Civiltà (superiorità dell'occidente)

La Dialettica dell’illuminismo è uscita nel 1947. Se ora ripubblichiamo l’o­pera dopo vent’anni è per la consapevolezza che non poche delle idee ivi espresse sono ancora oggi del tutto valide. Il libro fu composto in un momento in cui si poteva prevedere la fine del terrore nazionalsocialista. Nel periodo della scissione politica in enormi blocchi obiettivamente spinti a scontrarsi, l’orrore permane. I conflitti nel terzo mondo e il risorgere del totalitarismo [<=] non sono dei puri incidenti storici così come non lo era, secondo la Dialettica, il fascismo di allora. L’evoluzione, analizzata nel libro, verso un’integrazione totale, è interrotta ma non tron­cata; essa minaccia di attuarsi attraverso guerre e dittature. Il libro diventa un documento, ma noi speriamo che sia al contempo qualcosa di più [dalla Premessa all’ultima edizione tedesca (1969), di Max Horkheimer - Theodor W. Adorno].

È venuto meno il concetto stesso di vita umana come unità della storia di un uomo: la vita del singolo è definita ormai solo dal suo opposto, la distruzione, ma ha perduto ogni armonia e coerenza, ogni ricordo consapevole e memoria involontaria – ha perduto il significato. Gli individui si riducono alla pura successione di presenti puntuali, che non lasciano traccia, o le cui tracce sono per loro oggetto di odio, come irrazionali, superflue, e superate nel senso più letterale. Come è sospetto ogni libro che non sia appena uscito, come il pensiero della storia, al di fuori della scienza specializzata, innervosisce i tipi attuali, così li manda in bestia il passato dell’uo­mo. Ciò che uno è stato e sperimentato un tempo, è annullato di fronte a ciò che è, ha, o a cui può servire adesso.

Il primo consiglio, tra benevolo e minaccioso, che si impartisce spesso all’emigrato, e cioè quello di dimenticare completamente il passato, dal momento che non può trasferirlo con sé, di farci una croce sopra e di cominciare senz’altro una nuova vita, vorrebbe infliggere d’autorità all’in­truso, sentito come un essere spettrale, ciò che si è appreso da tempo a fare a sé stessi. Si soffoca la storia in sé e negli altri, per timore che possa rammentare lo sfacelo della propria esistenza – che consiste a sua volta, in larga misura, nella rimozione della storia. Ciò che accade a tutti i sentimenti, l’esclusione di tutto ciò che non ha un valore di mercato, accade nel modo più brutale a quello da cui non si può ottenere neppure la ricostituzione psicologica della forza-lavo­ro, al lutto. Che diventa lo stigma della civiltà, sentimentalismo asociale, che dimostra che non si è ancora riusciti del tutto a inchiodare gli uomini al regno degli scopi. Così il lutto viene sfigurato più di ogni altra cosa, ridotto coscientemente alla formalità sociale che la bella salma è sempre stata, in larga misura, per gli uomini induriti. Si infligge in realtà ai morti ciò che per gli antichi ebrei era la maledizione più tremenda: nessuno si ricorderà di te. Gli uomini sfogano sui morti la loro disperazione di non ricordarsi nemmeno di sé stessi.

La resistenza della natura esterna, a cui risale in definitiva la pressione, si prolunga nella società attraverso le classi [<=] e agisce su ogni individuo, fin dall’infanzia, come durezza degli altri. Gli uomini sono molli quando vogliono qualcosa dai più forti; duri e brutali quando ne sono richiesti dai più deboli. È questa la chiave del carattere nella società come è stata finora. La conclusione che il terrore [<=] e la civiltà sono inseparabili, tratta dai conservatori, è solidamente fondata.

Lo sviluppo della civiltà si è compiuto all’insegna del carnefice. Non ci si può disfare del terrore e conservare la civiltà. Attenuare il primo è già l’inizio della dissoluzione. Di qui si possono trarre le conseguenze più diverse: dal culto della barbarie fascista [o in versione berlusconiana] alla fuga rassegnata nei gironi infernali [Dante, Inferno, c. III]. Ma se ne può trarre anche un’altra: non curarsi della logica, quando è contro l’umanità.

Sotto la storia nota dell’Europa corre una storia sotterranea. Essa consiste nella sorte degli istinti e delle passioni umane represse e sfigurate dalla civiltà. Colpito dalla mutilazione è soprattutto il rapporto col corpo. La divisione del lavoro, in cui la fruizione è finita da una parte e il lavoro dall’altra, ha colpito d’interdetto la forza bruta. Come lo schiavo, anche il lavoro ebbe un marchio. Il cristianesimo ha esaltato il lavoro [<=], ma ha umiliato tanto più, in compenso, la carne come origine di ogni male.

C’erano due razze per natura, i superiori e gli inferiori. La liberazione dell’individuo europeo è avvenuta nel quadro di una generale trasformazione culturale che ha scavato tanto più a fondo la scissione nell’animo dei liberati, quanto più si attenuava la coazione fisica dall’esterno. L’odio-amo­re per il corpo tinge di sé tutta la civiltà moderna. Il corpo, come ciò che è inferiore e asservito, viene ancora deriso e maltrattato, e insieme desiderato come ciò che è vietato, reificato, estraniato. Solo la civiltà conosce il corpo come una cosa che si può possedere, solo in essa esso si è separato dallo spirito – quintessenza del potere e del comando – come oggetto, cosa morta, corpus.

Il corpo fisico non si può più ritrasformare in corpo vivente. Rimane un cadavere, per quanto possa essere allenato e irrobustito. La trasformazione in cosa morta, che si delinea nel suo nome, fa parte del processo costante che ha ridotto la natura a materiale e materia. Le opere della civiltà sono il frutto della sublimazione, del­l’odio-amore acquisito verso il corpo e la terra, da cui il dominio ha avulso tutti gli uomini. Ma l’assas­sinio, il si­cario, i giganti abbrutiti, adoperati se­gretamente come giustizieri dai potenti legali e illegali, grandi e piccoli, … tutti i lupi mannari che vivono nel buio della storia e tengono desta la paura, senza la quale non ci sarebbe il dominio: in loro l’odio-amore per il corpo è brutale e immediato, essi violano tutto quello che toccano, distruggono ciò che vedono in luce, e questa distruzione è il rancore per la reificazione; essi ripetono, con cieca furia, sull’oggetto vivente, ciò che non possono più fare che non sia accaduto: la scissione della vita nello spirito e nel suo oggetto. L’uomo li attrae irresistibilmente; lo vogliono ridurre al corpo, nulla deve avere il diritto di vivere. Questa ostilità degli infimi – già accuratamente coltivata e protetta dai superiori, laici e ecclesiastici – per la vita atrofizzata in loro, con cui essi in modo omosessuale e paranoico, entrano in contatto attraverso l’omicidio, è sempre stato uno strumento indispensabile dell’arte di governo. L’ostilità degli schiavi verso la vita è una forza inesauribile della sfera notturna della storia.

[m.h.-t.a.]

(da Max Horkheimer - Theodor W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, 1947)