Ateismo - Anticapitalismo

La mancanza di proprie precise determinazioni – e dunque di perso­nalità e coscienza collettiva [?] – da parte della sinistra si misura dalla frequenza con cui i suoi esponenti ricorrono a definizioni di se stessi e della loro parte concepite prevalentemente in riferimento alle altrui determinazioni: per il tramite di un ridondante uso di prefissi quali l’a privativo o l’anti negativo. Si possono distinguere casi diversi, a seconda che la determinazione posta originariamente dalla classe dominante sia immaginaria o reale, e, in quest’ultimo caso, se già la sola negazione di quella realtà sia o no suscettibi­le di sviluppi contraddittori. L’uno o l’altro dei casi ha anche conseguenze profondamente diverse, che si possono esemplificare.
Ateo vuol dire senza dio – dunque definirsi “ateo” significa comunque riferir­si, sia pure negativamente, a un “dio”, ossia riconoscere la divinità come cate­goria di riferimento. È questo un segno chiarissimo di subordinazione a una de­terminazione del potere – una determinazione puramente ideologica e irreale, e pertanto indeterminata. Basterebbe ricordare l’ironica confutazione dei falsi sofisti scolastici, sulla prova ontologica dell’”esistenza di dio”, da parte dell’insospettabile Hegel [insospettabile per quanti almeno, incomprensibil­mente, attribuiscono significato “divino” al suo idealismo]. Cosicché, in quan­to “l’essere e il nulla son lo stesso”, il theós implica anche l’a-theós, e prender quest’ultima parte significa accettare anche la prima. “In nessun luogo, né in cielo né in terra v’è qualcosa che non contenga in sé tanto l’essere quanto il nulla – dice Hegel. Così perfino in dio la qualità, cioè l’attività, la creazio­ne, la potenza, ecc., contiene essenzialmente la determinazione del negativo. È invece il sedicente senso comune o buon senso, quello che, giacché rigetta l’inseparabilità dell’essere e del nulla, potrebbe essere invitato a scoprire un esempio in cui si trovino separati (separato p.es. qualcosa dal suo termine o limite, oppur l’infinito, dio – come dianzi fu detto, dall’attività). Non si può aver in mente di ovviar da ogni parte alle confusioni, in cui s’imbatte la co­scienza ordinaria a proposito di cotesta proposizione logica. Sono infatti ine­sauribili”.
Perciò un comunista [?] che non voglia cadere nella trappola della subordinazio­ne all’ideologia dominante, anche in un caso come questo, non ha che da evi­tare ogni “procedimento estrinseco e negativo, che non appartenga alla cosa stessa, ma abbia la sua radice nella semplice vanità, come smania soggettiva che conduca a nient’altro che a proclamare la vanità dell’oggetto trattato dia­letticamente”. Per non rimanere nella medesima vuota identità concettuale del “divino”, affidandosi a un semplice prefisso privativo, è sufficiente porre di­rettamente la propria entità positiva, di materialista innanzitutto e – per non essere bloccato in una fissità predeterminata del dato rozzo (tipica del mate­rialismo volgare e dell’empirismo immobile) – di dialettico, in una determina­zione storica del processo in divenire: con il che ogni possibile riferimento all’ideologia del “divino” è esclusa per definizione. [Per estensione, si consi­derino gli equivoci e i danni provocati da quanti, servi del potere, si sbraccia­no a propagandare la “bellezza” dell’a-politico, a-partitico, e via privando, fi­no alle pretese di in-dipendenza; tanto da far evocare, qui, il buffo omino di Altan che chiede candidamente: indipendente da chi?]. In un certo senso è da ricomprendere in questa medesima rubrica anche la ri­cerca dell’utopia: tutti i sognatori del “luogo che non c’è”, in ogni tempo, hanno di fatto sempre cercato la perfezione del luogo – il topos – in cui erano immersi, negandone con quella “u” solo le malefatte; praticamente mai, pro­prio perché “utopisti”, essi sono stati capaci di formulare una concezione del­la società fondata positivamente su basi materialmente nuove, mai hanno messo in discussione il modo di produzione – i rapporti di proprietà – ma han­no sempre fatto riferimento implicito (negativo) alla società esistente, criti­candone al più alcuni contenuti secondari della produzione se non solo della distribuzione, per stigmatizzare in astratto le “ingiustizie” di quella società.
Anticapitalistico si dice, in politica, di tutto ciò che presuma di opporsi al ca­pitalismo, in quanto modo di produzione e di vita, sistema economico sociale. Dunque, anche qui si tratta di una determinazione in negativo, che assume come punto di riferimento qualcosa posto da altri. Tuttavia, a differenza dell’“ateismo”, che pone al suo centro una parola – dio – più vuota di senso dello stesso suono che produce, l’“anticapitalismo” si riferisce pur sempre al­la “cosa” più corposa e consistente di tutta la storia moderna, fondata sul rap­porto di capitale [?]. Ma, purtroppo, la differenza è tutta qui e qui finisce. Al di là delle buone intenzioni di quanti, dichiarandosi “anticapitalisti”, ritengano di opporsi allo “stato di cose presente”, la mera posizione “anti” corrisponde, sì, a un encomiabile moto dell’animo, un’attitudine, un atteggiamento un com­portamento e un’idea, ma nulla più. Ciò può pertanto servire solo come ban­diera ideologica – rischiando peraltro di ridursi a retorica dichiarazione di “va­lori” [?] – ma senza essere capace di aggiungere neppure un’ette alla critica dell’economia politica del capitale.
È soltanto codesta critica [?], infatti, che – come base minima – serve a conoscere, analizzare e rivelare, in tutte le sue contraddizioni, il reale funzionamento pratico del modo di produzione capitalistico. Ma già si è, qui, a un livello di scientificità tale per cui la mera anti-nomia si eleva nello sviluppo di forme antitetiche la cui dialettica non si cristallizza in semplice negazione negativa. Non è di certo un caso che mai Marx proponga il concetto di “anticapitali­smo” (e verosimilmente neppure ne usi il termine), come mera opposizione radicale a qualcosa di interamente definito dalla parte avversa – e in larga par­te, generalmente, sconosciuto. Per Marx la critica del capitale serve a indivi­duare – questo è il socialismo scientifico – le forme antitetiche della sua unità sociale. In tal modo questa antitesi del capitale – che è tutt’altro dall’“anticapitalismo” – si pone oggettivamente come processo il cui svolgi­mento conduce alla conservazione e al toglimento, all’elevazione ossia al su­peramento dialettico [aufhebung] di entrambi i termini della contraddizione, nessuno dei quali può sussistere e permanere in quanto tale indipendentemen­te dall’altro. Già a questo livello, l’antitesi del capitale mostra ben altra po­tenza rispetto all’anticapitalismo, generando oggettivamente un antagonismo soggettivo altrimenti fondato, i cui stessi fini non possono prescindere dalla loro eterogenesi.
Ma, ancora di più, la critica scientifica al rapporto di capitale – pur senza tra­scendere in una fuga utopica al di là della finitezza dei limiti posti da quel rapporto stesso – già intravvede, occultate nella società esistente, le nuove for­me a venire. Non si tratta, cioè, di definire il “comunismo” [?], e neppure di par­larne come un qualcosa di onirico, di là da venire. Ma è in questione – sempli­cemente, ed è difficile a farsi – la transizione socialista in tutte le sue fasi di maturità, in tutti suoi termini medi , la sua mediazione [?]. E per un qualsiasi pro­gramma minimo di transizione il semplice “anticapitalismo” non solo non è di aiuto, ma può perfino essere fuorviante in quanto illusorio. [Tutto ciò che è stato detto e fatto in nome di anti-imperialismo, anti-fascismo, anti-nazismo, anti-razzismo – e via così con altre anti-patie, fino alla suprema ambiguità dell’anti-sistema – correda compiutamente l’esemplifica­zione della dipendenza proprio da quelle medesime “patìe”: si dichiara antim­perialista anche Saddam Hussein, antifascista la Dc che fu, antinazista qual­siasi sionista, antirazzista perfino Bossi; tanto che lo stesso nazismo si presen­tò come un movimento “antisistema”, con buona pace, oggi, per Wallerstein & co. e manifestolibri.
[gf.p.]