Comunismo #1 (ringraziamento per “comunismo ricevuto”)

Non potendo ancora dirne nulla, dato il suo momentaneo rinvio nei prossimi secoli a venire, dovremmo tacerne. Precipitosi però come siamo, per l’urgere emotivo che ci attanaglia pressappoco da un secolo e mezzo, ci buttiamo nella mischia dei sognatori, dei definitori, degli affossatori, dei riaffondatori ecc., che di comunismo se ne intendono, per dire anche noi la nostra. Cos’è il co­munismo? Rivolto a chi lo può intendere, ovvero, a chi non fa lo sfruttatore, una risposta l’ha già data Bertolt Brecht in una lode poetica: “È la semplicità che è difficile a farsi”. Sentimentalmente confortati da questa ragionevole semplicità, il difficile del farsi continua così ad impegnare le forze esistenti, ora potenzialmente sempre più numerose. Innanzitutto è indispensabile eliminare quel sapore impastoiato di “idea rice­vuta” (come direbbe Gustave Flaubert nel Dizionario delle idee comuni). Quel che di “senso comune” affidato all’abitudine di un uso tanto indiscutibi­le quanto “credibile”, proprio come se si trattasse di una verità accettata dalle masse che avrebbero da sempre, invece, dovuto sostanziarla con le loro lotte, altrimenti dette coscienza [<=] storica. Al posto di una dignitosa anche se eterna­mente provvisoria conventio omnium (accordo generale), scopriremmo al con­trario che il “comunismo - ricevuto” è sempre stato (almeno dall’ultimo dopo­guerra in poi) un precotto con gli “avanzi” di ragionamento, disgustosamente appiccicato sulle bandiere scolorite di una storia ridotta a sola etichetta; oppu­re un passe-partout per ogni genere di transazione, una cedola in premio all’i­nerzia, alla convenzionalità gratuita e al compromesso come pratica. L’abuso nominalistico come vacua sonorità (“comunismo, socialismo dal volto uma­no”, ecc.) ha provveduto così alla fessa cristallizzazione del suo concetto, abilmente tramutato in precetto per l’omologazione e il sopimento delle co­scienze che, gaudenti delle progressive semplificazioni, non si avvedevano di dover custodire solo gli spiccioli di un patrimonio che altri avevano già scip­pato, anche nelle traslucide trasparenze.

Il comunismo ha quindi cominciato ad assumere una funzione “gastronomica” nella diffusione comunicativa. Pasto quotidiano da smembrare (vedi “crisi del marxismo, crisi del comunismo, crisi dei paesi dell’est”, ecc.) e far riassimila­re nei brandelli controllabili conditi di trovate ed effetti speciali (“tutto e sùbi­to, riforme di struttura”, ecc.), è servito a richiamare alla tavola dei padroni le nuove forchette, gli ingordi travestiti e trasformisti d’ogni appetito (lèggi: Lama, Trentin, Napolitano, Occhetto, D’Alema … ma risparmiamo le righe ora). Nella danza multimediale ogni progetto è stato velato da pragmatici pas­si che calcavano il luogo comune (“efficienza, democrazia, ecc.”), ogni idea si è inchinata allo stereotipo che nell’abbraccio mortale la triturava in mito, cliché, slogan, citazione eclettica o collezione per amatori (“pagherete caro pagherete tutto; è ora è ora potere a chi lavora; compromesso storico; rivolu­zione copernicana; zoccolo duro; questione morale”; ecc.). La sempre rinnovabile miseria del comunismo, allora, consiste nel non liqui­dare mai del tutto ciò che le alternate potenze d’occupazione (fascisti doc, “al­leati americani”, Dc, clerico-socialisti o craxiani, tecnici al governo, ecc.) pre­tendono sistematicamente distrutto. Il manierismo socialista, che poi ha nutri­to le fauci della cosca rivale detta “Mani Pulite”, è servito appunto a deviare dalla presa di possesso dei mezzi di produzione un proletariato ampliato (e co­scienzialmente diviso), da consegnare in toto ai vincitori. La guerra del capi­tale contro il comunismo, calda o fredda che fosse, si è così servita prima del concorso delle proprie vittime, poi del loro consenso [<=]. Mentre infatti la guerra [<=] di sterminio procurava prima ambìti posti di lavoro, la sorpresa venne poi quando, in tutto odore di continuità, quella delle “missioni di pace” o della “qualità totale” (ormai anche questa in ribasso) prese ad eliminare quanti po­sti lavorativi voleva. E vuole; sempre di più, per difetto congenito, strutturale – si diceva – del sistema.

Il compianto stereo dei sindacati hi-fi (contratti di “solidarietà”, ecc.) è oggi indispensabile alla tregua. Parte di quella miseria è stata trasformata in “cultura”. Attraverso queste lenti diventa ancor più difficile scorgere la propria morale come deriva di quella che propaganda la “produttività” [<=] e che troneggia incontrastata – con l’obietti­vo di sviluppare in massimo grado l’operosità di “tutti” per “il bene comune” (dei profitti) – solo ed in quanto riuscirà ad inibire la resistenza (si veda l’auto/etero-regolamentazione dello sciopero raggrinzito a “diritto” [<=]) da opporre allo sfruttamento, quest’ultimo sì in costante estensione. La miseria del comunismo “residuale” è quindi non cogliere la coerenza capi­talistica per cui: al crescere del lavoro non pagato crescono i profitti, e, inver­samente, al crescere del consenso sociale cresce solo la forza per abolire il comunismo. La lotta contro l’accaparramento del plusvalore è solo “caos, violenza, terrorismo, ecc.” nell’Olimpo pluralista e bellicoso dei capitali, con­cordi solo su questo. La miseria del “comunismo - ricevuto”, infine, consiste nel saper svendere le proprie forze, perché il prezzo da pagare sembra troppo alto. Le masse, tanto, hanno da sempre l’abitudine di pagare per tutti. Chi sottrae la ricchezza co­mune ha giocato le sue carte per contrabbandare la conoscenza della transi­zione, e quindi la relativa organizzazione politica, con il comunismo della mi­seria. Anche all’interno della sparsa sinistra neocorporativa, la nostra identità nel lottare contro questa miseria diventa sempre di più un identikit.

[c.f.]