Capitale fittizio #2 - Speculazione

Capitale fittizio # 2
(speculazione)
Nella forma del capitale produttivo d’interesse [<=] si palesa in modo evidente che il capitale si appropria senza lavoro dei frutti del lavoro altrui. Infatti esso appare qui in una forma in cui si è separato dal processo di produzione in quanto processo. L’economia volgare ritiene di essere tanto più semplice, naturale e utile, tanto più lontana da ogni sottigliezza teorica, quanto più si limita di fatto a tradurre le idee ordinarie in un linguaggio dottrinario. Quindi, quanto più estraniata è la forma in cui concepisce le configurazioni della produzione capitalistica, tanto più si avvicina all’elemento della rappresentazione comune.
Insomma, il denaro [<=] funziona qui soltanto contro la promessa scritta di pagare a un termine prestabilito. Noi possiamo, per amor di brevità, raggruppare queste “promesse di pagamento” nella categoria generale del­le cambiali. Fino al giorno della loro scadenza e del loro pagamento queste cambiali circolano, a loro volta, come mezzo di pagamento; ed esse costituiscono il vero e proprio denaro del commercio. In quanto si annullano, compensando definitivamente debito e credito, esse funzionano integralmente come denaro, poiché in questo caso non ha luogo alla fine alcuna trasformazione in denaro. Precisamen­te come questi anticipi reciproci dei produttori e dei commercianti costituiscono la base reale del credito, così il loro strumento di circolazione, la cambiale, costituisce la base della effettiva moneta di credito, delle banconote, ecc. Queste non si fondano sulla circolazione monetaria, sia essa moneta metallica o moneta cartacea statale, ma sulla circolazione delle cambiali.
“Questa enorme sovrastruttura di cambiali poggia (!) su una base costituita dall’ammontare delle banconote e dell’oro; e se nel corso degli avvenimenti questa base si restringe troppo, la sua solidità e la sua esistenza stessa si trovano in pericolo. Delle cambiali può essere legalmente richie­sto il cambio in oro. Come faccio a trovare l’importo in oro per soddisfare questa richiesta? Le cambiali non possono essere poste sotto controllo a meno che non si impedisca l’ecceden­za di denaro o il basso tasso di interesse o di sconto, che le provoca in parte, incoraggiando questa larga e pericolosa espansione. È impossibile precisare in quale misura queste cam­biali provengano da transazioni reali, ossia da vendite e da acquisti effettivi, e in quale misura esse siano create artificialmente (fictitious) e non siano altro che cambiali di comodo; ciò accade quando si emette una cambiale per ritrarne una in corso prima della scadenza e creare così il capitale fittizio [<=] mediante l’emissione di puri e semplici mezzi di circolazione” [cfr. William Leat­ham, Letters on the Currency; secondo i suoi calcoli, già allora il rapporto tra denaro e cambiali in circolazione era di uno a sedici – ndr; sul “capitale fittizio”, cfr. quiproquo, nn. 49 e 70; anche nn. 43 e 109 sulla “speculazione” [<=]].
In seguito a questo commercio di denaro si sviluppa l’altro aspetto della natura del credito [<=], l’ammini­strazione del capitale produttivo d’in­te­resse, o del capitale monetario [<=] come funzione particolare dei commercianti di denaro. Il prendere a pre­stito e il dare a prestito denaro costituisce il loro affare particolare. Essi servono da intermediari tra chi effettivamente prende a prestito e chi effettivamente dà a prestito capitale mo­netario. Espressa in termini generali, l’attività del banchiere sotto questo aspetto consiste nel concentrare nelle sue mani e in grandi masse il capitale monetario disponibile per il prestito, così che di fronte ai capitalisti industriali e commerciali, in luogo del sin­golo individuo che dà denaro a prestito, si trovano i banchieri, come rappresentanti di tutti coloro che dànno denaro a prestito. Essi diventano gli amministratori generali del capitale monetario.
D’altro lato essi rappresentano, di fronte a tutti coloro che dànno a prestito, la figura di chi prende a prestito, poiché essi prendono a prestito per tutto quanto il mondo commerciale. Una banca rappresenta da un lato la concentrazione del capitale monetario, cioè di coloro che dànno a prestito, d’altro lato la concentrazione di quelli che prendono a prestito. Il suo profitto consiste generalmente nel fatto che essa prende a prestito a un tasso meno elevato di quello con cui dà a prestito.
Se non fosse stato concesso questo credito (era in circolazione un’ingen­te quantità di cambiali emesse da speculatori su intermediari) il prezzo della merce sarebbe notevolmente diminuito; e ciò varrebbe anche per gli anticipi su cambiali emesse per tutti gli altri prodotti. Le cambiali emesse su una ditta sono vendute altrove e con il ricavato sono acquistate altre cambiali rispedite alla ditta di pro­venienza per permetterle di pagare le prime cambiali emesse: con questo solo affare sono messe in circolazione cambiali per tre volte l’importo originario. Quale che sia il numero delle transazioni successive, il capitale del debito pubblico rimane un capitale puramente fittizio, e il giorno in cui questi titoli diventassero invendibili svanirebbe anche l’apparen­za di questo capitale.
Con lo sviluppo del commercio e della produzione capitalistica, che pro­duce unicamente in vista della circolazione, la base naturale del sistema creditizio si amplia, si generalizza, si perfeziona. Di tutte queste forme, il feticcio più completo è il capitale produttivo d’interesse. Qui abbiamo il punto di partenza originario del capitale – il denaro – e la formula “denaro-merce-denaro valorizzato” ridot­ta ai suoi due estremi, “denaro-dena­ro valorizzato”, denaro che crea più denaro: è la formula originaria e generale del capitale ridotta a un riassunto privo di senso. La completa reificazione, il rovesciamento e la follia del capitale come capitale produttivo d’interesse – in cui tuttavia non fa che manifestarsi l’intima natura della produzione capitalistica, la sua follia, nella forma più tangibile – è il capitale in quanto portatore di interesse com­posto, quando appare come un Moloch che pretende il mondo.
Nel debito pubblico [<=] appare co­me capitale una grandezza negativa e, com’è in generale per il capitale produttivo d’interesse, ciò genera le concezioni più insensate, al punto che i banchieri giungono a concepire i debiti come merci. Questo ritorno del ca­pitale al suo punto di partenza riceve nel capitale produttivo d’interesse una figura del tutto esteriore, separata dal movimento reale di cui è forma. Lo spostamento del denaro, quando è pre­stato come capitale e quindi non viene trasformato in capitale ma entra come capitale nella speculazione, non espri­me altro che un trasferimento del mede­simo denaro da una mano all’altra.
Per il prestatore resta capitale anche quando non lo presta all’industriale ma al dissipatore, o quando lo presta a un lavoratore che non è in grado di pagare l’affitto (a es., tutta la questione dei “monti di pietà”). La trasformazione in capitale è un’opera­zione che sta al di là di quella che si svolge tra colui che presta e colui che prende a prestito. Questa mediazione è cancellata, non vi è visibilmente, im­mediatamente inclusa. Invece della tra­sformazione reale del denaro in ca­pitale, qui appare solo la forma pri­va di contenuto di tale trasformazione. Il valore d’uso del denaro qui diventa quello di creare valore di scambio, un valore di scambio maggiore di quello in esso contenuto. È prestato come valore che valorizza se stesso.
Il capitalista monetario in realtà ottiene la sua parte di plusvalore solo in quanto è il proprietario del capitale, mentre rimane al di fuori del processo di produzione; il prezzo del capitale – vale a dire del mero titolo di proprietà sul capitale – è quotato sul mer­cato monetario nel tasso di interesse; i singoli capitalisti truffano i compratori e i venditori di merci con un diverso grado di fortuna e scaltrezza, ed è naturale che a essi – siano o no proprietari del capitale che si trova nel processo – l’interesse appaia come do­vuto al capitale in quanto tale.
Mentre dunque l’interesse e il capitale produttivo d’interesse esprimono unicamente l’antitesi tra la ricchezza oggettiva e il lavoro, e quindi la sua esistenza come capitale, nella rappresentazione si ha l’esatto capovolgimento di ciò, in quanto il fenomeno, prima facie, mostra che il capitale mo­netario non ha alcun rapporto con il lavoratore salariato, ma solo con altri capitalisti. Di qui la bella frase di alcuni “economisti volgari”: se il capitalista industriale oltre all’interesse non ricavasse un profitto, presterebbe a interesse il suo capitale e vivrebbe di rendita. Cosicché tutti i capitalisti cesserebbero di produrre e tutto il capitale cesserebbe di fungere come capitale e tuttavia si potrebbe vivere dei suoi interessi. In questa opinione vol­gare si ha un capovolgimento.
La formazione del capitale fittizio la si chiama capitalizzazione. Si capitalizza ogni reddito regolare e periodico, considerandolo in base al tasso medio dell’interesse come provento che verrebbe ricavato da un capitale dato in prestito a questo tasso d’interesse; svanisce così anche l’ultima traccia di qualsiasi rapporto con l’ef­fettivo processo di valorizzazione del capitale e si consolida l’idea che rappresenta il capitale come automa che si valorizza di per se stesso. Anche in quei casi in cui l’obbligazione – il titolo di credito – non rappresenta, come si verifica per il debito pubblico, un capitale puramente illusorio, il valore-capitale di questo titolo è puramente illusorio.
Le azioni delle società ferroviarie, minerarie e di navigazione ecc. rappresentano capitale effettivo, il che tuttavia non esclude affatto che esse possano anche rappresentare delle sem­plici truffe. Ma questo capitale non ha una duplice esistenza, una volta di va­lore-capitale dei titoli di proprietà, delle azioni, un’altra di capitale effettivamente investito o da investire in queste imprese. Esso esiste unicamen­te sotto quest’ultima forma e l’azione non è altro che un titolo di proprietà, in proporzione al plusvalore che verrà realizzato da questo capitale.
A può vendere questo titolo a B e B cederlo a C. Queste transazioni non mutano per nulla la sostanza della cosa. A, oppure B, ha in tal caso convertito il suo titolo in capitale, ma C da parte sua ha convertito il suo capitale in un semplice titolo di proprietà sul plusvalore che ci si attende dal capitale azionario. Il movimento autonomo del valore di questi titoli di proprietà, non soltanto dei valori di stato, ma anche delle azioni, consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale accanto al capitale o al diritto sul capitale di cui essi sono eventualmente titolo giuridico. Essi si trasformano difatti in merci, il cui prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suoi propri. Il loro valore di mercato differisce dal loro valore nominale, indipendentemente dal cam­biamento di valore del capitale effettivo (sebbene in connessione col cam­biamento della sua valorizzazione); il loro valore di mercato oscilla in relazione all’ammontare e alla sicurezza dei proventi ai quali questi titoli danno diritto.
Se il valore nominale di una azione si accresce, essa rappresenta ora un capitale fittizio; e anche colui che l’acquista ritrae da questo investimento di capitale un reddito. Il contrario si verifica quando gli utili dell’impresa diminuiscono. Il valore di mercato di questi titoli è in parte speculativo, essendo determinato non dal provento reale ma dal provento previsto, calcolato in anticipo.
In periodi di difficoltà per il mercato monetario, questi titoli quin­di subiranno una duplice riduzione di prezzo; innanzitutto perché il tasso del­l’interesse aumenta, e in secondo luo­go perché essi vengono gettati sul mercato in massa, per essere convertiti in denaro. Non appena la burrasca è passata questi titoli riprendono il loro valore precedente, eccettuato il caso in cui si tratti di imprese sfortunate o di bassa speculazione. Il loro deprezzamento durante la crisi agisce come mezzo efficace per l’accentra­mento dei patrimoni monetari.
In quanto la diminuzione o l’aumen­to di valore di questi titoli sono indipendenti dal movimento di valore del capitale reale che essi rappresentano, la ricchezza di una nazione non varia in conseguenza di tale diminuzione o aumento. In quanto la loro svalorizzazione non esprime un effettivo arresto della produzione, la nazione non risulta impoverita di un centesimo in seguito allo scoppio di queste bolle di sapone di capitale monetario nominale.
Tutti tali titoli non sono in realtà che un’accumulazione di diritti, titoli giuridici, sulla produzione futura, e il loro valore monetario non costituisce ca­pitale, come a esempio nel caso del debito pubblico, oppure è determinato in modo completamente indipendente dal valore del capitale reale che essi rappresentano. In tutti i paesi a produzione capitalistica esiste una mas­sa enorme di cosiddetto capitale produttivo d’interesse o di capitale monetario sotto questa forma. E per accumulazione del capitale monetario si deve intendere in gran parte esclusivamente l’accumulazione di questi diritti sulla produzione, l’accumula­zione del prezzo di mercato del valore-capitale illusorio di questi diritti.
La maggior parte del capitale del banchiere è dunque puramente fittizia e consiste in titoli di credito (cambiali), titoli di stato (che rappresentano capitale consumato), e azioni (buoni sui proventi futuri). E non si deve qui dimenticare che il valore monetario del capitale rappresentato da queste carte che giacciono nelle casseforti dei banchieri è puramente fittizio e che esso viene regolato indipendentemente dal valore del capitale effettivo che questi titoli, almeno in parte, rappresentano; e quando questi titoli non rappresentano del capitale ma soltanto dei semplici diritti sui proventi, il diritto su uno stesso provento si esprime in capitale monetario fittizio soggetto a continue modificazioni. A ciò si aggiunge ancora che il capitale fittizio del banchiere rappresenta per la maggior parte non il suo proprio capitale, ma quello del pubblico che l’ha depositato presso di lui, con o senza interessi.
“E come gli stessi pezzi di denaro possono servire a rendere possibili prestiti diversi per un ammontare corrispondente a tre o anche a trenta volte il loro valore, essi possono allo stesso modo servire successivamente come mezzo del rimborso” [Adam Smith], a meno che non si verifichi un assalto generale alle banche per ritirare i depositi. Poiché la medesima moneta può servire, secondo la velocità della sua circolazione, a diversi acquisti, essa può parimenti servire a diversi prestiti, poiché gli acquisti la portano da una mano all’altra, e il prestito non è che un trasferimento da una mano all’altra senza l’interme­diario dell’acquisto. Nel prestito in denaro senza la mediazione degli acquisti, lo stesso denaro non rappresenterebbe tre capitali, ma uno soltanto, soltanto un valore-capitale; il numero dei capitali che esso rappresenta effettivamente dipende dal numero delle volte in cui esso opera come forma di valore di capitali-mer­ce diversi.
Gli agenti di borsa conducono i loro vastissimi affari senza avere nessuna riserva contante; essi si basano sugli incassi delle loro cambiali che vengono di volta in volta a scadenza o, in caso di bisogno, sulla loro facoltà di ottenere degli anticipi dalla Banca [centrale] contro deposito delle cambiali da essi scontate. Durante la crisi, e in generale durante periodi di ristagno degli affari, il capitale fittizio perde in gran parte la sua proprietà di rappresentare capitale monetario potenziale. Il loro prezzo diminuisce con l’aumento dell’interesse. Esso diminuisce inoltre a causa della mancanza generale di credito, che costringe il loro proprietario a svendere tali titoli in massa sul mercato per procurarsi denaro e, in parte, perché le imprese che essi rappresentano hanno troppo spesso carattere fittizio.
Questo capitale monetario fittizio durante le crisi risulta fortemente ridotto e quindi diminuisce anche la possibilità per il proprietario di venderlo per procurarsi denaro. In quanto la Banca emette dei biglietti che non sono coperti dalla riserva metallica nei suoi forzieri, essa crea segni di valore che costituiscono non solo mezzi di circolazione, ma anche capitale addizionale – sia pure fittizio – corrispondente all’ammontare nominale di questi biglietti senza copertura.
Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita. Il credito pubblico diventa il credo del capitale. E col sorgere dell’indebitamento dello stato, al peccato contro lo spirito santo, che è quello che non trova perdono, subentra il mancar di fede al debito pubblico. Il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’ac­cumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’in­vestimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti.
Ma anche fatta astrazione dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che viene cosi creata, e dalla ricchezza improvvisata dei finanzieri che fan­no da intermediari tra governo e nazione, e fatta astrazione anche da quel­la degli appaltatori delle imposte, dei commercianti, dei fabbricanti privati, ai quali una buona parte di ogni prestito dello stato fa il servizio di un capitale piovuto dal cielo, il debito pubblico ha fatto nascere le società per azioni, il commercio di effetti negoziabili di ogni specie, l’aggiotag­gio: in una parola, ha fatto nascere il gioco di borsa e la bancocrazia moderna. [k.m.]
(cfr. Tp, q.xv, pp.891ss; anche C, I.24)