Borsa #2 - Crisi e centralizzazione

Borsa # 2
(crisi e centralizzazione)
“La speculazione [?] può festeggiare le sue grandi orge laddove, con il passaggio della proprietà [?] dalla forma individuale alla forma della società per azioni, vengono gettati sul mercato immensi patrimoni accumulati da molti decenni che cadono vittime della borsa”. Così scriveva Henryk Grossmann nel 1929. Il funzionamen­to di tale meccanismo era già stato analizzato con precisione da Karl Marx nel Capitale. Questi aveva notato come, nei periodi di difficoltà per il mercato azionario, i titoli subiscano “una duplice riduzione di prezzo; innanzi tutto perché il saggio dell’inte­resse aumenta [e quindi, a parità di valore nominale, i titoli di borsa si svalorizzano], e in secondo luogo perché essi vengono gettati sul mercato in massa, per essere convertiti in denaro”. Si tratta di un fenomeno che caratterizza tutte le situazioni di crisi borsistiche, e che nella sua fase culminante viene definito come “vendite da panico” (panic selling). È proprio questo il momento in cui i grandi spe­culatori cominciano a comprare titoli a man bassa, ponendo le premesse per lauti guadagni. Infatti – dice ancora Marx – non appena la burrasca è passata questi titoli riprendono il loro valore precedente, eccettuato il caso in cui si tratti di imprese sfortunate [ossia imprese che falliscono] o di bassa speculazione [ossia titoli artificialmente gonfiati, come i titoli "internet" nella recente bolla speculativa, che non rivedranno più i loro valori massimi]. Fatte salve queste eccezioni, per tutti gli altri titoli il “de­prezzamento durante la crisi agisce come mezzo efficace per l’accentra­mento dei patrimoni monetari”. In questo senso le crisi di borsa favoriscono la centralizzazione dei capitali [?]. L’attua­le crisi [?] di borsa offre un interessante osservatorio per comprendere le concrete modalità attraverso cui si realizza la centralizzazione dei capitali.
Una delle principali, in quanto investe l’assetto proprietario stesso delle imprese, è rappresentata dal cosiddet­to “delisting”, ossia dalla cancellazio­ne di una società quotata dal listino di borsa. Essa, in tempi di crisi della borsa, può avvenire per tre diversi motivi. 1) La società quotata fallisce: in questo caso la centralizzazione avviene attraverso l’uscita di una società dal mercato (ed il conseguente rafforzamento delle posizioni di mercato dei suoi concorrenti). 2) Sulla società viene lanciata un’offerta pubblica di acquisto (Opa) da parte di un concorrente, che compra le azioni della società a prezzo di saldo (a motivo delle quotazioni depresse del titolo), e successivamente cancella la società dal listino di borsa; in questo caso l’azienda non fallisce, ma viene fusa per incorporazione nella (o comunque controllata dalla) società che ha lanciato l’Opa: anche in questo caso si ha centralizzazione dei capitali. 3) Sui titoli della società disponibili sul mercato azionario (il cosiddetto “flottante di borsa”) viene lanciata un’Opa da parte del proprietario stesso della società, che in tal modo ne acquisisce il controllo totalitario e successivamente la ritira dal listino (in tal modo, ad esempio, se ho collocato in borsa nel 1999 il 30% di una società di mia proprietà al prezzo di 10 € per azione, posso ricomprarne le azioni nel 2002 al prezzo di 1 € per azione; per poi magari tornare a rivenderle a 10 € ciascuna); anche in questo caso siamo di fronte a un fenomeno di centralizzazione dei capitali: con la differenza che il “centra­lizzatore” è il proprietario attuale del­la società (e non un suo concorrente), ed i capitali “centralizzati” sono quel­li degli azionisti di minoranza della società.
È interessante notare che quest’ulti­mo genere di centralizzazione viene oggi suggerito esplicitamente da alcuni banchieri ai loro clienti. Ecco ad esempio cosa si legge nell’intervista rilasciata il 28 settembre 2002 da Pietro Modiano (amministratore delegato della banca d’affari del gruppo Unicredito) al settimanale finanziario MF: “Noi sosteniamo che questo è il momento in cui i proprietari delle imprese, se ne hanno la forza, devono cominciare a ricomprare le proprie imprese. – Addirittura. E qual è il vantaggio di un delisting? – La possibilità di acquistare a prezzi molto economici e di ricollocare in seguito i titoli con un notevole guadagno”.
Ovviamente, per un azionista di maggioranza che riesce ad acquistare il “flottante” della società a prezzi d’occasione, ci sono centinaia e migliaia di azionisti di minoranza che hanno comprato le azioni a prezzi elevati in occasione del collocamento in borsa ed oggi vendono in pesante perdita rispetto al prezzo di acquisto. A questo riguardo si sarebbe tentati di chiudere il discorso citando il memorabile detto, attribuito all’ameri­ca­no J.K. Galbraith, secondo cui “un cretino e i suoi soldi si separano facilmente”. Forse però è più utile considerare questo fenomeno facendo ri­ferimento alle classi sociali [?] coinvolte.
Quando Marx scriveva il Capitale, chi giocava in borsa erano esclusivamente le classi alte: rentier ed esponenti dell’alta borghesia. Quando, de­cenni dopo, scoppiò la crisi del 1929, l’investimento in borsa era maggiormente diffuso, ma comunque non riguardava più del 2% della popolazione degli Usa (la nazione con il più sviluppato mercato finanziario). Oggi il 50% della popolazione americana gioca in borsa. Del resto, negli Usa come in Europa l’investimento azionario è oggi un fenomeno di massa, incoraggiato dall’intero establishment (governi, partiti politici, organi di informazione, cosiddetti esperti ecc.). Di conseguenza, in occasione dello scoppio della bolla speculativa della new economy la centralizzazione dei patrimoni monetari non ha soltanto assunto dimensioni gigantesche sotto il profilo dell’entità dei capitali fittizi [?] centralizzati, ma ha comportato rilevanti implicazioni dal punto di vista della consistenza dei ceti sociali coinvolti. Che oggi continuano ad essere grande borghesia, ma anche piccola borghesia e in qualche caso lavoratori.
Questi ultimi in molti casi sono stati truffati due volte: una prima volta con le azioni acquistate personalmente nel periodo della corsa all’“El­dorado” borsistico, e una seconda vol­ta con quelle affibbiate loro sotto forma di fondi pensionistici integrativi investiti in azioni (e non di rado in azioni della stessa società in cui lavoravano, e che poi magari è fallita lasciandoli sia senza stipendio che senza pensione: Enron docet).
La rilevanza sociale del fenomeno ha indotto qualcuno addirittura a partire di qui per tornare a riflettere sul problema della concentrazione della ricchezza. Lo ha fatto, sulle colonne del Financial Times, Nigel Ferguson, professore di storia finanziaria ad Oxford. “Riflettete sul tema della concentrazione della ricchezza: molti dei difetti del capitalismo di fine ‘800 sono oggi evidenti. Nel 1980 l’1% dei cittadini americani più ricchi possedeva il 25% del patrimonio della nazione. Vent’anni dopo la quota è salita al 38%.” A danno di chi? Questa la risposta di Ferguson: “pensate a quegli americani, circa il quarto della popolazione, che ha investito per la prima volta in azioni dal 1987 al 2000”. Il tema è stato ripreso anche dal Wall Street Journal, che il 4 settembre scorso si è spinto ad affermare che i nuovi poveri sono le classi medie, colpite tanto dal calo dei redditi quanto dalla spoliazione dei risparmi [?] subìta ad opera del mercato finanziario. Si tratta di affermazioni sbagliate e fuorvianti: il vettore principale della polarizzazione della ricchezza, infatti, è e resta l’appropria­zione di lavoro non pagato da parte dei capitalisti ai danni dei lavoratori salariati.
Detto questo, tra salariati e piccoli investitori almeno un tratto in comune c’è. Esso è rappresentato dal diverso trattamento che ad entrambe le categorie è riservato a seconda della fase economica. Così, il salariato durante una fase di espansione della produzione (e di aumento della domanda di forza-lavoro [?]) è considerato “capitale umano”, mentre quando c’è la crisi [?] diventa un “costo” da ridurre. Per quanto riguarda il piccolo investitore, il destino è ancora più beffardo: durante una fase di bolla speculativa viene addirittura considerato il protagonista di un nuovo tipo di de­mocrazia economica, imperniato sul­l’azionariato diffuso; quando le cose si mettono male, oltre a perdere i pro­pri soldi viene addirittura svillaneggiato: così, in una newsletter americana riservata a investitori professionali, i piccoli azionisti sono stati recentemente definiti come “Lum­pen­investoriat” (investitori straccioni), a somiglianza del termine “Lum­pen­proletariat” che designa in tedesco il sottoproletariato. Ben gli sta.
[v.g.]