Classi (analisi e composizione)

Di tutte le classi che oggi stanno di fronte alla borghesia, solo il proletariato è una classe veramente rivoluzionaria. L’aristocrazia feudale non è la sola classe che abbia visto le proprie condizioni di vita paralizzarsi e morire nella moderna società borghese. Nella produzione capitalistica, la determinatezza sociale economica dei mezzi di produzione – il fatto che essi esprimano un determinato rapporto di produzione – si è talmente sviluppata insieme all’esi­stenza materiale di questi mezzi di produzione in quanto tali, e ne è così inse­parabile nel modo di pensare della società borghese, che quella determinatez­za (categorica) si applica anche nel caso in cui il rapporto sia direttamente in contraddizione con essa. Il contadino indipendente, o l’artigiano, viene diviso in due persone: in quanto proprietario dei mezzi di produzione è capitalista e in quanto lavoratore è salariato di se stesso, cioè egli sfrutta se stesso come salariato e si paga il plusvalore. Parlando di piccoli contadini, ci si riferisce al proprietario di un pezzetto di terra, non più grande di quello che di regola egli è in grado di lavorare insieme alla sua famiglia. Questo piccolo contadino, al pari del piccolo artigiano, è dunque un lavorato­re che si differenzia dal moderno proletario per il fatto di essere ancora pro­prietario dei suoi mezzi di lavoro; si tratta quindi di una sopravvivenza di un modo di produzione ormai trascorso. Il possesso dei mezzi di produzione da parte dei singoli produttori oggigiorno non fornisce loro più alcuna libertà [<=] reale. L’artigianato nelle città è già andato in rovina. Il piccolo contadino che coltiva direttamente la propria terra non ne ha una proprietà sicura e non è li­bero: è nelle mani degli usurai e la sua esistenza è malsicura.

Nei paesi dove la civiltà moderna si è sviluppata, si è formata una nuova pic­cola borghesia, che oscilla tra il proletariato e la borghesia e si viene sempre ricostituendo come parte integrante della società borghese. La classe dei pic­coli commercianti e bottegai ha dunque una posizione intermedia. I suoi com­ponenti, però, vedono avvicinarsi il momento in cui spariranno completamen­te come parte autonoma della società odierna e saranno sostituiti nel com­mercio, nella manifattura e nell’agricoltura, da ispettori e agenti salariati. I ceti medi, i piccoli industriali, i negozianti, gli artigiani, gli agricoltori, i con­tadini, la gente che vive di piccola rendita, tutte queste classi soccombono nella concorrenza con i capitalisti più grandi, perdono il loro valore in con­fronto con i nuovi modi di produzione e combattono la borghesia per salvare dalla rovina la loro esistenza di ceti medi. Non sono dunque rivoluzionari, ma conservatori. Ancora di più, essi sono reazionari, essi tentano di far girare all’indietro la ruota della storia. La piccola borghesia mira a una trasformazione delle condizioni sociali che le renda possibilmente sopportabile e comoda la società esistente. Essa esige quindi soprattutto una riduzione della spesa statale attraverso una limitazione della burocrazia e il trasferimento delle imposte principali sui grandi proprie­tari terrieri e sulla grande borghesia. Essa esige inoltre l’eliminazione della pressione che il grande capitale esercita sul piccolo, a mezzo di istituti di cre­dito pubblici e di leggi contro l’usura, cosicché a essa e ai contadini divenga possibile ottenere prestiti a condizioni vantaggiose.

Quanto al sottoproletariato, che rappresenta la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società, esso viene qua e là gettato nel movimen­to da una rivoluzione proletaria; ma per le sue stesse condizioni di vita esso sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettersi al servizio di mene reazio­narie. Questo mazzo di elementi squalificati di tutte le classi, che pianta il suo quartier generale nelle grandi città, è il peggiore di tutti i possibili alleati. Una parte della borghesia desidera portar rimedio ai mali della società per assicurare l’esistenza della società borghese. [I membri dell’intellighentsia sono divisi dal proletariato anche a causa della loro ideologia. Provenendo da àmbiti borghesi, essi portano con sé una concezione borghese del mondo, che è stata ulteriormente rafforzata dal loro studio teorico. (a.p.)]. Ne fanno parte gli economisti, i filantropi, gli umanitari, gli zelanti del miglioramento delle condizioni delle classi operaie, gli organizzatori della beneficienza, i membri delle società protettrici degli animali, i fondatori delle società di temperanza, filosofi, semifilosofi e begli spiriti, e tutta la variopinta schiera dei minuti ri­formatori. Lo sviluppo della produzione capitalistica rende necessario un aumento conti­nuo del capitale collocato in un’impresa, e la concorrenza impone a ogni capi­talista individuale le leggi immanenti del modo di produzione capitalistico come leggi coercitive esterne. Con lo sviluppo della produzione capitalistica la scala della produzione viene determinata in grado sempre maggiore dal vo­lume del capitale, dall’impulso di valorizzazione e dalla necessità della conti­nuità e dell’ampliamento del processo di produzione. Nella misura in cui si sviluppano la produzione e l’accumulazione capitalistica, si sviluppano la concorrenza e il credito. La centralizzazione [<=] completa l’opera dell’accumula­zione e la cresciuta dimensione costituisce ovunque il punto di partenza di una più ampia organizzazione del lavoro complessivo di molti.

La produzione capitalistica stessa ha fatto sì che il lavoro di direzione, com­pletamente distinto dalla proprietà del capitale, vada per conto suo; le società per azioni, sviluppatesi con il sistema creditizio, hanno in generale la tenden­za a separare sempre più questo lavoro di amministrazione. Il salario di am­ministrazione appare completamente distinto dal guadagno d’imprenditore. Tuttavia si sviluppa nelle società per azioni un nuovo imbroglio per quanto riguarda il salario d’amministrazione, poiché accanto e al di sopra del dirigen­te effettivo si presentano una quantità di consiglieri di amministrazione e di controllo, per i quali in realtà amministrazione e controllo diventano semplice pretesto per depredare gli azionisti e arricchire se stessi. Che “l’anima del no­stro sistema industriale” non siano i capitalisti industriali ma i dirigenti (ma­nagers) è già stato messo in rilievo dal sig. Ure. È diventato dunque inutile che questo lavoro di direzione venga esercitato dal capitalista. Si sa che un direttore d’orchestra non ha affatto bisogno di essere proprietario degli strumenti dell’orchestra, come pure che non appartiene alla sua funzione di direttore di oc­cuparsi in qualche modo del “salario” degli altri musicisti. Ma poiché il sem­plice dirigente, che non possiede il capitale sotto alcun titolo, esercita tutte le funzioni effettive, rimane unicamente il funzionario. Le diverse forme di questo lavoro sono un momento necessario del processo capitalistico di produzione nella sua totalità, in cui esso comprende anche la circolazione [<=], o è da essa compreso. Le contraddizioni sviluppate nella circo­lazione delle merci, e più ampiamente nella circolazione del denaro, si ripro­ducono da sé nel capitale, poiché di fatto solo sulla base del capitale ha luogo una sviluppata circolazione di merci e denaro. Nell’essenza della produzione capitalistica è insita quindi una produzione senza riguardo ai limiti del merca­to. La circolazione del capitale è la metamorfosi che il valore subisce attra­versando diverse fasi. Le spese di circolazione si risolvono nelle spese che sono necessarie per realizzare il valore delle merci, per trasformarlo da merci in denaro.

La natura del capitale e della produzione basata su di esso consiste in questo: che il tempo di circolazione diventa un momento determinante ai fini del tem­po di lavoro. Il tempo che questo processo dura o costa a essere impiantato, appartiene ai costi di produzione della circolazione, alla produzione basata sullo scambio, sulla divisione del lavoro. Il tempo di lavoro che i capitalisti industriali perdono vendendosi fra di loro le merci non muta di carattere per il fatto che esso viene a gravare sul commerciante anziché sul capitalista indu­striale. Quando l’estensione degli affari impone o mette loro in grado di as­soldare come lavoratori salariati propri agenti della circolazione – cioè quan­do i capitalisti anziché compiere essi stessi quel lavoro ne fanno l’affare esclusivo di terze persone da essi pagate – sostanzialmente il fenomeno non è mutato. Mediante la divisione del lavoro, una funzione che è un momento ne­cessario della riproduzione viene trasformata da un’occupazione accessoria di molti nell’occupazione esclusiva di pochi. Forza-lavoro e tempo di lavoro de­vono essere spesi in certo grado nel processo di circolazione. Il tempo e il la­voro usato per portare a compimento il prodotto costituiscono delle condizio­ni di produzione. Il non-tempo di lavoro nella produzione costituisce una con­dizione del tempo di lavoro, una condizione per fare realmente di quest’ulti­mo il tempo di produzione.

Il capitale sborsato in questi costi – compreso il lavoro da esso comandato – appartiene ai “falsi costi” della produzione capitalistica. Cresce necessaria­mente la massa del prodotto che si trova sul mercato come merce, cresce la massa di capitale fissata più o meno a lungo nella forma di capitale-merce, e la maggior parte della società si trasforma in lavoratori salariati. Anche se i diversi produttori scientifici o artistici, artigiani o professionisti, lavorano per un capitale comune, in un rapporto che non ha niente a che fare col modo di produzione capitalistico vero e proprio, ciò d’altra parte non impedisce nem­meno che il rapporto in cui si trova ognuna di queste persone presa singolar­mente sia quello del salariato rispetto al capitale, in cui scambiano immedia­tamente il lavoro col denaro in quanto capitale. Tutti questi momenti proven­gono dalla forma della produzione e dal mutamento di forma in esso contenu­to. Con lo sviluppo della sottomissione reale del lavoro al capitale e quindi del modo di produzione specificamente capitalistico, il vero funzionario del pro­cesso lavorativo totale non è il singolo lavoratore, ma una forza-lavoro sem­pre più socialmente combinata. Le diverse forze-lavoro cooperanti partecipa­no in modo diverso al processo di produzione e valorizzazione – chi lavorando piuttosto con la mano e chi piuttosto col cervello, chi come direttore, ingegne­re, tecnico, ecc., chi come sorvegliante, manovale o semplice aiuto.

Per effetto dello sviluppo della forza produttiva del lavoro il reddito cresce a tal punto che il borghese ha bisogno di più “servitori” di prima: questa pro­gressiva trasformazione di una parte degli operai in servi è una bella prospet­tiva! Sulla nuova base – in cui è necessario meno lavoro vivo in rapporto a quello passato – anche i lavoratori esclusi e pauperizzati, e la parte dell’incre­mento della popolazione [<=], o vengono assorbiti dall’ampliamento degli affari nelle stesse industrie o in nuovi settori di occupazione aperti dal nuovo capita­le e che soddisfano nuovi bisogni: questa è la seconda bella prospettiva, per cui la classe lavoratrice deve sopportare tutti gli inconvenienti temporanei – licenziamenti e mobilità – ma senza che ciò ponga fine al lavoro salariato, che anzi viene riprodotto su scala sempre crescente. L’abbassamento del co­sto dei bisogni vitali immediati consente di ampliare l’ambito della produzio­ne di lusso, cosicché gli operai hanno questa terza bella prospettiva: che, per procurarsi la stessa quantità dei loro oggetti di prima necessità, metteranno in grado le classi più elevate di estendere, raffinare e diversificare l’àmbito dei godimenti di costoro, e di approfondire così l’abisso economico, sociale e po­litico che li separa da quelli che stanno meglio di loro. Queste sono le contraddizioni da cui deriva il continuo accrescimento delle nuove classi medie che si trovano nel mezzo tra lavoratori da una parte e capi­talisti e proprietari fondiari dall’altra, che si nutrono direttamente in sempre maggior ampiezza del reddito nazionale e che gravano come un peso sulla sottostante base lavoratrice, aumentando la sicurezza e la potenza sociale dei diecimila sovrastanti.

Tra la borghesia e il proletariato esistono numerosi strati intermedi i quali progressivamente, con gradazioni quasi impercettibili, conducono da una classe all’altra. In parte si tratta di classi di recente formazione, di ufficiali e sottufficiali degli eserciti industriali: da capi-officina e tecnici, attraverso in­gegneri, dottori, capi-ufficio su fino ai direttori, essi costituiscono una catena ininterrotta di funzionari; negli strati inferiori essi fanno parte degli sfruttati, in quelli più elevati essi partecipano allo sfruttamento. In modo differente dai residui del vecchio ceto medio indipendente, la cosiddetta nuova classe media – l’intellighentsia, i funzionari, gli impiegati del settore privato – costituisce quello strato intermedio. Esso si differenzia dal vecchio ceto medio, piccola borghesia, in un punto importante: non è proprietario dei mezzi di produzio­ne, vive invece della vendita della propria forza-lavoro. Esso è una classe moderna, in ascesa, che con lo sviluppo sociale diviene sempre più numerosa e rilevante. La sua forza-lavoro è altamente qualificata; la sua retribuzione è considerevolmente più elevata; i suoi membri occupano posizioni dirigenti e scientifiche, da cui dipende il profitto d’impresa. [a.p.].

Numerose funzioni e attività che un tempo erano circondate da un alone sa­cro, si trasformano da una parte in lavoro salariato, per quanto diversi ne sia­no il contenuto e la remunerazione, dall’altro cadono – per il calcolo del loro valore, del prezzo delle diverse prestazioni, dalla prostituta al re e al papa – sotto l’impero delle leggi che regolano il prezzo del lavoro salariato. Queste occupazioni trascendenti, venerande – il sovrano i giudici, gli ufficiali, i preti, ecc., l’insieme degli antichi ordini ideologici che le producono, i loro dotti, maestri e preti – vengono equiparati, dal punto di vista economico, alla folla dei loro lacchè e dei loro buffoni che viene mantenuta dalla ricchezza oziosa. Essi sono semplici “servitori” pubblici, vivono del prodotto del lavoro altrui, appartengono alle spese di circolazione, appaiono come “falsi costi” di pro­duzione. Ma alla grande massa dei cosiddetti lavori “superiori” – come i funzionari sta­tali, i militari, gli artisti, i medici, i preti, i magistrati, gli avvocati, ecc. – al­cuni dei quali sono sostanzialmente distruttivi e però sanno come appropriarsi di una grandissima parte della ricchezza “materiale”, un po’ vendendo le loro merci “immateriali” un po’ imponendole con la forza, non è gradito affatto di essere relegati, dal punto di vista economico, nella stessa classe dei buffoni e dei servitori, e di apparire, rispetto ai produttori veri e propri e agli agenti del­la produzione, come semplici consumatori e parassiti.

Tuttavia, in quanto essi divengono o perfino si rendono necessari – sia per le infermità fisiche (come i medici), sia per le debolezze spirituali (come i preti), sia per il conflitto tra gli interessi privati e gli interessi nazionali (come gli impiegati statali, gli avvo­cati, i magistrati, i poliziotti, i soldati) – la società borghese impara dall’espe­rienza che la necessità, ereditata dal passato, della combinazione sociale di tutte queste classi deriva dalla sua propria organizzazione. Lo stato, la chiesa, ecc., sono giustificati solo nella misura in cui sono comitati d’amministrazio­ne o di gestione degli interessi comuni dei borghesi produttivi. Cosicché la società borghese produce di nuovo, nella sua propria forma, tutto ciò che essa aveva combattuto nella forma feudale o assolutistica. Essa si pre­senta poi come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’intervento dello stato. Ricostituisce una nuova aristocrazia finanziaria [<=], una nuova categoria di parassiti nella forma di escogitatori di pro­getti, di fondatori e di direttori che sono tali semplicemente di nome; tutto un sistema di frodi e di imbrogli che ha per oggetto la fondazione di società, l’emissione e il commercio di azioni, ecc. Tanto i fannulloni quanto i loro pa­rassiti dovevano trovare il loro posto nel miglior ordinamento possibile del mondo.

[f.e.-k.m.-a.p.]

(le considerazioni marxiane ed engelsiane sul concetto di classe sono tratte da vari testi: capp. 23 e 24 del I libro del Capitale, cap. 6 del II, capp. 23 e 27 e, naturalmente, cap. 52 (Le classi) del III, laddove “il manoscritto si interrom­pe”; appendice 4 del I volume delle Teorie del plusvalore e capp. 17 e 18 del II volume; VI capitolo inedito; quaderno V e VI dei Lineamenti fondamentali; prima sezione dell’Ideologia tedesca, prima parte della Sacra famiglia, Criti­ca della filosofia del diritto, Miseria della filosofia, La questione contadina in Francia e in Germania e, ovviamente, Manifesto del partito comunista; gli inserti sulle “nuove classi medie” sono tratti da Anton Pannakœk, Le diffe­renze tattiche nel movimento operaio)