Classe #2 (concetto e formazione)

I proprietari della semplice forza-lavoro, i proprietari del capitale e i proprie­tari fondiari, le cui rispettive fonti di reddito sono salario, profitto e rendita fondiaria, in altre parole i lavoratori salariati, i capitalisti e i proprietari fon­diari costituiscono le tre grandi classi [<=] della società moderna, fondata sul mo­do di produzione capitalistico. Tuttavia la stratificazione delle classi non ap­pare mai nella sua forma pura. Fasi medie e di transizione cancellano tutte le linee di demarcazione. Ma per l’analisi delle classi ciò è irrilevante. Che cosa costituisce una classe? A prima vista può sembrare che ciò sia dovu­to all’identità dei loro redditi e delle loro fonti di reddito. Tuttavia da questo punto di vista, anche i medici, a es., e gli impiegati verrebbero a formare due classi, poiché essi appartengono a due distinti gruppi sociali. Lo stesso var­rebbe per l’infinito frazionamento di interessi e di posizioni, creato dalla divi­sione sociale del lavoro. Non è necessario, però, per enucleare le leggi dell’e­conomia borghese – le leggi di un’epoca che ha sostituito, alle antiche, nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta, distinguendosi così dalle altre epoche per aver semplificato gli antagonismi di classe, scin­dendo l’intera società sempre più in due grandi campi nemici, due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato – scri­vere la storia reale dei rapporti di produzione.

Le condizioni originarie della produzione non possono essere prodotte esse stesse. Proprietà [<=] significa, originariamente, nient’altro che il rapporto del­l’uomo con le condizioni naturali della produzione in quanto gli appartengo­no, presupposte con la sua stessa esistenza, rapporto con esse in quanto pre­supposti naturali. Originariamente, dunque, proprietà significa rapporto del soggetto che lavora, produce e si riproduce, con le condizioni oggettive della sua produzione o riproduzione in quanto gli appartengono. Non è l’unità degli uomini viventi e attivi con le condizioni naturali del loro ricambio materiale con la natura, che ha bisogno di una spiegazione o che è il risultato di un pro­cesso storico, ma la separazione di queste condizioni oggettive dell’esistenza umana da questa esistenza attiva, una separazione che si attua pienamente sol­tanto nel rapporto tra lavoro salariato e capitale. La tendenza costante e la legge di sviluppo del modo di produzione capitalistico è di separare in grado sempre maggiore i mezzi di produzione dal lavoro e di concentrare progressi­vamente in larghi gruppi i mezzi di produzione dispersi, trasformando con ciò il lavoro in lavoro salariato ed i mezzi di produzione in capitale.

Questi sono i presupposti storici necessari per trovare il lavoratore come lavoratore salaria­to, come lavoratore libero – libero in due sensi: libero dagli antichi rapporti di servitù o di dipendenza personale, e inoltre libero da ogni forma di esistenza oggettiva e materiale, libero da ogni proprietà – ossia, come capacità lavorati­va puramente soggettiva che si contrappone alle condizioni oggettive della produzione come alla sua non proprietà, come a proprietà altrui, a capitale. Si presuppongono processi storici che consistono nella separazione di ele­menti uniti, condizioni oggettive della produzione e del lavoro – terra, materia prima, mezzi di sussistenza, strumenti di lavoro, denaro, o tutto ciò insieme – dal lavoro stesso, dal loro tradizionale legame con gli individui che ne sono stati poi staccati. Ciò presuppone un processo di dissoluzione il cui risultato non è la scomparsa di uno degli elementi, ma la comparsa di ciascuno di que­sti in una relazione negativa con l’altro, in cui siano mutate soltanto le condi­zioni della loro proprietà e del loro modo di esistenza. Si considera un proces­so storico che abbia reso la massa dell’umanità affatto priva di proprietà e l’abbia posta altresì in contraddizione con un mondo esistente della ricchezza e della cultura, separando il lavoratore libero (potenzialmente) da una parte e il capitale (potenzialmente) dall’altra. La separazione delle condizioni ogget­tive dalle classi che sono state trasformare in lavoratori liberi, salariati, deve presentarsi altresì come autonomizzazione di queste stesse condizioni al polo opposto.

La storia di ogni società esistita finora è storia di lotte di classe [<=]. Nelle epoche anteriori della storia troviamo quasi dappertutto una completa articolazione della società in diversi ordini, una molteplice graduazione delle posizioni so­ciali: liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, e per di più anche particolari graduazioni in quasi ognuna di queste classi. Per il solo fatto che è una classe e non più un ordine, la borghesia è costretta a organizzarsi non più localmente ma nazionalmente, e a dare una forma generale al suo interesse. Dalle numerose borghesie locali delle singole città sorse assai lentamente la classe borghese, attraverso condi­zioni di vita che erano comuni a tutti i borghesi e indipendenti da ciascun in­dividuo singolo. Con lo stabilirsi dei collegamenti delle singole città queste condizioni comuni si svilupparono per diventare condizioni di classe. Con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un’impronta cosmopolitica alla produzione e al consumo di tutti i paesi. Dove ha raggiunto il dominio, la borghesia ha distrutto tutte le condizioni di vita feudali, patriar­cali, idilliache. Ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio e ha messo lo sfruttamento aperto, spudorato, diretto e arido al posto dello sfrutta­mento mascherato di illusioni religiose e politiche. La borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività che erano considerate degne di venerazione e di rispetto: ha tramutato il medico, il giurista, il prete, il poeta, l’uomo della scienza, in suoi salariati. Si dissolvono tutti i rapporti stabili e irrigiditi, con il loro seguito di idee e di concetti antichi e venerandi, e tutte le idee e i concetti nuovi invecchiano prima di potersi fissare.

Le condizioni economiche poste dal medesimo processo storico avevano dap­prima trasformato la massa della popolazione in lavoratori liberi. La domina­zione del capitale ha creato a questa massa una situazione comune e interessi comuni. Così questa massa è già in sé una classe nei confronti del capitale, ma non lo è ancora per sé. Nella lotta questa classe si riunisce e si costituisce in classe per se stessa. Gli interessi che essa difende diventano interessi di classe. Quando il proletariato annuncia la dissoluzione dell’ordine esistente, non fa altro che rivelare il segreto della sua propria esistenza, dato che esso è già di fatto la dissoluzione di questo ordine. Quando il proletariato rivendica la negazione della proprietà privata, non fa che innalzare a principio della so­cietà ciò che la società ha innalzato a principio del proletariato. Questa forma storica della proprietà privata è costretta a mantenere in essere se stessa e con ciò il suo termine antitetico, il proletariato: questo è il lato positivo dell’anti­tesi. Invece il proletariato è costretto a negare se stesso e con ciò il termine antitetico che lo condiziona e lo fa proletariato, e cioè la proprietà privata. La classe proprietaria e la classe del proletariato rappresentano la stessa autoe­straneazione umana. Ma la prima classe si sente completamente a suo agio in questa autoestraneazione, sa che l’estraneazione è la sua propria potenza ed ha in essa la parvenza di un’esistenza umana; la seconda si sente annientata nell’estraneazione, vede in essa la sua impotenza, e la realtà di un’esistenza non umana. Essa, per usare un’espressione di Hegel, è nell’abiezione la ribel­lione contro questa abiezione, ribellione a cui essa è necessariamente spinta dalla contraddizione della sua natura umana con la situazione della sua vita che è la negazione aperta, decisa, assoluta di questa natura. In seno all’antite­si, dunque, il proprietario privato è il partito della conservazione ed il proleta­rio il partito della distruzione. Il primo lavora alla conservazione dell’antitesi, il secondo alla sua distruzione. La lotta di classe contro classe è una lotta po­litica.

La borghesia, al suo sorgere, ha bisogno del potere dello stato. Non basta che le condizioni di lavoro si presentino come capitale a un polo e che all’altro polo si presentino uomini che non hanno altro da vendere che la propria forza-lavoro. E non basta neppure costringere questi uomini a vendersi volon­tariamente. Man mano che la produzione capitalistica procede, si sviluppa una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine, riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione. L’organizzazione del processo di produzione capitalistico sviluppato spezza ogni resistenza; la costante produzione di una sovrapopolazione relativa tiene la legge della do­manda e dell’offerta di lavoro, e quindi il salario, entro un binario che corri­sponde ai bisogni di valorizzazione del capitale; la silenziosa coazione dei bi­sogni del capitale appone il suggello al dominio del capitalista sul salariato. Si continua a usare la forza extraeconomica, immediata, solo per eccezione. Per il corso ordinario delle cose il lavoratore salariato può rimanere affidato alle “leggi naturali della produzione”, cioè alla sua dipendenza dal capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione che viene garantita e per­petuata da esse. I singoli individui formano una classe solo in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ri­trovano l’uno di contro all’altro. Quanto più una classe dominante è capace di assimilare gli uomini migliori delle classi dominate, tanto più solida e perico­losa è la sua dominazione. L’organizzazione dei proletari in classe e quindi in partito politico torna a essere spezzata ogni momento.

[k.m.]