Armamenti

Armamenti
(ordine economico e violenza)
La rivoluzione [?] della borghesia mise fine a tutti i mille privilegi corporativi [?] e le barriere doganali locali e pro­vinciali, diventati, gli uni e le altre, semplici angherie e ceppi per la produzione. Ma non perché la borghesia adattasse la situazione dell’economia alle condizioni politiche (cosa che, invero, nobiltà e monarchia avevano invano tentato per anni), ma invece perché gettò da un lato il vecchio e ammuffito ciarpame politico e creò condizioni politiche nelle quali il “nuovo ordine economico” poteva esistere e svilupparsi. E in questa atmosfe­ra politica e giuridica a essa confacente, la borghesia si è sviluppata splendidamente, tanto splendidamente che ormai non è molto lontana da quella posizione che la nobiltà occupava nel 1789: essa diventa sempre più non solo socialmente superflua, ma un ostacolo sociale; si allontana sempre più dall’attività produttiva e diventa sempre più, come ai suoi tempi la nobiltà, una classe [?] che semplicemente intasca rendite; e questo rovesciamen­to della sua propria posizione e la creazione di una nuova classe, il proletariato, essa lo ha compiuto per via pu­ramente economica, senza nessun intervento cabalistico della violenza. E c’è di più.
Essa non ha affatto voluto questo risultato del suo operare che, al contrario, si è affermato con for­za irresistibile contro la volontà e contro l’intenzione della borghesia, le cui forze produttive si sono sottratte al suo controllo, e spingono, come fossero mosse da necessità naturale, tutta la società borghese alla rovina o al rovesciamento. E se la borghesia fa ora appello alla violenza per preservare dal crollo l’“ordine economico” che va in rovina, con ciò prova soltanto che essa è schiava dell’illusione di potere, con la violenza “politica” immediata, trasfor­mare quelle “cose di second’ordine”, quali l’ordine economico e il suo sviluppo ineluttabile, e quindi a sua vol­ta cacciar via dal mondo, con i cannoni di Krupp e i fucili di Mauser, le conseguenze economiche della macchi­na a vapore e del macchinismo [?] che essa mette in moto, del commercio mondiale e dell’odierno sviluppo banca­rio e creditizio.
Consideriamo un po’ più da vicino questa onnipotente “violenza”. Neanche nelle isole fantastiche delle impre­se robinsoniane le spade sinora crescono sugli alberi. A Robinson era tanto possibile procurarsi una spada quanto a noi supporre che un bel giorno Venerdì gli possa apparire con un revolver carico in mano, nel qual ca­so tutto il rapporto di “violenza” si rovescia: Venerdì comanda e Robinson deve sgobbare. Dunque il revolver ha la meglio sulla spada e questo fatto farà comprendere, malgrado tutto, anche al più puerile assertore di assio­mi che la violenza non è un semplice atto di volontà, ma che esige per manifestarsi condizioni preliminari mol­to reali, soprattutto strumenti, di cui il più perfetto ha la meglio sul meno perfetto; che questi strumenti devono inoltre essere prodotti, il che dice a un tempo che il produttore di più perfetti strumenti di violenza, vulgo “ar­mi”, vince sul produttore di strumenti meno perfetti e che, in una parola, la vittoria della violenza poggia sulla produzione di armi, e questa poggia a sua volta sulla produzione in generale, quindi sulla “potenza economica”, sull’“ordine economico”, sui mezzi materiali che stanno a disposizione della violenza.
La violenza, al giorno d’oggi, è rappresentata dall’esercito che costa, come tutti sappiamo a nostre spese, “una tremenda quantità di denaro”. Ma la violenza non può far denaro, può, tutt’al più, portar via quello che è già stato fatto e anche questo non giova gran che. In ultima analisi, quindi, il denaro deve pur essere fornito dalla produzione economica; la violenza dunque è a sua volta condizionata dall’ordine economico che le procura i mezzi per allestire e mantenere i suoi strumenti. Ma non basta ancora. Nulla dipende dalle condizioni economiche preesistenti quanto precisamente l’esercito. Armamento, composizione, organizzazione, tattica e strategia, dipendono anzitutto in ogni epoca dal livello raggiunto dalla produzione e dalle comunicazioni. Qui hanno agito rivoluzionariamente non le “libere creazioni dell’intelletto” di comandanti geniali, ma l’invenzione di armi migliori e la modificazione del materiale umano; nel migliore dei casi l’azione esercitata dai comandanti geniali si limita ad adeguare la maniera di combattere alle nuove armi e ai nuovi combattenti.
Ciò che la rivoluzione americana aveva cominciato, fu completato dalla rivoluzione francese, anche in campo militare. La rivoluzione francese, al pari dell’americana, non poteva opporre agli sperimentati eserciti mercena­ri che masse poco sperimentate ma numerose, la leva di tutta la nazione [?]. Ma il sistema rivoluzionario di armare tutto il popolo fu ridotto ben presto a una coscrizione obbligatoria (con la sostituzione, per gli abbienti, del pa­gamento in denaro). La guerra [?] ha costretto tutti gli stati a introdurre il sistema prussiano intensificato del ri­chiamo dei riservisti e, conseguentemente, a caricarsi di gravami militari che necessariamente li condurranno alla rovina. L’esercito è diventato fine precipuo dello stato e fine a se stesso: i popoli non esistono più se non per fornire e nutrire i soldati. Il militarismo reca in sé anche il germe della sua propria rovina. La concorrenza reciproca dei singoli stati li costringe a impiegare ogni anno più denaro per l’esercito, e quindi ad affrettare sempre più la rovina finanziaria. Dovunque e sempre sono le condizioni economiche che portano la “forza” alla vittoria, senza le quali non si raccoglierebbero altro che bastonate.
[f.e.]
(da Antidühring, II.2-3)