Capitale fittizio #1

Capitale fittizio
“Lo scopo delle banche è di facilitare gli affari. Affari e speculazione sono così strettamente collegati che è difficile dire dove finisca l’affare e dove co­minci la speculazione. Dovunque esistono banche, si ottiene il capitale con più facilità e a minor prezzo. Il buon prezzo del capitale favorisce la specula­zione, allo stesso modo che il buon prezzo della carne e della birra favorisce l’ingordigia e l’ubriachezza”. Queste chiare parole che il banchiere inglese James Gilbart scriveva nel lontano 1834 illustrano nel miglior modo il carat­tere di “ingordigia e ubriachezza” insiti nella speculazione [?], ma anche la strettissima implicazione di essa dal “normale” corso de­gli affari. Il costante fraintendimento dell’operare della speculazione stessa, soprattutto in relazione alla sua forma monetaria, bancaria e borsistica, soven­te scambiata con gravi margini di erroneità con quella “finanziaria”, è tipico della superficialità dell’economia borghese, che tuttavia domina anche nell’“asi­nistra”. Già Marx, affrontando le tematiche della superficie del mercato dei capitali, criticava le “meteorologie” monetarie e speculative borsistiche, che ne rappre­sentano il culmine, fino alle forme del capitale fittizio. Per comprenderle me­glio è bene aver chiara la separazione tra capitale monetario [?] e capitale ope­rante [?], le loro peculiari forme, e la “rappresentazione” mistifi­catoria che ne dà l’ideologia dominante (e, a sua imitazione, quella domina­ta). Gli economisti volgari seguiti dai socialisti volgari, e da ben distinguersi dagli scienziati dell’economia – scriveva Marx – di fatto traducono le rappre­sentazioni, i moventi, ecc., di coloro su cui poggia la produzione capitalistica: di coloro, cioè, che vi sono impigliati e in cui essa si riflette solo nella sua parvenza superficiale. È una finzione senza fantasia, una religione del volga­re. Essi traducono l’enunciazione ristretta e pedantesca delle idee volgari in un linguaggio dottrinario, dal punto di vista della classe dominante, dei capi­talisti, e perciò non in modo ingenuo e oggettivo, ma apologetico.
Lo smisurato odierno sviluppo dei cosiddetti nuovi “strumenti finanziari”, con la loro altrettanto smisurata “volatilità” è fonte, a un tempo, delle tendenze neo-monetariste della moderna meteorologia economica e delle forme mone­tarie delle ricorrenti crisi. Per analizzare codesta realtà di crisi e per criticare l’ideologia monetarista che l’accompagna, occorre porre correttamente i ter­mini della formazione del capitale “fittizio” e dell’emissione dei titoli che lo rappresentano; i caratteri e i limiti di esso; i suoi rapporti con le diverse forme del capitale effettivo. È impossibile precisare in quale misura tali titoli provengano da transazioni reali, ossia da vendite e da acquisti effettivi, e in quale misura essi siano crea­te artificialmente: così scriveva nel 1840 un altro banchiere britannico dello Yorkshire, Leatham, il quale chiamava col nome – oggi assai “spettacolare” – di fiction l’emessione di cambiali di comodo in sostituzione di altri titoli. Ap­punto così si crea il cosiddetto capitale fittizio mediante l’emissione di “puri e semplici mezzi di circolazione”, che hanno per scopo di trasferire tali titoli di credito. L’impossibilità, o quanto meno la difficoltà, di una precisa individua­zione di ciò che rappresenta la realtà effettiva rispetto a ciò che invece è fic­tion rimanda alla rammentata contiguità tra “affari normali” e “speculazione”, tra le diverse funzioni del credito e delle banche, insomma tra capitale effetti­vo e capitale fittizio.
L’amministrazione del capitale produttivo d’interesse [?], quale forma peculiare del capitale monetario [quindi non del capitale monetario [?] come tale, nella sua specifica forma di funzione transitoria nella metamorfosi del capitale indu­striale], si sviluppa come funzione particolare dei “commercianti di denaro”. Il prendere a prestito e il dare a prestito denaro costituisce il loro affare parti­colare. In termini generali, l’attività del banchiere consiste nel concentrare nelle sue mani e in grandi masse il capitale monetario disponibile per il presti­to. Questa azione di mettere insieme piccole somme deve essere distinta, co­me azione specifica del sistema bancario, da quella d’intermediario tra i capi­talisti monetari veri e propri e coloro che prendono a prestito, soprattutto i capitalisti industriali e commerciali operanti (ma anche i dissipatori di ric­chezze o i lavoratori ricattati dal bisogno). Ora, in luogo del singolo individuo che dà denaro a prestito, di fronte ai capitalisti operanti si trovano i banchieri, come rappresentanti di tutti coloro che prestano denaro. Essi diventano così gli amministratori generali del capitale monetario. Tuttavia, assieme ai cosiddetti investitori istituzionali (società finanziarie e di assicurazione, gestori di fondi di investimento e di fondi pensione, e giù giù fino alla raccolta della “spazzatura” di borsa), le grandi banche dell’imperia­lismo transnazionale sono sempre più tentate anche a giocare d’anticipo sull’economia reale della produzione.
Il concetto e la parola stessa “specula­zione” significano proprio questo: che la quotazione dei titoli non è determi­nata dal provento “reale” dell’attività che essi rappresentano ma, appunto, da una valutazione “speculativa” – ossia, dalla capacità di indagare e far conget­ture – sul provento atteso e previsto in “anticipo”. In effetti, tutto il movimen­to autonomo del capitale fittizio – di quella parte del capitale monetario effet­tivo, sia esso funzionale sia esso da prestito, che si trasforma in capitale fitti­zio – nasce da simili anticipazioni. Lo snodo dell’intera faccenda sta dunque proprio nel capire quale parte dei ti­toli emessi corrisponda ad attività produttive reali, valori effettivamente esi­stenti, proprietà di capitale operante, e quale altra parte invece sia solo una finzione, una “replica” più volte ripetuta di quegli stessi valori effettivi, prece­dentemente rappresentati, sulla cui base si costruisce l’intero castello di carte. Di siffatti titoli speculativi, già un rapporto segreto della camera dei lords sul­la crisi del 1847 dice di non poter “capire a colpo d’occhio” se siano “emessi assennatamente oppure no, se rappresentino prodotti o non rappresentino nul­la”. L’unica cosa che perciò gli operatori di borsa capiscono, a questo propo­sito, è che questi titoli sono “assolutamente regolari, purché si mantengano entro certi limiti”. Ecco, occorre capire i limiti: quante più repliche si fanno della fiction, ossia quante più mani toccano la medesima ricchezza reale tra­sformandosi in altrettanti titoli che fanno aggio e “leva” su una e una sola quantità ef­fettiva di valore, tanto più quei titoli non rappresentano nulla.
La prospettiva di profitti elevati, o ancor più l’affannosa ricerca di facili gua­dagni speculativi in sostituzione di difficili profitti “normali”, spinge ad anti­cipare operazioni su titoli in misura di gran lunga più estesa di quanto non lo giustifichino i mezzi liquidi disponibili. Si comincia a sottoscrivere titoli nella misura in cui il denaro liquido è sufficiente appena a coprire i primi versa­menti, pensando che il resto si possa accomodare con il tempo, nel futuro. Poi non si tiene più in alcun conto neppure quella copertura iniziale, “scommet­tendo” direttamente sulle anticipazioni per il futuro – sulla formazione di un plusvalore futuro, per essere precisi. Finché il flusso dei pagamenti su tali ti­toli scorre rapidamente e facilmente, il volume complessivo e il livello delle transazioni di borsa – che si traduce sinteticamente negli indici delle quotazio­ni – raggiungono altezze mai viste: è il periodo delle “vacche grasse” per l’at­tività speculativa del grande capitale. Ma un tal gioco d’anticipo è un vero e proprio gioco d’azzardo. In circostanze nelle quali simile attività di passaggio dagli affari normali alla speculazione è sempre più oberata, necessariamente quel gioco deve finire nella completa saturazione dei mercati – i mitici “mer­cati finanziari” – e nella crisi [?].
Il flusso dei pagamenti si arresta, il tasso ufficiale di sconto e il sistema dei tassi di interesse si alza, i titoli diventano negoziabili a tassi spaventosi, che si possono definire di “usura”, o non sono negoziabili affatto, la quotazione del loro “valore” nominale crolla, proprio perché non rappresentano alcun “valo­re”, non rappresentano nulla. Il generale arresto del flusso dei pagamenti sui titoli provoca la bancarotta di quanti, soprattutto piccoli sprovveduti ma anche medi e grandi avventurieri, hanno scommesso ripetutamente, passando da una mano all’altra, su un unico, limitato, valore reale già considerato come “pe­gno” per troppe diverse persone. Un valore che, proprio perché ben limitato, allorché si è costretti a riferirsi alla sua consistenza effettiva e non alla “spe­culazione” sulle sue future quotazioni, non può certo soddisfare tutti i preten­denti: è il momento del “panico” di borsa. Essendo il sistema del credito che produce il “capitale associato”, i titoli attra­verso di esso emessi sono originariamente titoli di proprietà che rappresenta­no le parti di codesto capitale. Rappresentano, cioè, il capitale investito e ope­rante nelle imprese che a essi corrispondono, oppure la somma monetaria che è stata anticipata dai sottoscrittori al fine di essere spesa come capitale in tali imprese.
Questo è perciò capitale effettivo (il che tuttavia non esclude affatto che anche quei titoli possano rappresentare delle truffe). Dunque, i titoli che rappresentano capitale effettivo hanno un valore reale che corrisponde loro. Tanto che tutte le transazioni finanziarie, di banca e di borsa, su di essi, che comportino acquisizioni, fusioni, partecipazioni, controllo di pacchetti azio­nari, ecc., sono operazioni riguardanti la proprietà [?] effettiva del capitale, e non sono affatto finzioni: questa parte non è per niente capitale fittizio, è il “valo­re reale” dei titoli quotati in borsa. Ma – avverte Marx – questo capitale non ha una duplice esistenza (poi triplica­ta e ancora moltiplicata a dismisura), una volta come valore-capitale dei titoli di proprietà, un’altra come capitale effettivamente investito o da investire in queste imprese. Esso esiste unicamente sotto quest’ultima forma e l’azione (o altro) non è che un titolo di proprietà, pro rata, sul plusvalore che verrà rea­lizzato da questo capitale. Le successive transazioni e gli ulteriori passaggi di mano del titolo, per quanto numerosi possano essere, non mutano per nulla la sostanza della cosa. Il movimento autonomo della quotazione di questi titoli di proprietà consolida l’apparenza che essi costituiscano un capitale reale ac­canto al capitale o al diritto sul capitale di cui essi sono eventualmente titolo giuridico. Viceversa, la maggior parte del capitale monetario di questo tipo (presso banche, investitori istituzionali, ecc.) è puramente fittizio e la quota­zione dei titoli che lo esprimono viene regolata indipendentemente dal valore del capitale effettivo che questi titoli, almeno in parte, rappresentano. Dun­que, quando questi titoli non rappresentano capitale effettivo ma soltanto dei semplici diritti sui proventi futuri, il diritto su uno stesso provento si esprime in capitale monetario fittizio soggetto a continue oscillazioni.
Questa figura del capitale monetario genera le concezioni più insensate, al punto che gli operatori finanziari giungono a concepire quei titoli, e tutti i lo­ro cosiddetti “derivati”, come merci – nuovi “prodotti” finanziari e bancari, dicono loro. E difatti essi si trasformano in “merci” nella misura in cui il loro prezzo ha un movimento e un modo di fissarsi suo proprio. Il loro “valore” di mercato differisce dal loro “valore” nominale, e ciò indipendentemente dal cambiamento di valore del capitale effettivo (sebbene con qualche legame col cambiamento della sua valorizzazione), in relazione all’ammontare e alla si­curezza dei proventi ai quali codesti titoli si suppone che diano diritto. Co­sicché, anche in quei casi in cui il titolo non rappresenti già un capitale pura­mente illusorio, è il valore-capitale del titolo stesso a essere puramente illuso­rio. La formazione di capitale fittizio la si chiama “capitalizzazione”. Si capitaliz­za, cioè, ogni flusso di reddito regolare e periodico, in base al tasso medio di interesse, come se provenisse realmente da un capitale dato in prestito, anche quando così non è. Questa concezione è e rimane illusoria. Ma, per colui che acquista un titolo di proprietà che prometta tale reddito come “interesse”, esso rappresenta giuridicamente il suo “capitale”. Svanisce così anche l’ultima traccia di qualsiasi rapporto con l’effettivo processo di valorizzazione del ca­pitale e si consolida l’idea che “rappresenta” il capitale come un automa che si valorizza per se stesso.
Una forma particolarmente rilevante di capitale fittizio è rappresentata dai ti­toli del debito pubblico [?]. Lo stato deve pagare periodicamente ai suoi “credito­ri” una certa somma di interessi per il “capitale” che costoro gli hanno presta­to. Ma questi peculiari “creditori pubblici” non possono chiedere allo stato la restituzione del “debito pubblico”. Possono soltanto vendere ad altri il loro ti­tolo di proprietà, il loro certificato di credito; e possono venderlo alle condi­zioni stabilite dal loro prezzo di mercato. Quale che sia il numero delle tran­sazioni successive, il debito pubblico rimane un capitale puramente fittizio, il­lusorio, e il giorno in cui questi titoli di credito diventassero invendibili (per varie ipotesi di consolidamento, o anche solo di particolari forme di tassazio­ne) svanirebbe pure l’apparenza di questo capitale. Ma che esso non sia “ca­pitale” lo si vede sùbito se si riflette al fatto che esso è una certa quantità di denaro, presa in prestito e consumata, spesa dallo stato. Esso non esiste già più nel momento stesso in cui è prestato allo stato. Non solo tale somma non esiste più: essa non è mai stata destinata a essere spesa e investita come capi­tale, e solo se investita come capitale essa avrebbe potuto trasformarsi in un valore effettivo capace di autoconservarsi e valorizzarsi.
Dunque, tutti i titoli che si riferiscono alla parte fittizia del capitale monetario non sono in realtà che un’accumulazione di diritti, titoli giuridici, sulla pro­duzione futura e da essa separati. Il loro valore monetario non costituisce ca­pitale: o perché è illusorio e non è tale fin dall’inizio, come nel caso del debi­to pubblico; o perché il loro valore-capitale, autonomizzatosi attraverso suc­cessive transazioni, è determinato in modo completamente indipendente dal valore del capitale effettivo da cui essi promanano il loro titolo giuridico. In tutti i casi, comunque, il loro “valore” è dato unicamente dal provento atteso capitalizzato, riportato a un capitale illusorio. In tutta l’economia capitalistica esiste una massa enorme e crescente di capitale monetario nominale in questa forma fittizia. E per accumulazione di capitale monetario si deve intendere, dunque, in grandissima parte accumulazione dei diritti sulla produzione, accu­mulazione del prezzo di mercato, del valore illusorio di questi diritti.
In periodi di difficoltà per il mercato monetario – già avvertiva Marx – questi titoli subiscono una duplice riduzione di prezzo: anzitutto perché il tasso d’in­teresse aumenta, e in secondo luogo perché allora essi vengono gettati sul mercato in massa, per essere convertiti in denaro. Tale riduzione di prezzo si verifica indipendentemente dal fatto che il provento assicurato da questi titoli al loro proprietario sia costante, come accade per i titoli di stato, oppure che risenta di contraccolpi per le perturbazioni del processo reale di riproduzione del capitale industriale (in questo secondo caso vi è un ulteriore motivo di svalutazione). Ma non appena la burrasca è passata questi titoli riprendono il loro “valore” precedente (tranne i casi di fallimento o di titoli “spazzatura”). Il loro deprezzamento durante la crisi agisce infallibilmente come il mezzo più efficace per l’accentramento dei patrimoni monetari e finanziari.
In quanto l’oscillazione di questi titoli è indipendente dal movimento di valo­re del capitale reale, la ricchezza di una nazione non varia in conseguenza di ciò. In quanto il crollo delle quotazioni di borsa dei titoli del capitale fittizio non esprima un effettivo arresto della produzione o lo sperpero di capitale reale in attività senza valore, l’economia reale non risulta impoverita di un centesimo in seguito allo scoppio di queste bolle di sapone di capitale mone­tario nominale.
[gf.p.]