Capitale operante

Capitale operante
(capitale “lavorativo”)
Il capitale industriale [operante] è la forma fondamentale del rapporto capita­listico che regge la società borghese, e di fronte a cui tutte le altre forme ap­paiono solo come derivate o secondarie; derivate, come il capitale produttivo d’interesse, o secondarie, cioè di capitale in una funzione particolare (che ap­partiene al suo processo di circolazione [?]), come quello commerciale [pur se questo stesso operante]. Poiché tali forme sono anteriori, il capitale industria­le, nel processo della sua formazione, deve prima sottomettersi queste forme e trasformarle in funzioni derivate o particolari di se stesso. Le condizioni di lavoro sono capitale solo in quanto fungono, rispetto al lavo­ratore, come sua non-proprietà e quindi come proprietà [?] altrui. Ma come tali fungono solo in contrapposizione al lavoro. L’esistenza antitetica di queste condizioni rispetto al lavoro fa del loro proprietario un capitalista e di queste condizioni da lui possedute un capitale [?]. Nelle mani del capitalista monetario, però, il capitale non possiede questo carattere anti­tetico che lo rende capitale; e proprio questo fa apparire anche la proprietà di denaro come proprietà di capitale. La reale determinatezza di forma per cui il denaro diventa capitale è cancellata. Il capitalista monetario non si contrappo­ne affatto al lavoratore, ma solo a un altro capitalista.
L’interesse non è altro che una parte del profitto (che a sua volta non è altro che plusvalore [?], lavoro non pagato) che il capitalista industriale paga al pro­prietario di un capitale estraneo di cui si serve, in tutto o in parte, per “lavora­re”. È una parte del plusvalore che, fissata come categoria a sé, viene separata sotto un nome a sé dal profitto complessivo. Questa separazione non si riferi­sce affatto alla sua origine, ma soltanto al modo in cui esso è pagato o appro­priato. Questa parvenza si consolida anzitutto per il fatto che l’interesse non si pre­senta come una divisione indifferente per la produzione che si verifica “occa­sionalmente” nel solo caso in cui l’industriale “lavora” con capitale altrui. Anche quando egli “lavora” con capitale proprio il suo profitto si divide in in­teresse e profitto industriale, di modo che la divisione meramente quantitativa è già fissata come una divisione qualitativa, indipendente dalla circostanza accidentale che l’industriale sia o no proprietario del suo capitale, e derivante dalla natura stessa del capitale e della produzione capitalistica. Come ogni cosa in questo modo di produzione si rappresenta [e viene “rappresentata” dagli economisti] in modo distorto, così abbiamo l’ultima distorsione nel rap­porto tra interesse e profitto, per cui la parte del profitto accantonata sotto una rubrica speciale (interesse) si rappresenta come il prodotto più proprio del ca­pitale e il profitto industriale come mera “aggiunta” innestata su questo.
Siccome l’interesse appare come una “creazione” di plusvalore inerente alla mera proprietà di capitale, e quindi al capitale stesso, il profitto industriale appare, al contrario, come una mera aggiunta che colui che prende a prestito il capitale monetario realizza con l’impiego produttivo che ne fa, vale a dire con lo sfruttamento dei lavoratori. Ovvero, come anche si dice, con il suo la­voro di capitalista: qui si pone la funzione lavorativa del capitalista [o, alla maniera moderna di alcuni, del “capitale lavorativo”], che anzi si identifica col lavoro salariato. Ciò in quanto il capitalista industriale operante, che svol­ge effettivamente la sua funzione nel processo di produzione, appare di fatto come agente attivo della produzione, come un “lavoratore” rispetto al pigro e inattivo prestatore di denaro, che riveste la funzione della proprietà indipen­dentemente e al di fuori del processo di produzione. Tale figura nasce neces­sariamente con la separazione della proprietà giuridica del capitale dalla sua proprietà economica. Per gli economisti [e i socialisti] volgari questa forma è una pacchia, una forma in cui la fonte del profitto dei capitalisti industriali non è più riconoscibile: il profitto industriale appare come il prodotto del loro lavoro.
Infatti, come capitalisti in funzione – agenti effettivi della produzione capita­listica – essi si contrappongono a se stessi o a un terzo come mera, inerte, esi­stenza del capitale, e quindi si contrappongono a se stessi come lavoratori o ad altri come proprietari. Infatti il fenomeno, prima facie, mostra che il capi­talista monetario non ha alcun rapporto col lavoratore salariato, ma solo con altri capitalisti, mentre quest’altro capitalista, anziché contrapporsi al lavoro salariato, si contrappone piuttosto egli stesso come lavoratore a sé o ad altro capitalista in quanto mera esistenza, mero proprietario del capitale. Egli così appare come capitalista attivo contrapposto a se stesso come capitalista, e quindi poi come lavoratore contrapposto a se stesso come mero proprietario [o, come vorrebbe un recente sincretismo, si avrebbe così il “capitale lavorativo” senza proprietà]. Il profitto industriale è felicemente risolto in lavoro, ma non in lavoro non pagato altrui, bensì in lavoro salariato, e trasformato in salario per il capitalista, che in tal modo viene accomunato al lavoratore salariato. E dal momento che già sono “lavoratori”, si scopre che in realtà sono lavoratori “salariati”, con l’unica differenza che sono meglio pagati a causa della loro particolare eccellenza – e questo lo devono in parte anche alla forma partico­lare di retribuzione, cioè al fatto che essi che si pagano da sé il loro “salario”, anziché essere pagati da altri. In questa scissione del profitto in interesse e profitto industriale, la natura del plusvalore (e quindi del capitale stesso) non è solo cancellata, ma esplicita­mente rappresentata come qualcosa di completamente differente. Questa tra­sformazione di una parte del profitto in profitto industriale deriva, come si vede, dalla trasformazione dell’altra parte in interesse. Su quest’ultima ricade la forma sociale del capitale – il fatto che esso è proprietà; sull’altra la funzio­ne economica del capitale, la sua funzione nel processo lavorativo, ma libera­ta, astratta dalla forma sociale, dalla forma antitetica in cui è questa funzione. Separato dal capitale, infatti, il processo di produzione è processo lavorativo in genere.
Il capitalista industriale in quanto distinto da sé come capitalista, l’industriale in quanto distinto da sé come capitalista, come proprietario del capitale, non è quindi altro che un semplice funzionario – a prescindere dal capitale – e quindi è un determinato “portatore” del processo lavorativo in genere, un la­voratore. D’altra parte, nella misura in cui funge nel processo, questo proces­so appare indipendente dal suo carattere specificamente capitalistico, dalla sua determinatezza specificamente sociale. Nella misura in cui, quindi, il ca­pitalista vi interviene, non vi interviene come capitalista, poiché questo suo carattere è scontato nell’interesse, bensì come funzionario del processo lavo­rativo in generale, come lavoratore, e il suo salario si rappresenta nel profitto industriale. È un tipo di lavoro particolare – lavoro di direzione – ma del resto tutti i lavori sono differenti gli uni dagli altri. Come questo fatto sia poi giu­stificato con ragioni “scientifiche”, si può veder appunto nella rappresentazio­ne apologetica del profitto come lavoro di direzione [e del processo capitali­stico come processo senza proprietà o con proprietà “diffusa”]. Il capitalista viene qui identificato con il suo manager – come già aveva osservato Smith. Ma il lavoro di direzione, la determinata quantità di lavoro che il capitalista [o il suo manager] effettivamente compie, non ha niente a che fare con le varia­zioni del salario. Anzi, questa specie di “salario” ha invece questo di partico­lare, che diminuisce o aumenta in ragione inversa al salario reale.
Ma queste “contraddizioncelle” non ne sopprimono l’identità nella testa dell’economista volgare apologetico. Naturalmente non è il caso di analizzare queste buffonate e sciocchezze con tutte le loro contraddizioni. Ciò che mo­stra la bestiale stupidità dell’economia volgare è che essa – allo scopo di rap­presentare il profitto come “salario” – lo confonde con il profitto in quanto de­riva dalla creazione di plusvalore [rimuovendo il plusvalore stesso, assieme al valore e allo sfruttamento]. Trattandosi di simili asini è naturale che confon­dano le forme di calcolo e di compensazione dei capitalisti delle diverse sfere – per la distribuzione del profitto complessivo dell’intera classe dei capitalisti – con le ragioni dello sfruttamento, con le cause genetiche, per così dire, del profitto come tale. La produzione capitalistica stessa ha portato a questo, che il lavoro di direzio­ne, totalmente separato dalla proprietà di capitale, sia proprio o altrui, “gira per le strade”. È diventato completamente inutile che questo lavoro di direzio­ne sia esercitato da capitalisti. Esso esiste realmente, indipendentemente dal capitale, non nella presunta separazione di capitalista industriale operante e capitalista monetario, ma di manager industriale da ogni specie di capitalisti.
L’interesse in sé esprime quindi proprio l’esistenza delle condizioni di lavoro come capitale, nella loro contrapposizione e metamorfosi come potenze per­sonali nei confronti del lavoro e sopra il lavoro. Esso riassume il carattere estraniato delle condizioni di lavoro in rapporto all’attività del soggetto. Rap­presenta la proprietà del capitale o la mera proprietà di capitale come mezzo per appropriarsi dei prodotti del lavoro altrui in quanto dominio sul lavoro al­trui. Ma rappresenta questo carattere del capitale come qualcosa che gli spetta al di fuori del processo di produzione. Quindi come una determinazione este­riore e indifferente al rapporto tra capitale e lavoro. Del resto, la ripartizione del profitto tra i capitalisti è indifferente ai lavoratori come tali. Nella figura dell’interesse, quindi, il carattere antagonistico del capitale si dà un’espressione particolare in cui questo antagonismo è completamente can­cellato e in cui si fa esplicitamente astrazione da esso. Del resto, è proprio la forma dell’interesse che così dà all’altra parte del profitto la forma qualitativa del profitto industriale, del “salario” per il lavoro del capitalista industriale, non come capitalista ma come “lavoratore” (cioè, come “industriale”). Le fun­zioni particolari che il capitalista deve svolgere come tale nel processo lavo­rativo e che spettano a lui proprio a differenza dai suoi salariati, sono rappre­sentate come mere funzioni lavorative. Egli “crea” plusvalore non perché la­vora come capitalista, ma perché anch’egli, il capitalista, lavora.
Poiché il carattere estraniato del capitale, la sua contrapposizione al lavoro, si trova al di là del processo di sfruttamento, dell’azione effettiva di questa estraniazione, ogni carattere antagonistico è rimosso da questo processo stes­so. Perciò lo sfruttamento reale, ciò in cui si realizza e in cui soltanto si mani­festa realmente il carattere antagonistico, appare proprio come il suo contra­rio, come un tipo di lavoro materialmente distinto, ma appartenente alla me­desima determinatezza sociale del lavoro, al lavoro salariato: alla medesima categoria di lavoro. Il lavoro dello sfruttare qui [nel profitto industriale come salario, ossia nel “capitalismo lavorativo”] è identificato con il lavoro che vien sfruttato. Mentre dunque l’interesse e il capitale come produttivo d’interesse esprimono unicamente l’antitesi tra la ricchezza oggettiva e il lavoro, e quindi la sua esi­stenza come capitale, nella “rappresentazione” si ha l’esatto capovolgimento di ciò. L’economia volgare diventa consapevolmente più apologetica e cerca di eliminare a forza di chiacchiere i pensieri e, in essi, le antitesi. [I socialisti volgari e i post-marxisti non sono da meno]. Nella misura in cui il lavoro del capitalista non deriva dal processo in quanto processo capitalistico, e non è soltanto un nome che designa la funzione di sfruttare lavoro altrui, è altrettanto indipendente dal capitale quanto questa forma stessa, non appena questa si spogli dall’involucro capitalistico. Dire che questo lavoro è necessario come lavoro capitalistico [o come “capitale lavorativo”], come funzione del capitalista, significa unicamente che gli eco­nomisti [e i socialisti] volgari sono incapaci di rappresentarsi la forza produt­tiva sociale sviluppata nel grembo del capitale e il carattere sociale del lavoro disgiunti da questa forma capitalistica, dalla forma dell’estraniazione, dell’opposizione e della contraddizione dei loro momenti, separati dal loro rovesciamento e dal loro qui pro quo. Ed è precisamente quanto stiamo affer­mando.
[k.m.]