Circolazione #2 (plusvalore, sovraproduzione)

Perfino Ricardo dice, in alcuni passi, che la ricchezza consta unicamente di valori d’uso. Egli trasforma lì la produzione borghese in mera produzione per il valore d’uso, il che è una “bella visione” di un modo di produzione dominato dal valore di scambio. Egli considera così la forma specifica della ricchezza borghese come qualcosa di puramente formale, che non coinvolge il proprio contenuto. Quindi nega anche le contraddizioni della produzione borghese che esplodono nelle crisi [<=]. Di qui tutta la sua falsa concezione del denaro. Di qui, inoltre, deriva il fatto che Ricardo nel processo di produzione del capitale trascura completamente il processo di circolazione [<= #1], in quanto esso implica la metamorfosi delle merci, la necessità della trasformazione del capitale in denaro. Il processo di circolazione cancella, offusca la connessione con il valore in rapporto al tempo di lavoro: poiché la massa del plusvalore [<=] qui è determinata anche dal tempo di circolazione del capitale, sembra che si introduca un elemento estraneo al tempo di lavoro. Nel capitale compiuto, che appare come un tutto – unità di processo di circolazione e di produzione, ossia come una determinata somma di valore che, in un determinato spazio di tempo, in un determinato segmento di circolazione, produce un determinato profitto (plusvalore) – in questa figura il processo di produzione e il processo di circolazione esistono ormai solo come ricordo e come momenti che determinano uniformemente il plusvalore, velando in tal modo la sua natura “semplice”. Il plusvalore adesso appare come profitto.

Questo profitto: i. è riferito a una determinata sezione della circolazione, che è differente dal tempo di lavoro; ii. il plusvalore è calcolato e riferito non alla parte del capitale da cui immediatamente deriva, ma indistintamente all’intero capitale; in questo modo la sua fonte è sottratta alla vista; iii. benché in questa prima forma del profitto la sua massa sia ancora quantitativamente identica alla massa del plusvalore prodotto dal singolo capitale, il tasso del profitto, riferito all’intero capitale anticipato, è fin da principio differente dal tasso del plusvalore, riferito alla sola parte variabile di esso; iv. presupponendo come dato il tasso di plusvalore, il tasso di profitto può salire o scendere, perfino in senso contrario al tasso di plusvalore. Così, nella prima figura del profitto, il plusvalore ha già una forma che non solo non lascia immediatamente riconoscere la sua identità col plusvalore, col pluslavoro, ma anzi sembra contraddirla immediatamente. Poi, con la trasformazione del profitto in profitto medio, esso non solo sembra ma è effettivamente differente dal plusvalore.

Il profitto è determinato dal valore del capitale anticipato. Il rapporto tra il profitto e la composizione organica del capitale è completamente cancellato, irriconoscibile. Con la trasformazione dei valori in prezzi di costo, la base stessa – la determinazione del valore delle merci mediante il tempo di lavoro in esse contenuto – sembra soppressa. Nella misura in cui il denaro serve a pagare debiti e non accelera il processo di riproduzione – e forse anzi lo rende impossibile o lo riduce – è solo denaro per colui che lo prende a prestito, mentre per il prestatore è effettivamente capitale indipendente dal processo del capitale. In questo caso, l’interesse è un fatto indipendente dalla produzione capitalistica come tale, dalla creazione di plusvalore. L’interesse è esplicitamente posto come generato dal capitale, separato, indipendente ed estraneo al processo capitalistico stesso. In tal modo anche l’ultima forma del plusvalore, che in qualche modo rammenta la sua origine, viene isolata e concepita in una forma non solo estraniata, ma foggiata in diretta opposizione a essa – e con ciò la natura del capitale e del plusvalore, come della produzione capitalistica in generale, viene infine completamente mistificata.

Il capitale, da un rapporto, si trasforma sempre più in una cosa, ma in una cosa che ha incorporato, ingoiato, il rapporto sociale, una cosa che si rapporta a se stessa con una vita e un’autonomia fittizie, un essere “sensibilmente sovrasensibile”: è la forma della sua realtà o piuttosto la sua vera forma d’esistenza. Ed è la forma in cui vive nella coscienza dei suoi portatori, i capitalisti, in cui si rispecchia nelle loro idee. Questa forma fissa e ossificata (metamorfizzata) del profitto – e con ciò del capitale in quanto suo fondamento, suo produttore, in quanto il capitale si conserva e si accresce nel profitto, poiché il capitale è la base, la causa, la sostanza, e il profitto la conseguenza, l’effetto, l’accidente – è ulteriormente rafforzata nel suo aspetto esteriore dal fatto che lo stesso processo di perequazione del capitale ne stacca una parte sotto forma di rendita. Nella scissione del profitto in interesse [o rendita] e profitto industriale, la natura del plusvalore (e quindi del capitale) non è solo cancellata, ma esplicitamente rappresentata come qualcosa di completamente differente [“nuova economia”]. In queste forme del plusvalore, la natura del plusvalore, l’essenza del capitale e il carattere della produzione capitalistica sono quindi non solo completamente cancellati, ma rovesciati nel loro contrario. D’altra parte, il carattere e la figura del capitale sono compiuti come soggettivizzazione delle cose, reificazione di soggetti, inversione di causa ed effetto, quiproquo religioso, quando la forma pura del capitale D-D’ [a es., quella che opera in borsa] è rappresentata ed espressa in maniera insensata, senza alcuna mediazione [<=].

Allora anche l’ossificazione dei rapporti, la loro rappresentazione come un rapporto tra uomini e cose, dotato di un determinato carattere sociale, è ben diversa che nella semplice mistificazione della merce e in quella, già più complicata del denaro. La transustanziazione, il feticismo è compiuto. L’interesse riassume il carattere estraniato delle condizioni di lavoro in rapporto all’attività del soggetto. Rappresenta la mera proprietà [<=] del capitale come mezzo per appropriarsi dei prodotti del lavoro altrui – in quanto dominio sul lavoro altrui – che gli spetta al di fuori del processo di produzione e che non è affatto il risultato della specifica determinatezza di questo processo di produzione stesso. Non lo rappresenta in antitesi al lavoro ma, al contrario, senza alcuna relazione con il lavoro e come mero rapporto tra un capitalista e l’altro. Quindi come una determinazione esteriore e indifferente al rapporto tra capitale e lavoro. La ripartizione del profitto tra i capitalisti è indifferente al lavoratore come tale. In realtà, l’interesse [insieme alla rendita] presuppone il profitto, di cui è soltanto una parte, e per il lavoratore salariato è perciò del tutto indifferente il modo in cui il plusvalore si divide in interesse e profitto, si ripartisce tra diverse specie di capitalisti.

In gran parte il profitto del capitalista – trattandosi di “espropriazione” di altri capitalisti, campo in cui l’operare individuale del singolo capitalista ha mano particolarmente libera, e non trattandosi invece di creazione di plusvalore – deriva dalla distribuzione del profitto complessivo dell’intera classe dei capitalisti tra i suoi singoli membri, nel campo “mercantile”. Certe specie di profitto – per esempio quelle fondate sulla speculazione [<=] – si muovono unicamente in questo campo. Ciò che mostra la bestiale stupidità dell’economia volgare è che essa lo confonde con il profitto che deriva dalla creazione di plusvalore (da parte del capitale operante [<=]). Trattandosi di simili asini, è naturale che confondano le spese di calcolo e le cause di compensazione dei capitalisti – nella distribuzione del profitto complessivo dell’intera classe dei capitalisti – con ragioni per lo sfruttamento dei lavoratori da parte dei capitalisti stessi, con le cause, per così dire genetiche, del profitto come tale.

[k.m.]