Attivismo

Attivismo
(élan vital)
“Sono deciso, ma non so a cosa”. Con questa folgorante battuta, perfino il grande Tui Theodor Adorno riuscì a mettere a nudo l’insensatezza del pensiero irrazionalistico tedesco del primo Novecento, a cominciare – appunto – dal concetto heideggeriano di “decisione”. Il valore della “decisio­ne” (a prescindere dal contenuto concreto della decisione stessa), l’impor­tanza di “credere” (e non importa a cosa), la riscoperta di un’“autenticità” di cui l’unica cosa che si “sa” è che è “originaria”.
Il tutto era inevitabilmente destinato a sfociare nell’“ab­bandono” di sé che si realizza nella guerra [?]. Dove anche l’assoluta insensatezza (per i singoli) della guerra imperialistica viene ideo­logicamente rovesciata, concependola come una “prova” al termine della quale questa esperienza “estrema” do­nerà a chi la sperimenta (magari crepando in essa) il senso della propria “autenticità”.
Leggiamo ad esempio un altro esistenzialista tedesco, Jaspers: “Com­portamento del guerriero. In situazioni uniche, la risolutezza è la capacità di decidersi quando ne va della vita o della morte. Disponibilità al rischio, unita a un senso del possibile e a una continua prontezza di spirito, sono i tratti fondamentali di questo comportamento. Nel caso estremo diviene palese quel che autenticamente sono e posso”.
Ora, lasciamo da parte il fatto che queste macabre elucubrazio­ni filosofiche presuppongono un modello di guerra più simile ai duelli cavallereschi che alla putrida guerra novecentesca di trincea, in cui il destino dei Guerrieri è autenticamente quello di crepare come topi (per non dire della guerra atomica, chimica, “umani­tario-intelligente”…). Comunque sia, lo scopo del “ragionamento” è chiaro: trasformare in opportunità esistenziale l’obbedienza cieca ai poteri costituiti, il rifiuto della ragione, il divenire un docile strumento della guerra imperialistica, il dono di sé in cambio di nulla (e più spesso del Nulla …).
Intendiamoci: tutto questo non può ridursi al leggendario amore per l’or­dine dei tedeschi (quello, per capirsi, che fece dire a Stalin che “in Germania non può scoppiare una rivoluzione perché per farla bisognerebbe calpestare i prati”). Perché le stesse tendenze le ritroviamo – ancora prima che in Germania – in Francia. E questa volta nella forma di un attivismo vitalistico che finirà per investire direttamente il movimento operaio.
Qui la base teorica dell’irrazionali­smo fu fornita da Henri Bergson e dalla sua teoria dello “slancio vitale” [élan vital].Varrà la pena di riproporne i tratti essenziali. Per Bergson [L’evo­luzione creatrice, 1907] la natura è spinta da uno “slancio” interno ad u­na continua evoluzione che avviene per salti bruschi e imprevedibili. Lo stesso avviene nella coscienza umana: la nostra “evoluzione interiore”, in cui la continuità è fatta di un “inin­terrotto zampillare di novità”, segue infatti lo stesso ritmo dell’“e­voluzio­ne della vita” (cioè, per Berg­son, del­l’universo nel suo insieme).
A prima vista la filosofia di Bergson è quanto di più lontano si possa immaginare dall’amore tedesco per l’or­dine, la dedizione, l’obbedienza. E in effetti essa diede luogo a teorie che enfatizzavano il ruolo dello “spon­ta­neismo rivoluzionario”, contro ogni idea di evoluzione pacifica verso il socialismo (sostenuta invece dal socialismo della seconda Internazionale, che aveva il suo punto di forza nel partito socialdemocratico tedesco).
Per Georges Sorel, il teorico del sin­dacalismo rivoluzionario, la storia stessa si presenta come un’“evoluzio­ne creatrice”, che evolve a strappi. Così è avvenuto in ogni passaggio storico decisivo, e così dovrà avvenire nella lotta contro la borghesia. Occorre però un “mito”, “capace di evocare con la forza dell’istinto” il sentimento di lotta, e, quindi, di mobilitare le masse e di portarle alla rottura rivoluzionaria: nel caso del proletariato, questo mito è rappresentato per Sorel dallo “sciopero generale”.
Ecco cosa ne dice nelle sue Considerazioni sulla violenza: “Gli scioperi han fatto fiorire nel proletariato i sentimenti più nobili, più profondi e più fattivi ch’esso possegga. Lo sciopero generale li unisce tutti, in un quadro d’in­sieme; dà a ciascuno di essi, riunendoli insieme, la massima intensità; e, col richiamo ai ricordi più scottanti dei singoli conflitti, colora di vita intensa tutti i particolari del quadro presentato alla coscienza”.
Lo sciopero, in definitiva, “fa scaturire una luce nuova, separando, meglio che non facciano le circostanze giornaliere della vita, gl’interessi e i modi di pensare dei gruppi”. La cosa, in concreto, avrebbe dovuto andare così: il sindacato dei lavoratori avreb­be indetto lo sciopero generale, tutti a­vrebbero smesso di lavorare e bloccato la produzione, facendo crollare la struttura economica e le istituzioni; a questo punto i lavoratori avrebbero potuto riprendere il lavoro, ma non più come proletari sfruttati bensì come liberi produttori [sic!].
Non è il caso di perdere tempo su questo esito del pensiero soreliano, che è un vero e proprio condensato di delirio. Vale invece la pena di mettere in luce il fatto che questa teoria costituiva, rispetto al socialismo evoluzionistico e riformistico, nient’altro che il rovescio della medaglia. Ne era il rovescio: tanto “ac­cesa” e barricadera, quanto il socialismo evoluzionistico era compassato e arrendevole (per questo il socialismo rivoluzionario conobbe una certa for­tuna anche al di fuori della Francia). Ma la medaglia era la stessa. In fondo, il famoso motto del socialdemocratico di destra Bernstein, secondo cui “il fine [cioè il socialismo] è nulla, il movimento è tutto”, avrebbe tranquillamente potuto sottoscriverlo anche Sorel, a cui interessava unicamente il “mo­­vimento” dello scoppio rivoluzionario.
Fece bene, quindi, György Lukács (dopo il fallimento dei tentativi rivoluzionari del 1919 in Ungheria e Germania) ad accostare “opportuni­smo” e “putschismo”, dopo aver definito il secondo come “l’illusione che la rivoluzione proletaria possa compiersi di un sol colpo attraverso la decisione e il sacrificio di un piccolo gruppo di avanguardie bene organizzate”. Secondo Lukács per il co­munismo si tratta “in entrambi i casi dello stesso pericolo”. Infatti, tanto gli opportunisti quanto i “radicali di sinistra” (sin dallo “sciopero generale politico” della Luxemburg), si dimostrano incapaci di “concepire la rivoluzione come un processo”, hanno una “concezione meccanicistica” del­l’organizzazione, e relegano in secondo piano “la totalità del processo rivoluzionario” a favore di un “visibi­le risultato immediato” (in un caso le “insurrezioni armate” nell’altro “con­­tratti sindacali di categoria”).
A tutto ciò Lukács contrapponeva la “realpolitik rivoluzionaria” dei comu­nisti, radicata nell’analisi scientifica marxista delle tendenze oggettive della società e, quindi, in una concezione dell’organizzazione che rifiuta la “spontaneità rivoluzionaria”, ma non è neppure una “premessa” (volontaristica) per l’azione: è invece “un incessante intersecarsi di premesse e di conseguenze durante l’azio­ne”. Lo stesso processo rivoluzionario diviene così “un grande processo formativo del proletariato”, durante il quale questo assume la coscienza [?] “soggettiva” della sua (“oggettivame­nte” esistente) “realtà di classe”.
Ma torniamo a Sorel: in definitiva è la radice stessa del suo “socialismo rivoluzionario” (ossia il vitalismo di Bergson) a palesarsi assai prossima alle teorie irrazionalistiche fiorite in Germania. In entrambi i casi, abbiamo: l’insensatezza dell’esistenza (che nessuna teoria razionale può comprendere), il culto dell’azione per l’a­zione, il rifiuto (già in linea di principio) della possibilità che la teoria illumini e guidi la prassi.
Ci si può chiedere per quale motivo, nei primi decenni del Novecento, queste teorie irrazionalistiche si affermino contemporaneamente in tutta l’Europa (pensiamo anche, per restare in famiglia, a quel vero e proprio “Nietzsche dei poveri” rappresentato da Gabriele D’Annunzio …).
La risposta più plausibile consiste nella crisi [?]: il modo di produzione capitalistico (che – sia detto per inciso – è già di per sé, anche in momenti di floridezza, incapace di dare significato ad una vita condotta sotto l’im­perativo di rendere possibile l’auto­valorizzazione del capitale), dopo una fase di inedita espansione dei commerci internazionali, vive una crisi che sfocerà nella prima guerra mondiale, ma che sarà “risolta” (lasciandosi dietro decine di milioni di morti) soltanto con la seconda guerra mondiale.
Bene: ora facciamo un salto di un secolo e parliamo di noi. Tutto bene? Vediamo. La crisi c’è. L’irrazionali­smo pure (pensiero debole, heideggerismo a go-gò, filosofie orientali fai-da-te…).
L’egemonia borghese [?] pare incontrastata (tanto che si è potuto definire il liberismo “pensiero unico”). Esistono, però, segnali di un “ri­sveglio” di movimenti antagonistici in tutto il mondo. Siamo tra coloro che confida­no nell’importanza di questi segnali. Riteniamo però anche che questi movimenti presentino, ad oggi, due gravi limiti (connessi tra loro).
Il primo è l’assenza di una marcata caratterizzazione di classe [?], tanto nella composizione quanto negli obiettivi del movimento. Ma può essere una “crisi di crescita” – e starà alla sinistra di classe renderla possibile.
Il secondo, ahinoi, è proprio l’attivi­smo: l’azione per l’azione, l’action dirècte, l’a­zione insensata (distruttivo-dimostra­tiva), l’amo­re del “ge­sto” in quanto tale. A chi pratica questi sport (e il cui colore è – non per caso – nero, al massimo bianco, e mai rosso) diciamo che “mettere-in-gioco-i-propri-cor­pi” può essere – al limite – necessario (e lo sanno bene le migliaia di lavoratori che ogni anno sono ammazzati sul lavoro…). Prima, però, bisogna mettere in funzione il proprio cervello.
[v.g.]