Capitale produttivo d'interesse

Capitale produttivo d’interesse
(usura)
Il campo peculiare tipico dell’usura, dove essa opera largamente, è costituito dalla funzione del denaro come mezzo di pagamento. Il denaro deve essere versato a scadenze determinate. Le moderne crisi monetarie [?] dimo­strano come ciò possa ancora oggi portare a situazioni in cui il capitalista monetario e l’usuraio si fondano in­sieme. In tal caso l’usura germoglia dal denaro come mezzo di pagamento ed estende questa funzione del dena­ro. Lo sviluppo del sistema creditizio si compie come reazione contro l’usura. Ma ciò non significa altro che subordinazione del capitale produttivo d’interesse alle condizioni e alle esigenze del modo di produzione capi­talistico. Nel moderno sistema creditizio il capitale produttivo d’interesse viene adattato nell’insieme alle con­dizioni della produzione capitalistica. L’usura in quanto tale non solo continua a esistere, ma presso i popoli a produzione capitalistica sviluppata viene liberata dai vincoli che tutte le antichissime legislazioni le avevano imposto. Questa lotta violenta contro l’usuraio, questa richiesta per la subordinazione del capitale produttivo d’interesse al capitale industriale, non è che il preannuncio delle creazioni organiche che stabiliscono queste condizioni della produzione capitalistica nel moderno sistema bancario, il quale toglie al capitale monetario [?] il suo mono­polio, concentrando tutte le sue riserve monetarie inutilizzate per gettarle sul mercato [?].
Il capitale produttivo d’interesse conserva la forma di capitale usurario nei confronti di quelle persone e classi nelle condizioni che escludono la possibilità di un prestito corrispondente al modo di produzione capitalistico. Ciò che distingue il capitale produttivo d’interesse, in quanto elemento essenziale del modo di produzione capi­talistico, dal capitale usurario non è affatto la natura o il carattere di questo capitale stesso. Sono soltanto le mutate condizioni nelle quali esso opera, e quindi anche la figura completamente mutata di chi prende a presti­to nei confronti di chi dà il denaro a prestito. Viene concesso credito nella qualità di capitalista potenziale. Questa circostanza, che costituisce oggetto di tanta ammirazione da parte degli economisti apologeti, ossia che un uomo senza ricchezza, ma dotato di energia, si possa trasformare in un capitalista, sebbene porti continua­mente in campo e in concorrenza con i capitalisti individuali già esistenti una schiera non gradita di nuovi ca­valieri di ventura, rafforza la supremazia del capitale stesso, ne amplia le basi e gli permette di reclutare al suo servizio sempre nuove forze dagli strati bassi della società.
La forma particolare dell’accumulazione del capitale monetario e del patrimonio monetario, del capitale del debito pubblico, non esprime altro che il rafforzarsi di una classe di creditori di stato autorizzati a prelevare a loro favore certe somme sul gettito delle imposte. In questo, cioè nel fatto che perfino un’accumula­zione di de­biti possa apparire come accumulazione di capitale, si manifesta nella sua pienezza il capovolgimento che av­viene nel sistema creditizio. Questi titoli di credito che sono rilasciati in cambio del capitale dato originaria­mente in prestito e da tempo speso, questi duplicati cartacei di capitale distrutto, esercitano per chi li possiede la funzione di capitale, in quanto sono merci vendibili e perciò possono essere ritrasformati in capitale. Anche i titoli di proprietà su imprese diventano un duplicato cartaceo del capitale effettivo. Essi si trasformano in rap­presentanti nominali di capitali inesistenti. Poiché il capitale effettivo esiste indipendentemente da essi, non muta affatto se questi duplicati cambiano di mano. Essi diventano forme di capitale produttivo d’interesse, non soltanto perché assicurano proventi, ma anche perché con la vendita si può effettuarne il rimborso come valori-capitale. Ma in quanto duplicati, che sono essi stessi negoziabili come merci e circolano quindi come va­lori-capitale, essi sono fittizi e il loro valore può accrescersi o diminuire con un movimento del tutto indipen­dente da quello del valore del capitale effettivo di cui sono titoli.
Il loro valore, ossia la loro quotazione in borsa, ha necessariamente una tendenza al rialzo quando il tasso d’in­teresse diminuisce, poiché ciò, indipendentemente dai movimenti propri del capitale monetario, è semplice conseguenza della caduta tendenziale del tasso di profitto; di modo che questa ricchezza immaginaria, già per questo motivo, cresce nel corso dello sviluppo della produzione capitalistica. I profitti e le perdite provenienti dalle oscillazioni di prezzo di questi titoli di proprietà, come pure il loro ac­centramento, diventano sempre più risultato del gioco che si presenta, invece del lavoro, come il modo origina­rio di appropriarsi capitale e prende anche il posto della violenza diretta. Questo tipo di patrimonio monetario fittizio non rappresenta soltanto una parte considerevole del patrimonio monetario dei privati ma anche del ca­pitale bancario. Si potrebbe intendere per accumulazione del capitale monetario anche l’accumulazione della ricchezza in mano dei banchieri, intermediari tra i capitalisti monetari privati, da un lato, e lo stato, i comuni e coloro che prendono in prestito per la riproduzione, dall’altro; poiché essi sfruttano tutta l’enorme espansione del sistema creditizio, tutto il credito, come se fosse loro capitale privato. Questi tali possiedono il capitale e i redditi sempre in forma di denaro o in forma di crediti diretti su denaro. L’accumulazione del patrimonio di questa classe può svilupparsi di per se stessa in una direzione molto diversa da quella dell’accumulazione reale, dimostrando però in ogni caso che questa classe intasca una buona parte dell’accumulazione reale.
Una sovrabbondanza di capitale da prestito è connessa con l’accumulazione produttiva, soltanto nel senso che queste due accumulazioni sono inversamente proporzionali l’una all’altra. Si può verificare un’accumulazione del capitale da prestito senza che vi sia traccia di accumulazione effettiva, mediante mezzi puramente tecnici, quali un’espansione e concentrazione del sistema bancario, o anche un’economia nelle riserve della circolazio­ne o nei fondi di riserva dei mezzi di pagamento dei privati, mezzi di pagamento che in questo modo vengono continuamente trasformati, per breve tempo, in capitale da prestito. Quantunque questo capitale da prestito, che in conseguenza viene denominato anche capitale fluttuante, conservi sempre questa forma di capitale da presti­to soltanto per periodi brevi, esso si trova in un continuo movimento di flusso e riflusso. Ritirato dall’uno viene preso dall’altro. La massa del capitale monetario da prestito (prestiti a breve) si accresce così, in realtà, del tut­to indipendentemente dall’accumulazione effettiva. Ma il capitale che il capitalista monetario pone a disposizione del capitalista industriale consiste in proprietà al­trui, sfruttando a sua volta anche quest’ultimo.
Nella misura in cui il denaro si trasforma in capitale da prestito, è evidente che esso esiste unicamente in un solo punto come denaro; in tutti gli altri punti esso esiste soltanto nella forma di diritti sul capitale. Tuttavia l’accumulazione di questi diritti o titoli differisce, in quanto tale, sia dall’accumulazione effettiva dalla quale essa deriva, che dall’accumulazione futura (il nuovo processo di pro­duzione) che è mediata dal prestito di denaro. La stessa massa di capitale effettivo può, quindi, rappresentare masse molto diverse di capitale monetario. Con l’accrescimento della ricchezza materiale si accresce la classe dei capitalisti monetari; aumenta da un lato il numero e la ricchezza dei capitalisti che si ritirano, dei rentiers; e in secondo luogo viene stimolato lo svilup­po del sistema creditizio e si accresce quindi il numero dei banchieri, di coloro che dànno il denaro in prestito, dei finanzieri, ecc. Ma contemporaneamente si accresce la domanda di capitale monetario disponibile, poiché i jobbers, gli speculatori che trafficano con questi titoli, esercitano un influsso determinante sul mercato moneta­rio.
[k.m.]