Aree valutarie

Aree valutarie
La concatenazione strategica – finanziaria innanzitutto, e quindi produttiva per filiere (dislocazione degli investimenti, esternalizzazione, sub-fornitura, ecc.) – del grande capitale monopolistico finanziario [?], transnazionale sì, ma pur sempre con una base nazionale (provvisoria e all’occorrenza mutevole) di partenza, non riguarda solo le malamente dette “regioni del Sud”, bensì tutte le aree del pianeta. Tale concatenazione si riferisce, infatti, sia a quell’investimento produttivo che arrechi plusvalore (non si tratta perciò solo di reperire manodopera a basso costo, se no Russia e Cina sarebbero già invase; ma anche e soprattutto di abbattere i costi relativi a infrastrutture capitalisticamente operanti), sia quello improduttivo (di portafoglio, borsistico e speculativo) che procuri profitto, pur non producendo plusvalore [?] (come, a es., la grandissima parte della cosiddetta “nuova economia”).
A conferma dell’asserzione appena fatta, basta esaminare l’andamento dei più recenti Ide (investimenti diretti all’estero) per vedere come essi vadano, nei primi tre posti, a paesi come Usa, Gran Bretagna e Francia (che non sono certo del “sud” né tantomeno dominati o “sottosviluppati”): segno è che la dislocazione produttiva segue criteri ben più articolati, di cui la facilità di manodopera (a scapito della sua abilità e produttività) è soltanto uno degli elementi in gioco. Perciò la concatenazione in filiere – purché le si spieghino con una “supervisione” strategica finanziaria – riesce a cogliere l’opportunità di decentramento produttivo di segmenti del ciclo lavorativo, fino al lavoro a domicilio, quando l’insieme delle circostanze, trasporti e infrastrutture in genere, lo renda favorevole (economicamente).
Qui subentra anche la questione dei costi: se siano pagati in valute locali meno pregiate, rispetto ai prezzi finali di vendita, in genere fatturati in dollari, per cui la differenza che sorge dall’incidenza delle diverse aree valutarie si trasforma in maggiori (o minori) profitti. Perciò, l’economia dal lato dei costi si ha per effetto delle minori spese (vere o “false”) di produzione; ossia, tanto quelle che incidono direttamente sulla circolazione [?], quanto quelle inerenti propriamente alla (sub)produzione. Dunque, l’allargamento della scala di attività del capitale non incide solo sui costi di circolazione propriamente detti, ma si estende all’economia concernente tutti i costi d’impresa, prima di tutti quelli relativi alla subfornitura e all’esternalizzazione, che agli albori del capitalismo, nei vari angoli del mondo via via conquistati a questo modo della produzione sociale, ha coinciso con l’azione dei capitalisti detti “compradores”.
Senonché, codesta riduzione dei costi complessivi non genera un aumento di valore, e particolarmente di plusvalore, prodotto. In altri termini – riferendosi al tasso di profitto, la cui ciclica caduta critica è ciò che i capitalisti intendono contrastare – un simile effetto non agisce affatto sull’aumento del numeratore del rapporto che definisce quel tasso, bensì è solo in grado di comprimere il capitale anticipato come misura posta al denominatore, attraverso la diminuzione dei costi (tutti). Vi è quindi un limite “negativo”, il quale può essere significativamente allentato, comprimendo i costi che lo contengono, ma ciò comunque si scontra, appunto, con quel limite stesso. Perciò, finché non si allarga in “positivo” il plusvalore al numeratore – ovvero, finché non riprende la vera e propria accumulazione di capitale su scala mondiale, e unicamente con essa pertanto anche la nuova occupazione e la massa salariale (in quanto maggior capitale variabile) – tutta questa azione dal lato dei costi può rappresentare solo un palliativo. Di qui, l’attuale rilevanza transitoria dell’attenzione capitalistica rivolta all’economia fatta nella sfera della circolazione: sia attraverso quella definibile “ordinaria”, sia mediante la circolazione, per così, dire “forzata” (che coinvolge anche la sub-produzione stessa), imperniata sullo scambio ineguale [?] con i paesi dominati (attraverso, per l’intanto, la ripartizione dispotica – saccheggio o rapina – del plusvalore mondiale, che è pressoché dato, statico o insufficientemente dinamico).
[gf.p.]