Comunicazione postmoderna

“Comunico dunque sono”. In una semplice proposizione potremmo racchiu­dere l’ontologia dell’essere sociale contemporaneo, o “postmoderno” come al­tri amano specificare, nella società cosiddetta dello spettacolo. Di fronte a ciò, se a destra predomina il tono apologetico, “asinistra” – ci riferiamo più che altro agli “intellettuali” – si racconta, suggerendo così una presunta insuffi­cienza o vecchiezza del metodo conoscitivo e critico materialista, che oramai domina l’astrazione della funzione comunicativa ed i legami sociali si sono “dematerializzati”. “Bisogna ridefinire le categorie interpretative”, così dico­no… Il tema della comunicazione può in qualche modo essere qui assunto come punto di partenza analitico, con la specificazione che, parafrasando il linguag­gio [<=] degli apostoli del postmodernismo, al livello delle comunicazioni di mas­sa la funzione comunicativa oggi eccede la determinazione e l’applicazione del criterio di verità, avendo l’effetto spettacolare e la semplificazione del ragionamento azzerato, fino al non sense, la qualità del valore d’uso, in termi­ni di conoscenza, della comunicazione stessa. Agli utenti dei cosiddetti mass media viene offerta un’immane accumulazione di immagini e di informazioni legate insieme da codici interpretativi preconfezionati che di un processo co­noscitivo reale non offrono che surrogati pubblicitari o propagandistici. Qui di seguito si esaminano aspetti legati al primo dei due “surrogati”.

Non è solo la modalità d’uso di quell’attrezzo comunicativo che si chiama te­levisione la causa dei guai sopraggiunti nell’ambito della comunicazione. È che tutti gli ambiti del vivere sociale sono stati pervasi dal sistema organizza­tivo che i tecnici del modo di produzione capitalistico hanno modellato per comprimere i tempi ed elevare l’intensità di funzionamento del circuito produzione-circolazione-consumo delle merci, onde abbassare i costi di pro­duzione in termini di tempo di lavoro, di giacenza delle merci, di mediazione tra produzione e consumo, di intensità d’uso degli strumenti di produzione. Sistema organizzativo con il quale i tecnici sopracitati tentano di lenire gli ef­fetti della crisi [<=] della produzione standardizzata di massa. Tale sistema necessita, per espandersi e riprodursi, di abbeverarsi, dalla fonte dei produttori / consumatori di merci, di integrazione, partecipazione [<=], flessi­bilità [<=], consenso [<=], la cui coercizione è esplicata nelle formule con cui si indica l’alienazione di qualsivoglia coscienza di sé e per sé dei soggetti sociali inte­grati, partecipanti, flessibilizzati e consenzienti, degradati al ruolo socialmen­te decerebrato di “capitale umano”, “capitale di fiducia”, “risorse umane” e via elencando tutta la nomenclatura e l’aggettivazione in uso per indicare, oc­cultandolo con formule linguistiche tecnicamente neutre, il pieno controllo materiale ed intellettuale sui tempi di lavoro e di non lavoro delle classi subal­terne da parte del capitale.

I circuiti dell’informazione sono parte centrale di questo meccanismo produt­tivo e riproduttivo, in quanto veicolano in tempo reale modelli comportamen­tali e ideali funzionali agli standard di adeguamento alle modalità di produ­zione e di consumo che il ciclo dell’accumulazione capitalistica di volta in volta richiede. E siccome il ciclo per rigenerarsi ed espandersi necessita del rapido e continuo superamento degli standard esistenti, i ritmi si fanno sem­pre più serrati. Questi ritmi di produzione, circolazione e consumo delle mer­ci e delle informazioni sono i ritmi dei soggetti reali nella società contempo­ranea. Al tempo sempre più intenso del lavoro – “sessanta minuti di pieno la­voro per ogni ora di ogni lavoratore”, per dirla con le parole dei manager del­la qualità totale giapponese, sì da cogliere immediatamente dove risiede la “qualità” – succede senza soluzione di continuità il tempo sempre più vortico­so del consumo.

La forma di merce [<=] e le esigenze del processo di valorizzazio­ne del capitale cui essa è funzionale pervadono ogni anfratto del vivere socia­le. Niente pare essere in grado di resistere alla performatività del sistema, si­stema caratterizzato dalla mercificazione totale, ciò che altrimenti è detto “consumismo”. Definizione, quest’ultima, alquanto ideologica: sostituendo arbitrariamente la produzione per il consumo alla produzione per il profitto, essa pone in evidenza l’ambito del mercato [<=], cui tutti afferiscono come acqui­renti (fatte salve le differenze quantitative dell’afferire stesso), laddove la pa­rola profitto richiama immediatamente all’asimmetria sociale che sta dietro il mercato, il dominio e lo sfruttamento di una parte sociale ad opera di un’altra. Eppure sono proprio la natura e le ragioni di questa pervasività del manife­starsi del processo di accumulazione capitalistica ciò di cui gli intellettuali “postmoderni” non ci narrano, presi come sono dall’indagine sui meccanismi ed i circuiti della comunicazione. Il filosofo postmoderno Gianni Vattimo, tanto per fare un esempio illustre, parlando di queste cose nel suo celebre li­bro La società trasparente ha avuto modo di esprimersi come segue: “il pote­re economico è ancora nelle mani del grande capitale. Sarà – non voglio qui allargare troppo la discussione su questo terreno; il fatto è però che la stessa logica del mercato dell’informazione richiede una continua dilatazione di questo mercato, ed esige di conseguenza che tutto diventi in qualche modo oggetto di comunicazione. Questa moltiplicazione vertiginosa della comuni­cazione … determina il passaggio della nostra società alla postmodernità”.

“Sarà”…?!?

Occorre dunque specificare ulteriormente e cogliere i nessi di causa-effetto di tutto ciò in senso più preciso. Senza di che, come i teorici postmoderni (e molti dei loro antagonisti, che spesso finiscono invischiati nelle trame del proprio obiettivo polemico), ci limiteremmo al senno del post, ovvero all’occultamen­to del “perché” e del “come” si è determinata la situazione che ci troviamo a registrare. Prendiamo l’esempio dell’automobile. Nel momento in cui per lanciare i nuovi modelli “Bravo” e “Brava” la Fiat organizza una kermesse che prevede il riarredo urbano di Torino (36.500 piante fiorite, 6.000 metri di moquette co­lorata, nuovo maquillage a vetrine, autobus, strade, taxi e bottiglie d’acqua minerale servite in bar e ristoranti …), eventi massmediatici ed un convegno internazionale su “I colori della vita” a cui partecipano studiosi e scienziati provenienti da tutto il mondo e dai più svariati ambiti disciplinari – costo dell’operazione 10 miliardi – ci troviamo in pieno postmoderno, l’àmbito economico diviene tutt’uno con il circuito informativo-spettacolare e la quali­tà del valore d’uso comunicativo si tramuta direttamente in quantità di valore di scambio economico. Insomma, si tratta di vendere automobili e di recla­mizzare il fatto che sono colorate, altro che “i colori della vita”.

Ciò rappresenta però l’esatto contrario del dominio dell’astrazione [<=] della fun­zione comunicativa e dell’immateriale che l’ideologia postmoderna propa­ganda, essendo il verificarsi di questo processo una determinazione prodotta dall’attuale stadio dello sviluppo del modo di produzione capitalistico (non “sarà”…). Durante la fase espansiva del ciclo di accumulazione capitalistica legato alla produzione di automobili Mr. Ford poteva permettersi di dire, a proposito del suo famoso modello T, “possono senz’altro chiederla di qualsia­si colore, purché sia nero”. Paolo Cantarella, amministratore delegato di Fiat Auto, presentando i nuovi modelli “Bravo” e “Brava” ha altresì spiegato che la Fiat “ha abbandonato i grigi topo o fumo di Londra, che poi erano la stessa cosa, perché un auto deve corrispondere il più possibile al carattere di chi la possiede”.

Quello che è importante mettere in luce è che la comparazione tra le due di­chiarazioni – quella di Cantarella e quella di Mr. Ford – riconduce al passag­gio che vi è stato con la saturazione dei mercati conseguente alla crisi [<=], per cui Henry Ford poteva ancora permettersi di riporre la propria fiducia nello svi­luppo progressivo, in termini quantitativi, della produzione e del consumo standardizzati di massa, mentre Cantarella ha per le mani il problema di dover “sfondare” in un settore di mercato – quello che sta tra l’utilitaria e l’auto di lusso – già largamente saturato da Volkswagen, Opel, Audi, ecc.. Ciò che si rende necessario al gruppo Fiat in vista dell’inevitabile esaurirsi della spinta propulsiva di Uno, Y10 e Punto nel settore delle utilitarie. È a questa base materiale che si rende funzionale l’immaterialità della comunicazione spetta­colarizzata, quella targata Fiat nel caso in questione e successivamente gene­ralizzando. Ecco dunque che se la “teoria” la riconduciamo ai “fatti” abbiamo delle speci­ficazioni, dei nessi di causa-effetto ed una comprensione sistematica. In que­sto caso la materialità della crisi di sovraproduzione capitalistica ed i tentativi di risposta che il capitale ad essa dà.

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