Capitale speculativo

Capitale speculativo
(critica della “rendita finanziaria”)
Il grande merito dell’economia classica consiste nell’aver dissipato la falsa apparenza e illusione, l’auto­no­mizzazione e ossificazione dei diversi elementi sociali della ricchezza, questa personificazione delle cose e oggettivazione dei rapporti di produzione – questa “religione della vita quotidiana” – riducendo l’interesse a una parte del profitto e la rendita al­l’eccedenza oltre il profitto medio, così che ambedue coincidano con il plusvalore. Il lavoro come tale, nella sua determinazione semplice di attività produttiva corrispondente a uno scopo, si mette in rapporto con i mezzi di produzione non nella loro forma sociale determinata, ma nella loro sostanza materiale, come materiale e mezzi di lavoro, che parimenti si distinguono tra loro soltanto materialmente, come valori d’uso, la terra come mezzo di lavoro non prodotto, gli altri come mezzi di lavoro prodotti.
È chiaro che il capitale presuppone il lavoro come lavoro salariato. Il loro carattere sociale [è] determinato da un’epoca storica determinata particolare, nel processo di produzione capitalistico. La forma delle condizioni di lavoro estraniata dal lavoro, resa autonoma nei suoi confronti e così trasmutata, nella quale quindi i mezzi di produzione prodotti sono trasformati in capitale e la terra in terra monopolizzata, in proprietà fondiaria, questa forma appartenente a un determinato periodo storico [è fatta] coincidere perciò con l’esistenza e la funzione dei mezzi di produzione prodotti e della terra nel processo di produzione in generale. Come nel capitale e nel capitalista – che in realtà non è altro che il capitale personificato – i prodotti diventano una potenza autonoma nei confronti dei produttori, così nel proprietario fondiario viene personificata la terra, che anch’essa si erge come potenza autonoma ed esige la sua parte del prodotto che le spetta; ma è il proprietario fondiario che ottiene, al posto suo, una parte di questo prodotto per sperperarla e dissiparla [rendita fondiaria]. Capitale e mezzo di produzione prodotto divengono così espressioni identiche; così pure espressioni identiche divengono terra e terra monopolizzata dalla proprietà privata.
Il profitto e la rendita fondiaria non sono altro che forme particolari assunte da particolari parti del plusvalore delle merci. La grandezza del plusvalore limita la somma delle parti in cui esso si può suddividere. Il profitto medio più la rendita è dunque uguale al plusvalore. Ciò che sorprende è che, accanto al capitale [?], accanto a questa forma di un elemento di produzione appartenente a un determinato modo di produzione, a una determinata configurazione storica del processo sociale di produzione, vengono senz’altro posti la terra – natura inorganica come tale, in tutta la sua selvaggia primitività – da un lato, il lavoro dall’altro, due elementi del reale processo di lavoro che sono comuni in questa forma materiale a tutti i modi di produzione, e non hanno nulla a che vedere con la forma sociale dello stesso. Il capitale, la terra e il lavoro appaiono, rispettivamente, co­me fonti di interesse (anziché profitto), rendita fondiaria e salario. È appunto per questo che l’“e­conomista volgare” preferisce la formula capitale-interesse, con la sua occulta facoltà di rendere un valore differente da sé stesso, alla formula capitale-profitto, perché con questa si è già più vicini all’effettivo rapporto capitalistico.
In contrasto con il profitto medio, l’interesse appare sgorgare dal capitale come sua propria fonte autonoma. Nella ripartizione tra plusvalore e salario (come per la ripartizione del plusvalore tra profitto e rendita) dalla loro differenza qualitativa proviene la ripartizione quantitativa; per l’inte­resse la differenza qualitativa proviene al contrario dalla ripartizione puramente quantitativa della stessa parte di plusvalore. Se il capitale originariamente, alla su­perficie della circolazione, appariva come un capitale feticcio, valore generante valore, ora esso si presenta di nuovo nella figura del “capitale produttivo di interesse” [?] come nella sua forma più estraniata e più particolare. Per rifluire come capitale, la somma di valore anticipata deve non soltanto essersi conservata nel movimento, ma deve aver valorizzato se stessa, accresciuto la sua grandezza di valore, quindi deve ritornare con un plusvalore, e questo accrescimento è qui l’interesse o la parte del profitto medio che non rimane nelle mani del capitalista operante, ma tocca al capitalista monetario.
Sul mercato monetario, la merce non ha che una forma, il denaro [?]. La concorrenza tra le diverse forme qui cessa e anche il capitale si trova di fronte a tutti nella forma nella quale esso è ancora indifferente rispetto alla sua determinata natura o maniera del suo impiego. Il capitale industriale che compare come capitale sostanzialmente comune di tutta la classe solo nel movimento e nella concorrenza tra le diverse sfere, si manifesta qui realmente, con tutto il suo peso, come tale. Si aggiunge a ciò che, con lo sviluppo della grande industria, il capitale monetario [?], in quanto es­so appare sul mercato, è rappresentato in grado sempre maggiore, non dal singolo capitalista, dal proprietario di questa o di quella frazione del capitale che si trova sul mercato, ma si presenta come una massa concentrata or­ganizzata, che, del tutto diversamente dalla produzione reale, è posta sotto il controllo del banchiere che rappresenta il capitale sociale.
La maggior parte del capitale del banchiere è puramente fittizia [?] e consiste in titoli di credito, titoli di stato e azioni (buoni sui proventi futuri); non si deve dimenticare che il valore monetario del capitale rappresentato da queste carte che giacciono nelle casseforti dei banchieri è puramente fittizio e che esso viene regolato indipendentemente dal valore del capitale effettivo che questi titoli, almeno in parte, rappresentano; e quan­do questi titoli non rappresentano capitale, ma soltanto dei semplici diritti sui proventi, il diritto su uno stesso provento si esprime in capitale monetario fittizio [?] soggetto a continue modificazioni. A ciò si aggiunge ancora che il capitale fittizio del banchiere rappresenta per la maggior par­te non il suo proprio capitale, ma quel­lo del pubblico che l’ha depositato presso di lui. I depositi figurano come semplici voci di contabilità, in quanto i crediti reciproci si compensano e vengono reciprocamente annullati e si pagano soltanto le differenze.
Così che, per quanto riguarda la forma della domanda, al capitale da prestito [?] si contrappone il peso di una classe; per quanto riguarda l’of­ferta, esso stesso si presenta in massa come capitale da prestare. Questi sono alcuni dei motivi per cui il tasso generale del profitto appare come un’immagine nebulosa, evanescente, rispetto al tasso dell’in­te­resse determinato. Se si vuol chiamare “interesse” il prezzo del capitale monetario, si tratta di una forma irrazionale del prezzo, assolutamente in contraddizione col prezzo della merce. Il prezzo è qui ridotto alla sua forma puramente astratta e priva di contenuto. La ripartizione del profitto medio in interesse e profitto vero e proprio viene regolata dalla domanda e dal­l’offerta, ossia dalla concorrenza, esattamente come i prezzi di mercato delle merci. Ma la differenza balza agli occhi qui al pari dell’analogia. Se la domanda e l’offerta si equilibrano, il prezzo di mercato della merce appare regolato dalle leggi interne alla produzione capitalistica, indipendentemente dalla concorrenza, poiché le oscillazioni della domanda e del­l’of­ferta non spiegano altro se non le deviazioni dei prezzi di mercato.
Diversamente stanno invece la cose per quanto riguarda l’interesse del capitale monetario. La concorrenza non determina qui le deviazioni da una legge, poiché qui non esiste una legge della ripartizione all’infuori di quella imposta dalla concorrenza; non esiste, infatti, un livello “naturale” del tasso d’interesse: ciò che deve essere determinato è di per sé qualcosa di arbitrario. Come [il capitalista industriale e il capitalista monetario] che hanno diritto al profitto medio se lo ripartiscano è una questione in sé e per sé puramente empirica, che appartiene al regno della casualità. Nel capitale produttivo d’interesse tutto si presenta come fatto esteriore, come semplice trasferimento. Il tasso del­l’interesse sta al tasso del profitto precisamente come il prezzo di mercato della merce sta al suo valore.
Il sistema creditizio che ha come centro le pretese banche nazionali e i potenti prestatori di denaro, e gli usurai che pullulano attorno a essi, rappresenta un accentramento enorme e assicura a questa classe di parassiti una forza favolosa, tale da intervenire nel modo più pericoloso nella produzione effettiva – e questa banda non sa nulla della produzione e non ha nulla a che fare con essa. Questi rispettabili banditi – ai quali si uniscono i finanzieri e gli speculatori di borsa – sfruttano la produzione nazionale e internazionale. “Gli istituti bancari sono istituzioni religiose e morali. Il consiglio del banchiere è più importante di quello del sacerdote” – ha scritto G. M. Bell, direttore di banca scozzese.
[k.m.]
(da Karl Marx, Il capitale, III, sez.V-VII)