Centralizzazione #2 (credito e speculazione)

Se si parla del progresso dell’accumulazione sociale, oggi, vi sono tacitamen­te compresi gli effetti della centralizzazione [<= #1]. Mentre la centralizzazione au­menta gli effetti dell’accumulazione e li accelera, essa allarga e accelera allo stesso tempo i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale, che ne aumentano la parte costante a spese di quella variabile, e con ciò diminuisco­no la domanda relativa di lavoro. Le masse di capitale saldate da un giorno all’altro mediante la centralizzazio­ne si riproducono e aumentano come le altre, solo che aumentano più rapida­mente, diventando in tal modo nuove potenti leve dell’accumulazione sociale in poche mani, senza che debba crescere in assoluto il volume dei valori-capitale in funzione, e perciò anche il volume del capitale monetario in cui essi vengono anticipati. La grandezza dei singoli capitali può crescere attra­verso la centralizzazione in poche mani, senza che cresca la loro somma so­ciale. È mutata soltanto la ripartizione dei singoli capitali.

L’accumulazione accelera la caduta del saggio del profitto, in quanto determi­na la concentrazione del lavoro su ampia scala e di conseguenza una compo­sizione superiore del capitale. D’altro lato, la diminuzione del saggio del pro­fitto accelera, a sua volta, la concentrazione di capitale e la sua centralizza­zione mediante l’espropriazione di piccoli capitalisti, degli ultimi produttori diretti sopravvissuti, presso i quali è ancora qualche cosa da espropriare. Il successo e l’insuccesso portano qui egualmente all’accentramento dei capi­tali e quindi all’espropriazione sulla scala più vasta. L’espropriazione si estende qui dai produttori diretti agli stessi capitalisti piccoli e medi. Tale espropriazione costituisce il punto di partenza del modo di produzione capita­listico, e allo stesso tempo il suo scopo. A misura che il capitale speso si accresce, il profitto, anche se diminuisce come saggio, aumenta come massa. Questo implica tuttavia al tempo stesso una concentrazione di capitale, poiché ora le condizioni di produzione richie­dono l’impiego di capitali molto forti; e per conseguenza la centralizzazione, vale a dire l’assorbimento dei piccoli capitalisti da parte dei grandi e la loro “de­capitalizzazione”. Si tratta ancora una volta della separazione – elevata alla seconda potenza – delle condizioni del lavoro dai produttori, ai quali questi piccoli capitalisti ancora appartengono, poiché il lavoro in proprio tiene anco­ra un posto considerevole nel loro corso.

Questo processo avrebbe come conseguenza di portare rapidamente la produ­zione capitalistica allo sfacelo, qualora altre tendenze contrastanti non eserci­tassero di continuo un’azione centrifuga accanto alla tendenza centripeta. La custodia dei fondi di riserva dei commercianti, le operazioni tecniche di in­casso e di pagamento del denaro, i pagamenti internazionali, e per conseguen­za il commercio dei lingotti, si concentrano nelle mani dei commercianti di denaro. In seguito a questo commercio di denaro si sviluppa l’altro aspetto della natura del credito, l’amministrazione del capitale produttivo d’interesse [<=] o del capitale monetario [<=], come funzione particolare dei commercianti di de­naro. Il prendere a prestito e il dare a prestito denaro costituisce il loro affare particolare. Essi servono da intermediari fra chi effettivamente prende a pre­stito e chi effettivamente dà a prestito capitale monetario.

Espressa in termini generali, l’attività del banchiere sotto questo aspetto con­siste nel concentrare nelle sue mani e in grandi masse il capitale monetario disponibile per il prestito, così che di fronte ai capitalisti industriali e com­merciali, in luogo del singolo individuo che dà denaro a prestito, si trovano i banchieri, come rappresentanti di tutti coloro che danno denaro a prestito. Es­si diventano gli amministratori generali del capitale monetario. D’altro lato essi rappresentano, di fronte a tutti coloro che danno a prestito, la figura di chi prende a prestito, poiché essi prendono a prestito per tutto quanto il mondo commerciale. Una banca rappresenta da un lato la concentrazione del capitale monetario, cioè di coloro che danno a prestito, d’altro lato la concentrazione di quelli che prendono a prestito. Con lo sviluppo del sistema bancario, e soprattutto non appena le banche pa­gano un interesse per i depositi, vengono depositati presso di esse i risparmi in denaro e il denaro momentaneamente non impiegato di tutte le classi. As­surda è perciò la frase fatta che fa derivare il capitale dal risparmio [<=], perché ciò che lo speculatore pretende è proprio che altri risparmino per lui. Piccole somme, insufficienti per operare isolatamente come capitale monetario, sono riunite in grandi masse e costituiscono cosi una potenza monetaria.

Questa azione di metter insieme piccole somme deve essere distinta come azione specifica del sistema bancario, da quella d’intermediario tra i capitali­sti monetari veri e propri e coloro che prendono a prestito. Infine vengono de­positate presso le banche anche quelle rendite che devono essere consumate solo a poco a poco. Se il credito appare come la leva principale della sovraproduzione e della so­vraspeculazione nel commercio, ciò avviene soltanto perché il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limi­te, e vi viene spinto proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegato da quelli che non ne sono proprietari, i quali quindi agiscono in tutt’altra maniera dai proprietari, i quali, quando operano personalmente, han­no paura di superare i limiti del proprio capitale privato. Da ciò risulta chiaro soltanto che la valorizzazione del capitale, fondata sul carattere antagonistico della produzione capitalistica, permette l’effettivo, libero sviluppo soltanto fi­no a un certo punto, quindi costituisce di fatto una catena e un limite imma­nente della produzione, che viene costantemente spezzato dal sistema crediti­zio. Il sistema creditizio affretta quindi lo sviluppo delle forze produttive e la for­mazione del mercato mondiale, che il sistema capitalistico di produzione ha il compito storico di costituire, fino a un certo grado, come fondamento materia­le della nuova forma di produzione. Il credito affretta al tempo stesso le eru­zioni violente di questa contraddizione, ossia le crisi [<=] e quindi gli elementi di disfacimento del vecchio sistema di produzione.

Il credito sviluppa la molla della produzione capitalistica, cioè l’arricchimen­to mediante lo sfruttamento del lavoro altrui, fino a farla diventare il più co­lossale sistema di gioco e d’imbroglio, limitando sempre più il numero di quei pochi che sfruttano la ricchezza sociale: un capitale illusorio. In periodi di difficoltà per il mercato monetario, questi titoli subiranno una duplice ridu­zione di prezzo; innanzi tutto perché il saggio dell’interesse aumenta, e in se­condo luogo perché essi vengono gettati sul mercato in massa, per essere con­vertiti in denaro. Non appena la burrasca è passata questi titoli riprendono il loro valore precedente, eccettuato il caso in cui si tratti di imprese sfortunate o di bassa speculazione. Il loro deprezzamento durante la crisi agisce come mezzo efficace per l’ac­centramento dei patrimoni monetari. In quanto la diminuzione o l’aumento di valore di questi titoli sono indipendenti dal movimento di valore del capitale reale che essi rappresentano, la ricchezza di una nazione non varia in conse­guenza di tale diminuzione o aumento. Con lo sperpero di capitale in imprese assolutamente senza valore, la nazione non risulta impoverita di un centesimo in seguito allo scoppio di queste bolle di sapone di capitale monetario nomi­nale. Tutti questi titoli non sono in realtà che una accumulazione di diritti, ti­toli giuridici, sulla produzione futura, e il loro valore monetario o valore-capitale non costituisce capitale, come a es. nel caso del debito pubblico [<=], op­pure è determinato in modo completamente indipendente dal valore del capi­tale reale che essi rappresentano.

In tutti i paesi a produzione capitalistica esiste una massa enorme di cosiddet­to capitale produttivo d’inter­esse o di capitale monetario sotto questa forma. E per accumulazione del capitale monetario si deve intendere in gran parte esclusivamente l’accumulazione di questi diritti sulla produzione, l’accumula­zione del prezzo di mercato, del valore-capitale illusorio di questi diritti. Questa espropriazione si presenta come appropriazione della proprietà sociale da parte di pochi individui, e il credito attribuisce a questi pochi sempre più il carattere di puri e semplici cavalieri di ventura. Poiché la proprietà esiste qui sotto forma di azioni, il suo movimento ed il suo trasferimento non sono che il puro e semplice risultato del gioco di borsa do­ve i piccoli pesci sono divorati dagli squali e le pecore dai lupi di borsa.

[k.m.]