Bimetallismo

Bimetallismo
(doppia misura di valore)
Engels, nella presentazione del III libro del Capitale di Marx, ha probabilmente fornito la più efficace sintesi dell’opinione marxista sul cosiddetto bimetallismo, definendolo semplicemente un’“assurdità”. È fuori luogo supporre che la presenza di un “dop­pio standard” possa di per sé far propendere per l’uno o per l’altro (oro o argento, nel sistema dei metalli preziosi). Lo stesso Marx [III,19] precisava che il movimento dei metalli preziosi sul mercato mondiale [?] (non per fini speculativi) è del tutto determinato dallo scambio internazionale delle merci [?]. Il fluire e rifluire dei me­talli preziosi da una sfera di circolazione [?] nazionale a un’altra, quando sono causati esclusivamente dalla svalutazione della moneta nazionale o dal bimetallismo, sono estranei alla circolazione del denaro [?] in quanto tale. Questa rappresenta, nella sua estensione, nelle sue forme e nei suoi movimenti, un puro risultato della circolazione delle merci, e oggi nient’altro che il processo di circolazione del capitale.
Il commercio di denaro non crea valore ma fornisce i mezzi di acquisto e di pagamento per tutta la classe capitalistica [?]. In generale, qualsiasi forma di denaro è soltanto il riflesso delle relazioni di tutte le altre merci, nelle quali esso esprime la propria grandezza di valore. “Tutti i rapporti borghesi appaiono dorati o argentati”. Quindi, se per diverse transazioni prevale una forma di denaro o l’altra, entrambe – indipendentemente tra loro, fino al reciproco confronto nell’o­scillazione dei cambi che stabilisce il rapporto tra le due misure, ma non impedisce né all’una né all’altra di svolgere tale funzione – non possono che rappresentare il risultato della produzione capitalistica di merci nell’area cui si riferiscono, in quanto caratteri oggettivi delle rispettive determinazioni sociali del lavoro mondiale. “La difficoltà non sta nel capire che il denaro è merce, ma nel capire come, perché, per qual via una merce è denaro” – asseriva con un certo ottimismo Marx, trascurando qui “le teorie più pazzesche” in campo monetario che egli stesso già attribuiva agli “economisti illuminati” della sua epoca. La difficoltà, purtroppo ancora oggi, sta proprio nel capire anche che il denaro è merce. “L’enigma del feticcio denaro è soltanto l’enigma del feticcio merce divenuto visibile e che abbaglia l’occhio”.
Il denaro – qualsiasi veste o divisa “nazionale” esso indossi – è, in quan­to merce, sempre valore [?]; il che vuol dire che socialmente esso deve corrispondere alla produzione sociale di merce (capitale merce), per la quale occorre nello scambio e nella circolazione. Il denaro – l’oro sul mercato mondiale, o le valute di riserva e riferimento – non è altro che l’espressio­ne del carattere sociale della ricchezza prodotta. Ma è un’espressione i­deale. Infatti, l’oro (o l’argento, o qualsiasi altra merce che serva da denaro: tabacco, buoi, o bestiame, come nelle “leggi barbare”) serve a rappresentare il concetto di scambiabilità mediata di tutte le merci, e materialmente può non apparire neppure. Le merci, nei loro prezzi, sono trasformate in oro solo idealmente, ossia in oro puramente immaginario, apparente, e perciò l’oro (o l’argento) è solo denaro ideale che può essere sostituito da simboli di se stesso: ma, in quanto forma di merce, “nella misura invisibile dei valori sta in agguato la dura moneta”.
Dal momento che la merce, di per sé, è superiore a ogni barriera religiosa, politica, nazionale e linguistica – come avverte Marx – dove il suo linguaggio universale è il prezzo e la sua comunità è il denaro, allora la trasformazione della merce in moneta di conto è fatta mentalmente, sulla carta, nel linguaggio. Per tale trasformazione occorre, sì, il materiale dell’oro, ma soltanto come materiale immaginario, come segno dell’oro e segno del prezzo; non occorre neanche un atomo di oro o di argento rea­le, perché il commercio è in realtà scambio di merci e nient’altro, e usa i metalli preziosi solo come misura dei prezzi, come se fossero una “scintilla elettrica”. La moneta aurea genera i propri sostituti per continuare a funzionare da moneta, sicché cose relativamente prive di valore come la carta possono funzionare da simboli del denaro: “la denominazione monetaria del denaro si scioglie dalla sua sostanza ed esiste fuori di questa in cedole di carta prive di valore”. Il denaro idealizzato è simbolico, le monete “semplici ombre di corpi”.
Nel movimento internazionale di valute, la direzione del flusso è decisa dal movimento materiale del capitale e delle merci, quindi in definitiva dalla centralizzazione dei capitali [?]; le importazioni di merci fanno defluire le riserve (oro o valute pregiate) ma, come caratteristica del­l’imperialismo, attraggono capitali stranieri, che perciò defluiscono dai paesi dominati. Essi, come passaggio iniziale di una raccolta di fondi locali, attraverso un processo di mediazione che si avvale del corso dei cambi, fanno riaffluire tali fondi in valuta pregiata in forma liquida alla loro fonte originaria nel sistema valutario dominante, cosicché il ciclo possa ricominciare, magari altrove. Non è facile seguire questo percorso per vari motivi, dei quali si può solo far cenno, a livello congetturale (occorre un’indagine di dettaglio sulle operazioni tecniche politiche fatte dal capitale finanziario [?], soprattutto in fase di crisi).
Due, comunque, sono i motivi principali: i. l’interconnessione tra ruolo pubblico della banca centrale (quale cosiddetto “prestatore di ultima istanza”) e del governo del paese egemone rispetto all’attività privata profittevole del capitale monetario, il quale si avvale di quel ruolo pubblico per lucrare sui differenziali speculativi a proprio vantaggio, senza dover seguire passivamente le sorti di quelle che poteva definirsi l’“economia nazionale”; ii. il carattere conseguente di capitale fittizio, cioè non realmente corrispondente a ricchezza reale, dei titoli del debito pubblico [?], i quali non fanno altro che “duplicare” il capitale già esistente, sì che attraverso l’emis­sione di simili derivati torni in mano ai detentori del credito privato il denaro liquido necessario per ripetere la speculazione incessantemente – fino alla catastrofe.
A monte di tutto ciò, però, c’è il passaggio alla fase transnazionale dell’imperialismo [?], nella quale la perdita di “identificazione biunivoca” tra base del capitale e stato di appartenenza o di provenienza legittima il capitale stesso a muoversi fuori dai canoni degli equilibri valutari e contabili imposti dalle economie nazionali, particolarmente caratteristico di un lungo periodo di crisi [?]. Finché prevaleva quella identità (o la tendenza verso di essa), a ogni movimento di valuta (o riserve metalliche) in cambio di merci doveva, prima o poi, corrispondere un movimento in senso opposto (di altre valute o riserve metalliche) in conto capitale.
Con la dimensione transnazionale, invece, non solo i due movimenti possono perdurare nella medesima direzione – in quanto il capitale straniero “paga” le merci (il caso del doppio disavanzo Usa, dopo la cosiddetta crisi del “debito estero” negli anni 1980 è lampante) – ma proprio questa corrispondenza è utilizzata, fino al collasso, per rapinare il plusvalore mondiale nelle operazioni speculative della crisi. Ciò è reso possibile proprio dalla volatile mobilità trasversale del capitale sul mercato mondiale, dove “scompaiono i confini nazionali”, che sussistono per gli stati ma non per il capitale finanziario stesso – per i “cavalieri del credito”, come li chiamava Marx.
Col mercato saturo la necessità di uno sbocco per e valute forti porta a prestare denaro all’estero (pletora di capitale monetario), che in mancanza di nuovi investimenti produttivi, può servire per provocare un riflusso valutario verso il paese dominante (aumento della domanda e speculazione di borsa). Ciò provoca il rialzo del tasso di interesse sulla piazza in cui tale valuta insiste (le vicende iniziali della crisi del dollaro ne sono la migliore espressione), attraverso l’emis­sione di titoli pubblici del debito estero, denominati nella valuta forte: i movimenti che ne conseguono sono quasi impercettibili, “il peso della piuma” che, come sosteneva Marx, può spostare l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. La crisi in aumento nei paesi forti viene esportata quando questi fanno crollare le loro importazioni di merci, e ciò si trasmette anche alle principali altre aree imperialistiche, non solo ai paesi dominati, mettendone in difficoltà l’in­tero ciclo di produzione. È tutto il mercato mondiale che si atrofizza.
Con i cambi fissi l’obiettivo della stabilità valutaria non si pone (tutte le valute sono “ancorate” alla valuta di riferimento, o riserva: dal gold standard, convertibilità in oro, nel 1945 si è passati al gold exchange, o in quel caso dollar standard, in cui l’u­nica moneta di riferimento era il dollaro Usa), ponendo in primo piano il controllo del movimento dei capitali. Già all’epoca dell’imperialismo nazionale britannico, Keynes si peritava di chiamare la banca d’Inghilterra “il direttore dell’orchestra internazionale”: non fu una scelta politica, ma il dominio nel mondo di quell’econo­mia reale fece sì che Londra ne divenisse anche la capitale finanziaria. Dopo un breve interregno tra le due guerre mondiali del XX secolo, quel dominio e il ruolo contraddittorio di “banca centrale internazionale” è passato alla Fed, la banca centrale Usa, a seguito della vittoria conseguita a Bretton Woods dall’imperia­lismo multinazionale a base Usa.
Oggi, almeno in gran parte ancora, l’“orchestra internazionale” continua a essere diretta dalla Fed, ma con la caduta del vincolo di convertibilità del dollaro in oro nel 1971 – il cosiddetto gold exchange standard (la storia del capitalismo insegna che la dichiarazione di inconvertibilità avviene sempre al cospetto di una crisi) – tutte le carte sono state rimesse in gioco: la quotazione dell’euro rispet­to al dollaro, la perpetuazione del dilemma tra maggiori pagamenti e maggiori esportazioni, l’aumento continuo dei prezzi Usa alle esportazioni. Gli aggiustamenti nelle fluttuazioni valutarie [Smithsonian e Plaza] non furono sufficienti e ciò ha dato spazio almeno all’euro (in carenza di ruolo per lo yen ed essendo ancora presto per conoscere le future sorti dello yuan, mentre l’oro metallico torna a rappresentare un investimento di rifugio), affiancato così al dollaro in misura crescente. La Bce brama a dirigere qualcosa.
Ora, non si è voluto qui assolutamente cercare di stabilire un parallelo meccanico tra la doppia misura di valore storicamente rappresentata da oro e argento e l’attuale presenza sul mercato mondiale di due principali monete di riferimento – dollaro ed euro – che operano trasversalmente in aree valutarie che non coincidono immediatamente con i paesi di provenienza (a parte l’azione determinante delle rispettive banche centrali). Ma il carattere di qualsiasi forma monetaria, da un lato, e la contraddittorietà dello sdoppiamento della funzione di misura di valore, dall’al­tro, corrisponde concettualmente alle conseguenze che Marx attribuiva alla coesistenza di oro e argento sul mercato mondiale. Storicamente l’argen­to servì nel XIX sec. affinché l’ecce­denza di importazioni europee fossero pagate in quel metallo ai paesi asiatici, per mantenere lo standard aureo in Europa, anche come riserva ufficiale (poi affiancata o sostituita dalle cosiddette “valute pregiate”).
Sempre, finché persiste il regime contraddittorio di doppia misura, occorrono piazze dove avvenga l’inter­mediazione: allora, su Londra agiva Parigi, che le forniva l’argento per i pagamenti asiatici, ricevendone oro da convertire attraverso la doppia circolazione. In questo senso il bimetallismo è funzionale al monometallismo, quindi la contemporanea presenza di due valute di riferimento può essere utile per far funzionare subalternamente i paesi dominati, laddove l’egemonia è rappresentata dalla valuta capace di conservare o estendere la sua forza e la propria area di riferimento e di riserva.
Come nello sdoppiamento tra sterlina e dollaro nel breve lasso interbellico, anche oggi è probabile che si assista a una condivisione provvisoria tra dollaro ed euro. Siccome due mer­ci denaro, che escludono tutte le altre da questa funzione, tendono anche a escludersi a vicenda, è vano il tentativo di trattare le due forme di denaro come una soltanto. La loro continua collisione provoca perturbazioni, che non possono durare troppo a lungo. Il corso dei cambi – in quanto cambiamento di valore della merce denaro, entrata nella sfera della circolazione come merce di valore dato, riferito alla dinamica di produzione e circolazione delle merci in quell’area – non può che tradursi in una sostituzione della forma di denaro (e di produzione di merci), indebolita, con l’altra. Con la perturbazione di tale equilibrio, le diverse misure di valore che servivano come materializzazione sociale della ricchezza, assumono il carattere di suo trasferimento da un paese all’altro quando esso in forma di merci è escluso dalla crisi.
Cosicché l’oscillazione del corso dei cambi incide sulle transazioni correnti e sul valore dei titoli del tesoro, il cui detentore – debitore o creditore, a seconda della direzione del cambiamento – appare, per dirla con Marx, come vero e proprio “martire del valore di scambio, come santo asceta sulla sommità della colonna metallica”. Dato il volume mondiale sia dei debiti sia dei crediti in titoli denominati in dollari, si capisce bene che effetto possa avere una perturbazione della quotazione del dollaro stesso (nel presente caso verso un forte ribasso), rispetto “all’epoca in cui fu concluso il contratto”. Il deprezzamento di una valuta rende sia più difficili i pagamenti sia più facili le esportazioni a prezzo più basso.
Ne risulta che ogni valuta sarà usata da coloro che effettuano transazioni sul mercato mondiale secondo quale sia, per ogni determinato affare, la più conveniente, secondo la forza dei contraenti, e in ultima analisi secondo quella delle banche centrali coinvolte. La produzione di merci, perciò, appare come mezzo per sottrarre la quantità adeguata di denaro al mercato mondiale. La valuta che prevale in esso, quindi, è tanto prodotto della circolazione generale quanto mezzo per estenderne gli ambiti.
La contesa tra i “direttori d’orche­stra” del commercio internazionale dei capitali, dagli scranni delle rispettive banche centrali, ha dunque questo come obiettivo. La banca centrale che vuo­le essere egemone, facendo affluire oro o altre valute pregiate, sfrutta il differenziale a favore della valuta che governa rendendone stabile (o aumentandone) la quotazione, fissandone l’arbitraggio o controllandone – finché può e ci riesce – la liquidità per i pagamenti multilaterali. Tutte le banche collegate (e subalterne) devono necessariamente adeguarsi alle decisioni del­la banca egemone (fino al ruolo di “prestatore di ultima istanza” delle banche centrali, a catena discendente, come clausola di garanzia).
[gf.p.]
(cfr. Marx, Il capitale, I.3; III.35,2; Per la critica dell’economia politica, 2)