Colpo di stato (frammento di storia contemporanea)

Qui si tratta di dimostrare, nel corso di uno sviluppo di parecchi anni (1848-1850), altrettanto critico quanto caratteristico per tutta l’Europa, l’intimo nesso causale e quindi, secondo il concetto di Marx, di ricondurre gli avvenimenti politici all’a­zione di cause in ultima istanza economiche. Nel giudicare avvenimenti e serie di avvenimenti della storia contemporanea non si sarà mai in condizione di risalire sino alle cause economiche ultime. Persino oggi che la stampa tecnica specializzata fornisce un materiale così ricco, non è possibile seguire giorno per giorno il corso del mercato mondiale e i mutamenti che sopravvengono nei metodi di produzione, in modo da poter in qualsiasi momento fare il bilancio generale di questi fattori multiformi, complessi e in continua mutazione, fattori di cui i più importanti, inoltre, agiscono a lungo e in modo latente prima di erompere improvvisamente e violentemente alla superficie.

Una netta visione della storia economica di un periodo determinato non può mai formarsi contemporaneamente, ma soltanto successivamente, dopo che sia stato raccolto e studiato il materiale. La statistica è qui un ausilio necessario e arriva sempre in ritardo. Per la storia contemporanea corrente si è quindi costretti anche troppo spesso a considerare questo fattore, che è il più decisivo, come costante, ad assumere come data e immutabile per l’intero periodo la situazione che si riscontra all’inizio del periodo considerato, o a prendere in considerazione soltanto quei mutamenti di questa situazione che sgorgano da avvenimenti che sono manifesti e che perciò si presentano essi pure in modo aperto. Il metodo materialista dovrà perciò limitarsi anche troppo spesso a ricondurre i conflitti politici a lotte di interesse delle classi sociali e delle frazioni di classe preesistenti, determinate dalla evoluzione economica e a ravvisare nei singoli partiti politici l’espressione politica più o meno adeguata di queste stesse classi o frazioni di classe. È evidente che tale inevitabile negligenza di quei mutamenti della situazione economica – base vera di tutti gli avvenimenti che si devono indagare – che si producono durante gli avvenimenti stessi, non può essere che una fonte di errori. Ma tutte le condizioni di una esposizione sintetica della storia contemporanea racchiudono in sé inevitabilmente fonti di errori, il che però non impedisce a nessuno di scrivere la storia contemporanea.

Marx, a partire dalla primavera del 1850, ebbe nuovamente agio di dedicarsi agli studi economici e si accinse innanzi tutto allo studio della storia economica degli ultimi dieci anni. In questo modo gli risultò completamente chiaro dai fatti stessi ciò che sino allora egli aveva ricavato in modo quasi aprioristico da materiali insufficienti: che la crisi commerciale mondiale del 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo e che la prosperità industriale ristabilitasi a poco a poco dalla metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e nel 1850, fu la forza che dette vita e nuovo vigore alla reazione europea. La rassegna storica fatta da Marx e da me [cfr. Neue Rheinische Zeitung, autunno del 1850 (maggio-ottobre)], rompe una volta per sempre con l’illusione di una prossima ripresa di energia rivoluzionaria: “una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi”.

Immediatamente dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851, Marx prese nuovamente in esame la storia della Francia dal febbraio 1848 sino a questo avvenimento, il quale poneva temporaneamente un termine al periodo rivoluzionario [cfr. Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte]. L’unanimità dei partiti operai di tutto il mondo riassume brevemente la sua rivendicazione della trasformazione economica: l’ap­propriazione dei mezzi di produzione da parte della società. A proposito del “diritto al lavoro”, che viene designato come “prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato”, si dice: “ma dietro al diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro al potere sul capitale sta l’appropria­zione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci”. Il socialismo operaio moderno si distingue nettamente tanto da tutte le diverse sfumature di socialismo feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., quanto dalla confusa comunità dei beni del comunismo utopistico e del comunismo operaio primitivo. Già ora i mezzi di distribuzione in possesso della comunità, dello stato o del comune noi li vogliamo appunto abolire.

Era naturale e inevitabile che le nostre concezioni della natura e dello sviluppo della rivoluzione “sociale” proclamata a Parigi nel febbraio 1848, della rivoluzione del proletariato, fossero fortemente colorite dai ricordi dei modelli del 1789-1830. E special­mente quando il sollevamento di Parigi trovò la sua eco nelle insurrezioni vittoriose di Vienna, Milano, Berlino, quando tutta l’Europa sino alla frontiera russa venne trascinata nel movimento; quando poi in giugno a Parigi venne combattuta la prima grande battaglia per il potere tra il proletariato e la borghesia; quando la vittoria stessa della propria classe scosse a tal punto la borghesia di tutti i paesi che essa si rifugiò di nuovo nelle braccia della reazione feudale monarchica poco prima rovesciata, date le condizioni di allora non poteva più esistere per noi nessun dubbio che era scoppiata la grande lotta decisiva e che questa lotta doveva venir combattuta in un solo periodo rivoluzionario di lunga durata e pieno di alternative.

Dopo la sconfitta del 1849 non condividemmo in nessun modo le illusioni della democrazia volgare raccolta attorno ai governi provvisori futuri in partibus [infidelium, nelle terre occupate dagli infedeli]. Questa contava su una vittoria rapida, decisiva una volta per tutte, del “popolo” sugli “oppressori”; noi su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli “oppressori”, tra gli elementi contraddittori che si celavano precisamente in questo “popolo”. La democrazia volgare aspettava la nuova esplosione dall’og­gi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno 1850 che almeno il primo capitolo del periodo rivoluzionario era chiuso e che non vi era da aspettarsi nulla sino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per questo fummo messi al bando come traditori della rivoluzione da quegli stessi che in séguito fecero tutti, quasi senza eccezione, la pace con Bismarck, nella misura in cui Bismarck trovò che ne valeva la pena.

Anche la nostra concezione d’allora era una illusione. La storia è andata anche più lontano; essa non ha soltanto demolito il nostro errore di quel tempo; essa ha pure sconvolto radicalmente le condizioni in cui il proletariato ha da lottare. Il modo di combattere del 1848 è oggi sotto tutti gli aspetti antiquato e questo è un punto che in questa occasione merita di essere esaminato più da vicino. Tutte le passate rivoluzioni hanno condotto alla sostituzione del dominio di una classe con quello di un’altra; ma sinora tutte le classi dominanti erano soltanto piccole minoranze rispetto alla massa del popolo dominata. Una minoranza dominante veniva rovesciata, un’altra minoranza prendeva il suo posto al timone dello stato e rimodellava le istituzioni politiche secondo i propri interessi.

E ogni volta si trattava di quel gruppo di minoranza che le condizioni dello sviluppo economico rendevano atto e chiamavano al potere. Appunto per questo e soltanto per questo avveniva che la maggioranza dominata partecipava al rivolgimento schierandosi a favore di quella minoranza, op­pure si adattava tranquillamente al rivolgimento stesso. Ma se prescindia­mo dal contenuto concreto di ogni caso, la forma comune di tutte quelle rivoluzioni consisteva nel fatto che esse erano tutte rivoluzioni di minoranze. Anche quando la maggioranza prendeva in esse una parte attiva, lo faceva soltanto, coscientemente o no, al servizio di una minoranza; questo fatto però, o anche solo il fatto del­l’atteggiamento passivo e della mancanza di resistenza della maggioranza, dava alla minoranza l’apparenza di essere rappresentante di tutto il po­polo. La minoranza vittoriosa in generale si scindeva: una metà era soddisfatta dei risultati raggiunti, l’altra voleva andare più avanti e presentava nuove rivendicazioni. Il partito più moderato prendeva di nuovo il sopravvento e le ultime conquiste andavano in tutto o in parte perdute di nuovo. Tutte le rivoluzioni dell’età moderna hanno presentato que­sti lineamenti, che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria.

E sembrava che essi fossero da applicarsi anche alle lotte del proletariato per la sua emancipazione; tanto più applicabili in quanto proprio nel 1848 si potevano contare sulle dita coloro che comprendevano anche solo in una certa misura in quale direzione si dovesse cercare questa emancipazione. Persino a Parigi, anche dopo la vittoria, le stesse masse proletarie non avevano nessuna idea chiara circa la via da battere. Eppure il movimento esisteva, istintivo, spontaneo, insopprimibile. Non era proprio quella la situazione in cui doveva vincere la rivoluzione, diretta bensì da una minoranza, ma questa volta non nell’in­teresse della minoranza, bensì nel più genuino interesse della maggioranza?

In tutti i periodi rivoluzionari un po’ lunghi si erano potute guadagnare, così, facilmente le grandi masse popolari anche solo mediante plausibili miraggi presentati loro dalle minoranze che le spingevano avanti, ma che non erano altro che l’espressione chiara, razionale, dei loro bisogni, da loro stesse ancora incompresi, sentiti soltanto in modo ancora confuso. Questo stato d’animo rivoluzionario delle masse aveva lasciato il posto quasi sempre, e per lo più molto presto, a uno spossamento e si era persino trasformato nel suo contrario, non appena, svanita l’illusione, era subentrato il disinganno. E presto, nel corso della realizzazione pratica (nella primavera del 1850) lo sviluppo della repubblica borghese sorta dalla rivoluzione “sociale” del 1848, aveva con­centrato il vero potere nelle mani della grande borghesia e per contro aveva raggruppato tutte le altre classi sociali, i contadini come i piccoli borghesi, attorno al proletariato.

La storia ha mostrato chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica sul continente era allora ancor lun­gi dall’esser maturo per l’eliminazio­ne della produzione capitalista; e se anche il potente esercito del proletariato non ha ancora raggiunto la meta, anche se esso, lungi dal conseguire la vittoria con una sola grande battaglia, deve progredire, lentamente, di posizione in posizione, con una lotta dura e tenace, ciò dimostra una volta per sempre come fosse impossibile conquistare la trasformazione sociale del 1848 con un semplice colpo di sorpresa. Una borghesia divisa in due frazioni prima di tutto però desiderava la calma e la sicurezza per i suoi affari pecuniari; di fronte a essa un proletariato vinto, sì, ma ancor sempre minaccioso, attorno al quale si raccoglievano sempre più la piccola borghesia e i contadini; la minaccia continua di un’esplosione violenta, che malgrado tutto non offriva nessuna prospettiva di soluzione definitiva. Tale era la situazione, che si sarebbe detta fatta apposta per il colpo di stato del pretendente pseudodemocratico Luigi Bonaparte.

Con l’aiuto dell’esercito questi pose fine il 2 dicembre 1851 alla situazione tesa e assicurò all’Europa la pace interna, per gratificarla, in cambio, di una nuova era di guerre [Crimea, Austria, Cina, Indocina, Siria, Messico e infine Germania]. Il periodo delle rivoluzioni dal basso era, intanto, chiuso; seguì un periodo di rivoluzioni dal­l’alto. Il ritorno all’impero del 1851 forni una nuova prova dell’im­maturità delle aspirazioni proletarie di quel tempo. Ma quel ritorno stesso doveva creare le condizioni nelle quali queste aspirazioni dovevano ma­turare. La tranquillità all’interno assicurò un pieno sviluppo al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare un’occupazione all’esercito e di distrarre con questioni di politica estera le correnti rivoluzionarie, generò le guerre in cui Bonaparte, col pretesto di far valere il “principio di nazionalità”, cercò di arraffare delle annessioni per la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, seguì la stessa politica per la Prussia; fece nel 1866 il suo “colpo di stato”, la sua “rivoluzione dall’alto” contro la Confederazione tedesca e l’Austria, non meno che contro la Konfliktskammer prussiana. Ma l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte. Così l’ironia della storia volle che Bismarck abbattesse Bonaparte (1870-1871)

Il periodo viene chiuso, però, dalla Comune di Parigi. Un tentativo sornione di Thiers di rubare alla Guardia nazionale di Parigi i suoi cannoni provocò un’insurrezione vittoriosa. Apparve ancora una volta che a Parigi non è più possibile nessun’altra rivoluzione, che non sia una rivoluzione proletaria. Dopo la vittoria il potere cadde nelle mani della classe operaia da sé, senza la minima opposizione. E ancora una volta apparve quanto questo potere della classe operaia fosse impossibile anche allora, venti anni dopo. La Comune si consumò nella infeconda controversia dei due partiti che la dividevano, dei blanquisti (maggioranza) e dei proudhoniani (minoranza) ignari ambedue del da farsi. Con la Comune di Parigi si credette di aver definitivamente sepolto il proletariato combattente. Ma tutt’al contrario dalla Comune e dalla guerra franco-tedesca data la sua ascesa più poderosa. E l’anniversario della Comune di Parigi divenne il primo giorno di festa generale di tutto il proletariato.

[f.e.]