot­timistico pensare che (a es., in Inghilterra) la soluzione sperata possa essere raggiunta senza i mezzi violenti della rivoluzione, ritenendo che il metodo in­glese di condurre l’agitazione nelle assemblee e sulla stampa, finché la mino­ranza diventa maggioranza, sembri un segno che lascia ben sperare. La bor­ghesia inglese si è sempre dimostrata pronta ad accettare il verdetto della maggioranza finché ha posseduto il monopolio elettorale. Ma si può esser cer­ti che, non appena si vedrà messa in minoranza su questioni ritenute d’impor­tanza vitale, ci troveremo di fronte a una nuova guerra per la conservazione della schiavitù.

Bisogna perciò aborrire i parolai dalle frasi forbite. Guai a chi si perde nei vuoti giri di parole: bisogna essere inesorabili con i phraseurs. Bisogna con­durre un’epurazione nelle file del partito comunista. Essa può essere attuata criticando pubblicamente chi non è degno di farne parte. Questa epurazione è ora la cosa più importante che possa essere intrapresa nell’interesse del comu­nismo. Bisogna combattere il “comunismo degli artigiani” e il “comunismo fi­losofico”; il sentimento deve essere deriso, perché è soltanto fantasticheria; ogni propaganda orale, ogni costituzione di nuclei di propaganda deve essere sospesa; non si dovrà più neppure usare la parola “propaganda”, nemmeno in futuro. Se il proletariato andasse ora al potere, non adotterebbe misure realmente pro­letarie ma piccolo-borghesi. Il nostro partito potrà andare al governo soltanto quando i rapporti reali permetteranno di realizzare le sue concezioni. Quando si arriva troppo presto al potere, i proletari non andrebbero da soli al potere ma insieme ai contadini e ai piccoli borghesi, e sarebbero costretti a realizzare non le proprie misure ma le loro. Non c’è bisogno di essere al governo per realizzare qualcosa. Diversi membri della Lega hanno tacciato di “reazionari” i difensori del Manifesto. In tal modo si è cercato di renderli impopolari, cosa che del resto è loro del tutto indifferente, poiché i comunisti non cercano la popolarità.

[k.m.]