Colpi di stato e rivoluzioni

Il colpo di stato è una forma di violenza, politica o pure militare, mirata al cambiamento di un governo in carica. Ciò che distingue il colpo di stato dalla rivoluzione, ma in diversa misura anche dalla guerra civile, dalla guerra rivoluzionaria e dalla guerra insurrezionale, è perché si tratta comunque sempre di un conflitto tra due gruppi della stessa classe dominante. La terminologia spesso usata di golpe deriva la sua origine dalle lingue ispaniche, soprattutto per l’uso fattone in America latina con una quasi esclusiva commistione dell’a­spetto militare con quello politico [di qui anche il termine pronunciamiento del capo dei golpisti]. Diffusosi sempre più nel secondo dopoguerra in Medioriente, in Africa e in Asia, anche in Europa si sono avuti “colpi di stato” [a es., in Francia (1958) con la ripresa del governo da parte di de Gaulle, in Grecia (1967) con l’avven­to della giunta militare dei “colonnelli”, o in Portogallo (1974) con la destituzione di Salazar]. Dopo l’avvento del fascismo, che non fu affatto una “rivoluzione” come blaterano i suoi fautori, né vide alla sua nascita una “guerra civile” (come avvenne in Spagna) che invece si verificò solo per la sua fine, ma un colpo di stato ordito da Benito Mussolini e dal re Vittorio Emanuele III di Savoia – altri tentativi parzialmente falliti si sono verificati anche in Italia, con le aspirazioni golpiste di Tambroni, De Lorenzo, Miceli, Gelli, ecc. con i vari “piano Solo”, P.2. e così via. In tutti questi casi la classe dominante borghese, in perfetta continuità, era sempre la medesima.

Le guerre rivoluzionarie, al contrario, possono essere definite tali soltanto se siano caratterizzate dal fatto di puntare a colpire e abbattere il sistema di potere dominante e la classe proprietaria che lo incarna, non solo il governo: in particolare nel mondo moderno l’obiettivo attuale può essere unicamente il superamento del mo­do di produzione capitalistico bor­ghese. Tutte le forme insurrezionali non aventi tale scopo esplicito sono ascrivibili a rivolte o ribellioni, perché non mirano direttamente a capovolgere i rapporti di potere e di proprietà. A margine di un’attivi­tà capace di preludere a una “rivoluzione”, simili forze possono tatticamente appoggiare le “guerre di liberazione nazionale”, in quanto guerre insurrezionali per l’autonomia di un popolo dal giogo di una potenza coloniale straniera, o di rivolta contro l’accettazio­ne da parte del potere interno del–l’oc­cupazione straniera, o sempre all’in­terno per la lotta contro i governi dispotici di stati sovrani.

Ma, appunto, in tutti codesti casi non si può ancora parlare correttamente di rivoluzione o di guerra rivoluzionaria; perciò sono da considerarsi poche le guerre “rivoluzionarie” paragonabili alla Rivoluzione francese del 1793, e magari dopo ancora nel XIX secolo al tentativo abortito della Comune di Parigi (1871); mentre gli episodi, a es. del 1848 in Europa segnarono solo “un traballamento superficiale” perché – come precisò Marx contro il “colpo di stato” di Na­poleone III – “lo spettro soltanto della rivoluzione fece la sua apparizione”. Perciò si è dovuto aspettare per riferirsi, nel XX sec., alle due grandi rivoluzioni (incompiute negli anni successivi) russa (1917) e cinese (1949). Anche le guerre iniziate per l’indi­pendenza nazionale in Algeria, contro la Francia (1954-1962), e a Cuba, contro il regime legato agli Usa di Batista (1956-1959), assunsero strada facendo parziali e provvisori riferimenti a un carattere rivoluzionario, in quanto sviluppatesi in riferimento al socialismo. Si sono avuti nel mondo moderno alcuni altri movimenti rivoluzionari la cui attività però è stata contenuta o soffocata.

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(da Enciclopedia Treccani)