Circolazione #1 (velocità, scorte)

Si fa strada l’idea che il capitalista ammassi alla maniera del tesaurizzatore o che immagazzini una provvista di mezzi di sussistenza, come le api il miele. Ma è un modo di dire. Non parliamo dei bottegai che vendono mezzi di sussistenza; naturalmente, essi devono sempre possedere una buona quantità di scorte. Questo ammassamento non è che lo stadio intermedio in cui si trova la merce prima di passare dalla circolazione al consumo: è la sua esistenza sul mercato [<=] come merce [<=]. Come tale, essa può sussistere solo in questa forma. Non importa in quali mani si trovi: importa solo che negli stadi intermedi essa rappresenta scambio di capitale contro capitale (propriamente, di capitale più un profitto, poiché nella merce il produttore non vende soltanto il capitale ma anche il profitto realizzato sul capitale), e nell’ultimo stadio eventualmente capitale contro reddito (cioè, quando la merce è destinata a entrare non nel consumo industriale, ma in quello individuale). La merce che è ultimata come valore d’uso nella forma atta alla vendita si trova – come merce sul mercato – nella fase della circolazione: tutte le merci si trovano in questa fase in quanto devono percorrere la loro prima metamorfosi, la trasformazione in denaro.

Se la produzione è svariata e massiccia, e quindi anche il consumo è tale, sarà maggiore la massa delle merci più differenti che si trova continuamente in questa sosta, in questo stadio intermedio, in una parola in circolazione, ovvero sul mercato. Dal punto di vista della quantità, grande “ammassamento” qui non significa altro che grande produzione e consumo. La sosta delle merci – la loro permanenza in questo momento del processo, la loro presenza sul mercato invece che nella fabbrica o nell’abitazione privata (come articolo di consumo), e nel negozio o nel magazzino del bottegaio – non è che un momento fuggevole nel processo della loro vita. L’esistenza fissa e autonoma di tale “mondo di merci”, “mondo di cose”, è pura parvenza. La sala d’aspetto è sempre piena, ma sempre di nuovi viaggiatori. Le medesime merci – ma secondo la specie – sono costantemente ricreate nella sfera della produzione, presenti sul mercato, afferrate dal consumo. Così, non le stesse identiche merci, ma merci della medesima specie, si trattengono sempre contemporaneamente in questi tre stadi. Se lo stadio intermedio si prolunga, di modo che le nuove merci che escono dalle diverse sfere di produzione trovano il mercato ancora occupato dalle precedenti, si determina un affollamento, un arresto, il mercato è sovraccarico, le merci vengono svalutate: è la sovraproduzione.

Quando, dunque, lo stadio intermedio della circolazione si rende autonomo, quando non è soltanto un arresto della corrente nel suo fluire, quando la presenza delle merci nella fase della circolazione si manifesta come ammassamento, questo non è un libero atto del produttore, non è uno scopo o una fase vitale immanente della produzione – proprio come l’afflusso di sangue alla testa che porta il colpo apoplettico non è una fase immanente della circolazione del sangue. Il capitale in quanto capitale-merci (così si manifesta in questa fase della circolazione, sul mercato) non deve consolidarsi, può rappresentare soltanto una sosta nel movimento. Altrimenti si turba il processo di riproduzione. L’intero meccanismo viene alterato. Tanto piccola è, e può essere, questa ricchezza oggettiva, apparentemente concentrata in singoli punti, in confronto al flusso costante della produzione e del consumo. La ricchezza perciò non reca una data remota: è sempre di ieri. D’altra parte, se la riproduzione si arrestasse a causa di una perturbazione, i magazzini ecc. si svuoterebbero; si verificherebbe una carenza e si vedrebbe immediatamente che la continuità che la ricchezza esistente sembra possedere non è che la continuità del suo ricostituirsi, della sua riproduzione, l’oggettivazione costante del lavoro sociale.

Presso il bottegaio ha luogo anche la circolazione semplice [M-D-M]: il fatto che egli realizzi un profitto qui non ci riguarda. Egli vende la merce e ricompra la medesima merce (dal punto di vista della specie); la vende al consumatore e la ricompra dal produttore. La medesima specie di merce si trasforma qui continuamente in denaro e il denaro si ritrasforma costantemente nella medesima merce. Ma questo movimento non rappresenta altro che la riproduzione costante, la produzione e il consumo costanti, poiché la riproduzione include il consumo. La merce per poter essere riprodotta deve essere venduta, cadere nel consumo: essa deve dare buona prova di sé come valore d’uso. Infatti, con la scomparsa del suo portatore – il valore d’uso – scompare anche il valore di scambio, a meno che la scomparsa del valore d’uso non sia essa stessa un atto di produzione. Il processo di riproduzione – essendo unità di circolazione e produzione – implica il consumo, che è esso stesso un momento della circolazione. In realtà, considerando il problema nel suo complesso, il bottegaio paga la merce al produttore col medesimo denaro con cui compra da lui il consumatore. Rispetto al produttore, egli rappresenta il consumatore, e rispetto al consumatore, il produttore; egli è compratore e venditore della merce. Dal punto di vista meramente formale, il denaro, in quanto egli lo usi per acquistare, è in realtà la metamorfosi finale della merce del consumatore.

Il passaggio della merce nello stadio intermedio in cui essa permane come merce nella circolazione – in quanto sia la trasformazione della merce nel denaro del consumatore e la ritrasformazione di questo denaro, che ora appartiene al bottegaio nella medesima specie di merce – non esprime altro che il passaggio continuo della merce nel consumo. A tale scopo, infatti, il posto lasciato vuoto dalla merce che cade nel consumo dev’essere occupato dalla merce che proviene dal processo di produzione e che entra ora in questo stadio. La permanenza della merce nella circolazione e il suo essere sostituita da nuove merci dipende naturalmente dal tempo durante il quale le merci si trovano nella sfera di produzione, vale a dire dalla lunghezza del suo periodo di riproduzione, e varia a seconda della diversità di questo periodo. I differenti “serbatoi” della circolazione (magazzini, ecc.) sono tanto canali di scarico per la produzione quanto canali di afflusso per il consumo. Finché si trova qui, la merce è merce e quindi si trova sul mercato, in circolazione. Il consumo la sottrae a questi serbatoi solo pezzo a pezzo, goccia a goccia. La sostituzione, il flusso delle merci successive che la scacciano, si avrà solo poco a poco, quando questi serbatoi si svuotano, a misura che si avvicinano le merci sostitutive.

Se resta un’eccedenza e la nuova produzione è superiore alla media, si avrà un arresto. Lo spazio che codesta determinata merce deve occupare sul mercato è sovraccarico. Affinché tutte vi trovino posto, le merci contraggono i loro prezzi di mercato, e questo le rimette in moto. Se la loro massa come valori d’uso è troppo grande, si adattano allo spazio che debbono occupare con una contrazione dei loro prezzi. Sebbene sia chiaro che la massa assoluta delle merci ammassate nei “serbatoi” della circolazione aumenti con lo sviluppo dell’industria, perché aumentano la produzione e il consumo, questa stessa massa, comparata con la somma stessa della produzione e del consumo, diminuisce. Il passaggio delle merci dalla circolazione al consumo si abbrevia. E precisamente per le seguenti ragioni. La velocità della riproduzione aumenta:

1. Non appena la merce percorre rapidamente le differenti fasi della sua produzione, il processo di produzione si abbrevia in ogni fase perché diminuisce il tempo di lavoro necessario alla produzione della merce, in ognuna delle sue forme.

2. Sia per l’associazione di differenti branche d’affari, di centri di produzione che si formano, sia per lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, la merce passa rapidamente da una fase all’altra; ossia, si abbrevia il tempo occupato dalla permanenza della merce nello stadio intermedio tra una fase di produzione e quella successiva, ossia si accorcia il passaggio da una fase della produzione all’altra.

3. Tutto questo sviluppo – l’abbreviazione sia delle fasi di produzione sia del passaggio da una fase all’altra – presuppone la produzione su larga scala, la produzione di massa, e, nello stesso tempo, la produzione basata sull’impiego di molto capitale costante, specialmente di capitale fisso; e quindi il flusso ininterrotto della produzione: non flusso nel senso considerato ora (mediante l’accostamento e l’addentellarsi delle diverse fasi di produzione), ma nel senso che nella produzione non hanno luogo pause intenzionali.

Questo processo non aspetta la domanda, ma è una funzione del capitale. Il capitale continua a lavorare sempre alla medesima scala (a prescindere dall’accumulazione e dall’espansione) con uno sviluppo e un’estensione costante delle forze produttive. La produzione, quindi, non solo è rapida, così che la merce raggiunga velocemente la forma in cui è atta a circolare, ma è costante. La produzione qui appare solo come riproduzione continua, e nello stesso tempo è produzione di massa. Se le merci, perciò, sostano a lungo nei “serbatoi” della circolazione – se vi si accumulano – esse ben presto li sovraccaricheranno per la rapidità con cui si susseguono le ondate di produzione e la gran quantità di roba che riversano continuamente in tali “serbatoi”. Ma le medesime necessità che creano questa velocità e questo carattere di massa della riproduzione, riducono anche la necessità di raccogliere le merci in codesti “serbatoi”. In parte – per quanto riguarda il consumo industriale – ciò è già implicito nell’avvicinamento reciproco delle fasi di produzione che la merce stessa o le sue componenti devono percorrere. Se tali elementi sono prodotti quotidianamente in grandi quantità, e trasportati fino ai cancelli delle fabbriche, all’industriale basta tenerne una piccola scorta; o, il che è lo stesso, se vi è un intermediario, quest’ultimo, oltre a ciò che vende giorno per giorno e di cui viene quotidianamente rifornito, ha bisogno solo di una piccola scorta [“just in time”].

Ma, a prescindere dal consumo industriale, in cui le scorte delle merci (cioè, le scorte delle componenti delle merci) devono diminuire in tal modo, anche il bottegaio può contare in primo luogo sulla rapidità delle comunicazioni, in secondo luogo sulla certezza del rinnovo e del rifornimento rapido e continuo. Quindi sebbene il suo giro d’affari possa aumentare, ogni singola merce si trattiene più brevemente nel suo magazzino, in questo stadio di passaggio. Rispetto al suo fatturato, al suo giro d’affari, vale a dire rispetto all’entità sia della produzione sia del consumo, la massa complessiva di merci da lui di volta in volta trattenuta, ammassata nella sua scorta, è piccola. Un riempimento straordinario dei “serbatoi” – nella misura in cui non sia dovuto alla saturazione del mercato, che in queste circostanze si verifica tuttavia con una facilità infinitamente maggiore di quando regnava una lentezza patriarcale – ha un carattere meramente speculativo. D’altra parte, si verifica una continua estensione del mercato, e, nella misura in cui diminuisce l’intervallo di tempo durante il quale la merce si trova sul mercato, aumenta l’espansione, vale a dire che il mercato si estende in senso spaziale, e volendo descrivere la periferia della sfera di produzione della merce rispetto al centro si deve prolungare sempre di più il raggio. La rapidità della riproduzione è connessa o, meglio, è solo un’altra espressione del fatto che il consumo vive alla giornata – “cambia d’abito e biancheria” con la stessa rapidità con cui muta le sue opinioni, e non porta lo stesso vestito per dieci anni, ecc.

Il consumo, anche per gli articoli in cui ciò non sia imposto dalla natura del valore d’uso, è sempre più simultaneo alla produzione, sempre più dipendente dal lavoro presente (poiché, di fatto, è scambio di lavoro coesistente). E ciò nella stessa misura in cui il lavoro passato diventa un fattore sempre più importante della produzione, sebbene si tratti di un passato di fresca data e soltanto relativo. Ecco un esempio di quanto la necessità di tenere scorte sia legata all’insufficienza della produzione. Solo laddove entra in circolazione il prodotto diventa merce. Quindi la circolazione si allarga straordinariamente con la produzione capitalistica per le seguenti ragioni: i. la produzione di massa, la quantità, il carattere di massa, non stanno in alcun rapporto quantitativo col bisogno del produttore; ii. l’unilateralità qualitativa del prodotto sta in rapporto inverso all’accresciuta varietà dei bisogni; questa differenziazione delle merci è duplice: le differenti fasi di una stessa produzione, come pure i lavori intermedi (richiesti per le componenti, ecc.), si scompongono in diversi rami di lavorazione reciprocamente indipendenti (oppure, il medesimo prodotto si trasforma, nelle diverse fasi o stadi successivi, in differenti generi di merci); iii. trasformazione della maggioranza della popolazione in lavoratori salariati, che prima consumavano una massa di prodotti in natura; iv. mobilizzazione di una massa di beni, prima “inalienabili”, come merci, e creazione di forme di proprietà che consistono unicamente in titoli; da un lato, alienazione della proprietà fondiaria, ecc. (anche la mancanza di proprietà delle masse fa sì che esse si comportino, a es. nei confronti della loro abitazione, come nei confronti di una merce); dall’altro, sviluppo del sistema azionario.

[k.m.]