Centralizzazione #1 (attrazione di capitale già esistente)

Lo sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro presuppone una coopera­zione su larga scala; solo con questo presupposto possono essere organizzate la divisione e la combinazione del lavoro, possono essere economizzati i mez­zi di produzione concentrandoli in massa, possono essere creati mezzi di la­voro già materialmente adoperabili solo in comune, p. es. il sistema delle macchine [<=]; forze immense della natura possono essere costrette al servizio del­la produzione e può compiersi la trasformazione del processo di produzione in applicazione tecnologica della scienza. Sul terreno della produzione delle merci la produzione su larga scala può allignare solo in forma capitalistica. I capitali individuali, e con essi la concentrazione dei mezzi di produzione, crescono nella proporzione in cui costituiscono parti aliquote del capitale complessivo sociale. Se quindi da un lato l’accumulazione si presenta come concentrazione crescente dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, dall’altro si presenta come repulsione reciproca di molti capitali individuali. Contro questa dispersione del capitale complessivo sociale in molti capitali individuali oppure contro la repulsione reciproca delle sue frazioni agisce l’attrazione di queste ultime. Non si tratta più di una concentrazione semplice dei mezzi di produzione e del comando sul lavoro, identica con l’accumula­zione. Si tratta di concentrazione di capitali già formati, del superamento del­la loro autonomia individuale, dell’espropria­zione del capitalista da parte del capitalista, della trasformazione di molti capitali minori in pochi capitali più grossi. Questo processo di distingue dal primo per il fatto che esso presuppo­ne solo una ripartizione mutata dei capitali già esistenti e funzionanti, il cui campo d’azione non è limitato dall’aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell’accumulazione.

Il capitale qui in una mano sola si gon­fia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. È que­sta la centralizzazione vera e propria a differenza dell’accumulazione e con­centrazione. Il buon mercato delle merci dipende, coeteris paribus, dalla pro­duttività [<=] del lavoro, ma questa a sua volta dipende dalla scala della produzio­ne. I capitali più grossi sconfiggono perciò quelli minori. Si ricorderà inoltre che, con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico, cresce il volume minimo del capitale individuale, necessario per far lavorare un’azienda nelle sue condizioni normali. I capitali minori si affollano perciò in sfere della pro­duzione delle quali la grande industria si sia impadronita fino allora solo in via sporadica o incompleta. La concorrenza infuria qui in proporzione diretta del numero e in proporzione inversa della grandezza dei capitali rivaleggianti. Essa termina sempre con la rovina di molti capitalisti minori, i cui capitali in parte passano nelle mani del vincitore, in parte scompaiono.

Si forma una potenza assolutamente nuova, il sistema del credito, che ai suoi inizi s’insinua furtivamente come modesto ausilio dell’accumulazione, attira mediante fili invisibili i mezzi pecuniari, disseminati in masse maggiori o mi­nori alla superficie della società, nelle mani di capitalisti individuali o asso­ciati, diventando però ben presto un’arma nuova e terribile nella lotta della concorrenza e trasformandosi infine in un immane meccanismo sociale per la centralizzazione dei capitali. Allo stesso tempo il progresso dell’accumu­lazione aumenta la materia centra­lizzabile, ossia i capitali singoli, mentre l’allargamento della produzione capi­talistica crea qua il bisogno sociale, là i mezzi tecnici di quelle potenti impre­se industriali, la cui attuazione è legata a una centralizzazione del capitale av­venuta in precedenza. Oggi quindi la reciproca forza d’attrazione dei capitali singoli e la tendenza alla centralizzazione sono più forti che mai nel passato. Ma anche se l’estensione relativa e l’energia del movimento centralizzatore sono determinate in un certo grado dalla grandezza già raggiunta dalla ric­chezza capitalistica e dalla superiorità del meccanismo economico, ciò mal­grado il progresso della centralizzazione non dipende affatto dall’aumento positivo della grandezza del capitale sociale. Ed è questo specificamente che distingue la centralizzazione dalla concentrazione, la quale non è che un’e­spressione diversa per indicare la riproduzione su scala allargata.

La centra­lizzazione può avvenire in virtù di un semplice cambiamento nella distribu­zione di capitali già esistenti, cioè di un semplice mutamento nel raggruppa­mento quantitativo delle parti costitutive del capitale sociale. La centralizzazione completa l’opera dell’accumulazione mettendo in grado i capitalisti industriali di allargare la scala delle loro operazioni. Ora, che quest’ultimo risultato sia conseguenza dell’accumulazione o della centralizza­zione; che la centralizzazione si compia in via violenta, cioè con l’annessione, nel quale caso certi capitali diventano per altri centri di gravità così preponde­ranti da spezzarne la coesione individuale e da attirare poi a sé i frammenti singoli, o che avvenga la fusione di una quantità di capitali già formati o in formazione, in virtù di un procedimento più blando, cioè della formazione di società per azioni, l’effetto economico rimane lo stesso.

[k.m.]