Alleanze #5 - (società come totalità concreta)

La scienza borghese della storia, proprio nel momento in cui crede di aver trovato la massima concretezza, questa le sfugge del tutto: le sfugge, cioè la società come totalità concreta; l’ordinamento della produzione a un determinato livello dello sviluppo sociale e l’articolazione della società in classi che di quello sviluppo è l’effetto. E mentre non si cura di tutto ciò, essa coglie come concreto qualcosa che è del tutto astratto. “Questi rapporti – dice Marx – non sono rapporti tra individuo e individuo, ma tra operaio e capitalista, tra contadino e proprietario fondiario, ecc.”.
L’indagine concreta significa dunque: rapporto con la società come intero. Infatti, soltanto in questo rapporto la coscienza che gli uomini hanno di volta in volta della loro esistenza, si presenta in tutte le sue determinazioni essenziali. Da un lato, essa si presenta come coscienza “giusta”, cioè come qualcosa che, soggettivamente, deve e può essere compresa e giustificata sulla base della situazione storico-sociale, e al tempo stesso come qualcosa che oggettivamente passa accanto all’essenza dello sviluppo sociale, senza riuscire a coglierlo e a dare a esso espressione adeguata: quindi come “falsa coscienza”. D’altro lato, la stessa coscienza si presenta nello stesso rapporto come una coscienza che soggettivamente fallisce gli scopi che essa stessa si è posta e contemporaneamente come una coscienza che promuove e raggiunge gli scopi oggettivi dello sviluppo sociale che le sono ignoti e che non sono da essa voluti. Questa duplice determinazione dialettica della coscienza fa sì che la sua considerazione non possa limitarsi alla pura e semplice descrizione di ciò che gli uomini, sotto certe condizioni storiche, hanno di fatto pensato, sentito e voluto, in determinate situazioni di classe. Questa è soltanto la materia – senza dubbio molto importante – delle ricerche propriamente storiche.
Il rapporto con la totalità concreta e le determinazioni dialettiche che ne conseguono rimandano tuttavia al di là di questa pura e semplice descrizione e dànno luogo alla categoria della possibilità oggettiva. Nella misura in cui la coscienza viene riferita all’intero della società, si riconoscono quelle idee, sentimenti, ecc. che gli uomini avrebbero avuto in una determinata situazione di vita, se fossero stati in grado di cogliere pienamente questa situazione e gli interessi da essa emergenti, sia in rapporto al­l’agire immediato, sia in rapporto alla struttura – conforme a questi interessi – dell’intera società; si riconoscono quindi le idee, i sentimenti, ecc. che sono adeguati alla loro situazione oggettiva. Il numero di tali situazioni di vita non è illimitato in nessuna società. Per quanto la loro tipologia possa essere perfezionata per mezzo di approfondite ricerche particolari, si perviene tuttavia ad alcuni tipi fondamentali, chiaramente distinti gli uni dagli altri, la cui modalità essenziale viene determinata dalla tipicità della posizione degli uomini nel processo di produzione. Ora, la coscienza di classe è la reazione razionalmente adeguata che viene in questo modo attribuita di diritto ad una determinata situazione tipica nel processo di produzione. Questa coscienza non è quindi né la somma né la media di ciò che pensano, sentono, ecc. i singoli individui che formano la classe. E tuttavia l’agire storicamente significativo della classe come totalità viene determinato, in ultima analisi, da questa coscienza, e non dal pensiero del singolo, ed è conoscibile soltanto a partire da essa.
Questa determinazione fissa fin dal­l’inizio la distanza che separa la coscienza di classe dalle idee fattualmente empiriche, descrivibili ed esplicabili in senso psicologico, che gli uomini hanno sulla loro situazione di vita. Ma non bisogna arrestarsi al puro e semplice accertamento di questa distanza o addirittura alla fissazione generale formale dei nessi che ne derivano. Si deve piuttosto indagare, in primo luogo, se questa distanza si differenzia nelle diverse classi, secondo il loro diverso rapporto con l’intero economico-sociale di cui esse sono membri, e fino a che punto questa diversità sia tanto grande da far emergere differenze qualitative. Ed in secondo luogo, che cosa significhino praticamente per lo sviluppo della società questi diversi rapporti tra totalità economica oggettiva, coscienza di classe attribuita di diritto ed idee psicologico-reali degli uomini sulla loro situazione di vita, chiarendo così quale sia la funzione storico-pratica della coscienza di classe.
Ciò che importa è dunque il problema: fino a che punto la classe in questione compia “coscientemente” o “incoscientemente”, con una coscienza “giusta” o “falsa”, le azioni che le sono imposte dalla storia. Non si tratta dì distinzioni puramente accademiche. Infatti, facendo del tutto astrazione dal problema della cultura, dove le dissonanze che di qui hanno origine hanno un’importanza determinante, per il destino di tutte le scelte pratiche di una classe è decisivo se essa è in grado di chiarire e di risolvere i problemi che le sono affidati dallo sviluppo storico. Appare qui una volta del tutto chiaro che, nel caso della coscienza di classe, non si tratta del pensiero di alcuni individui, per quanto progressisti, e neppure di conoscenza scientifica. Quindi, il limite che rende “falsa” la coscienza di classe della borghesia, è oggettivo: è la stessa situazione di classe.
La forma della stratificazione in stati occulta il nesso tra l’esistenza economica dello stato – un’esistenza che è reale, anche se resta “inconscia” – e la totalità economica della società. Essa fissa la coscienza o nella pura immediatezza dei suoi privilegi (i cavalieri del tempo della riforma) oppure nella particolarità – anch’essa puramente immediata – di quella parte della società alla quale si riferiscono i privilegi (le corporazioni). Lo stato può anche essere già interamente dissolto dal punto di vista economico, i suoi membri possono anche appartenere economicamente già a diverse classi, ma esso mantiene ugualmente questa sua coesione ideologica (oggettivamente irreale). Infatti, il rapporto con l’intero, che viene realizzato dalla “coscienza di appartenere allo stato”, è diretto ad un’altra totalità, e non alla reale e vivente unità del­l’economia: alla fissazione passata della società, che ha costituito a suo tempo i privilegi degli stati.
La coscienza di appartenere allo stato copre – come fattore storico reale – la coscienza di classe; impedisce che questa in generale si manifesti. Qualcosa di analogo si può osservare anche nella società capitalistica, a proposito di tutti i gruppi “privilegiati” la cui situazione di classe non è fondata immediatamente in modo economico. Nella misura in cui un simile strato si può “capitalistizzare”, cioè può modificare i suoi “privilegi” in rapporti capitalistico-economici di dominio aumenta la sua capacità di adattamento allo sviluppo economico reale (a es., i proprietari fondiari).
Perciò nelle epoche precapitalistiche la coscienza di classe si riferisce alla storia in modo completamente diverso che nel capitalismo. Infatti, solo per mezzo dell’interpretazione della storia del materialismo storico, le classi stesse possono in tal caso essere ottenute dalla realtà storica immediatamente data, mentre nel capitalismo esse sono questa stessa realtà storica immediata. Come anche Engels ha sottolineato, non è affatto un caso che questa conoscenza della storia sia stata possibile soltanto nell’e­poca del capitalismo. Ma in rapporto al capitalismo vi è questa differenza invalicabile: in esso, i momenti economici non sono più nascosti “dietro” la coscienza, ma sono presenti nella coscienza stessa (solo che essi sono repressi, inconsapevoli, ecc). Con il capitalismo, con la soppressione della struttura degli stati e con la costruzione di una società articolata in senso puramente economico, la coscienza di classe è entrata nella fase in cui può diventare cosciente.
La lotta sociale si rispecchia ora in una lotta ideologica per la coscienza, per l’occultamento o la scoperta del carattere classista della società. Ma la possibilità di questa lotta rimanda già alle contraddizioni dialettiche, all’in­terna autodissoluzione della pura società classista. La borghesia e il proletariato sono le uniche classi pure della società borghese: la loro esistenza e il loro evolversi poggiano esclusivamente sullo sviluppo del moderno processo di produzione e solo a partire dalle loro condizioni di esistenza è in generale pensabile un piano per l’organizzazione dell’intera società. Il comportamento delle altre classi (piccolo-borghesi, contadini) è oscillante e infecondo per lo sviluppo perché la loro esistenza non si fonda esclusivamente sulla posizione che esse occupano nel processo capitalistico di produzione, ma è legata a sopravvivenze della società organizzata in stati. Il loro interesse di classe è diretto soltanto ai sintomi dello sviluppo, e non allo sviluppo stesso, ai fenomeni parziali della società, e non alla struttura sociale nella sua interezza.
Questo problema della coscienza può presentarsi anche nel modo di agire e di porre dei fini. Ciò accade, a es., nel caso della piccola borghesia, che vivendo almeno in parte nella grande città capitalistica, sottoposta direttamente agli influssi del capitalismo in tutte le sue manifestazioni di vita, non può restare completamente indifferente al dato di fatto della lotta di classe tra borghesia e proletariato. Tuttavia, “come classe intermedia”, nella quale “si smussano gli interessi di entrambe le classi”, essa si sentirà in genere “al di sopra del contrasto di classe”. E di conseguenza essa non cercherà la via “per sopprimere entrambi gli estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma per attenuare questo contrasto e trasformarlo in armonia”. Quindi essa lotterà ora per questa ora per quella corrente della lotta di classe, ma sempre inconsapevolmente. I suoi propri fini, che esistono appunto esclusivamente nella sua coscienza, si svuoteranno progressivamente, trasformandosi in forme puramente “ideologiche”, sempre più disciolte dall’azione sociale.
[g.l.]
(da Storia e coscienza di classe, 1922)