Alleanze #4 - (proletariato e classi anticapitalistiche)

Alleanze # 4
(proletariato e classi anticapitalistiche)
Una questione fondamentale è quella dei rapporti che debbono essere stabiliti tra la classe operaia e le altre classi anticapitalistiche, dei rapporti della classe proletaria nel suo complesso con le altre forze sociali che oggettivamente sono sul terreno anticapitalistico, quantunque siano dirette da partiti e gruppi politici legati alla borghesia; quindi in primo luogo i rapporti fra il proletariato e i contadini. È questo un problema – uno dei problemi della tattica e della strategia del partito – che può essere risolto soltanto dal partito della classe operaia mediante la sua politica. Nel definire il partito è necessario sottolinea­re il fatto che esso è una “parte” della classe operaia, ma il partito comunista non può essere solo un partito di operai. Deve organizzare e unificare il proletariato industriale e agricolo per la rivoluzione; organizzare e mobilitare attorno al proletariato tutte le forze necessarie per la vittoria rivoluzionaria e per la fondazione dello stato operaio. Così il partito comunista non può chiudere le porte ai contadini: esso deve anzi avere nel suo seno dei contadini e servirsi di essi per stringere il legame politico tra il proletariato e le classi rurali, in una forte differenziazione dei ceti rurali, con una prevalenza degli strati poveri, più vicini alle condizioni del proletariato e più facili a subire la sua influenza e ad accettarne la guida.
Tra le classi industriali ed agrarie si pone una piccola borghesia urbana abbastanza estesa e che ha un’impor­tanza assai grande. Essa consta in pre­valenza di artigiani, professionisti e impiegati dello stato. La piccola borghesia tende quindi ad avvicinarsi ai contadini. Il sistema di sfruttamento e di oppressione delle masse meridionali è portato dal fascismo all’estremo; questo facilita la radicalizzazione anche delle categorie intermedie e pone la questione meridionale nei suoi veri termini, come questione che sarà risolta soltanto dalla insurrezione dei contadini alleati del proletariato nella lotta contro i capitalisti e contro gli agrari.
La classe operaia e il suo partito non possono fare a meno degli intellettuali né possono ignorare il problema di raccogliere intorno a sé e guidare tutti gli elementi che per una via o per un’altra sono spinti alla rivolta contro il capitalismo. In nessun paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una politica tale che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle nella lotta per l’abbattimento della società borghese. La questione è particolarmente importante per l’Italia, dove il proletariato è una minoranza della po­polazione lavoratrice. È assurdo affermare che non esiste differenza tra una situazione democratica e una situazione reazionaria, e che, anzi, in una situazione democratica sia più disagevole il lavoro per la conquista del­le masse. La verità è che oggi in una situazione reazionaria si lotta per organizzare il partito, mentre in una situazione democratica si lotterebbe per organizzare la insurrezione.
Era necessario condurre un’azione politica, e questa doveva essere diversa nei riguardi del fascismo e delle opposizioni. Infatti, anche l’estrema sinistra asserisce che i fattori della situazione in quel momento erano tre: il fascismo, le opposizioni e il proletariato. Questo vuol dire che tra i due primi noi dovevamo fare una distinzione e pórci, non solo teoricamente, ma praticamente, il problema di disgregare socialmente e quindi politicamente le opposizioni, per toglier loro le basi che avevano tra le masse. A questo scopo fu rivolta l’azione politica del partito verso le opposizioni. È certo che, per il proletariato e per noi in quel momento esisteva un problema fondamentale: quello di rovesciare il fascismo. Appunto perché volevano che il fascismo fosse abbattuto con qualsiasi mezzo, le masse seguivano in grandissima parte le opposizioni. E in realtà non si deve negare che se il governo di Mussolini fosse caduto, con qualunque mezzo lo si fosse fatto cadere, si sarebbe aperta in Italia una crisi politica assai profonda, di cui nessuno avrebbe potuto prevedere o frenare gli svolgimenti. Ma questo sapevano anche le opposizioni e perciò esse esclusero fin dall’inizio “un” modo di far cadere il fascismo, che era il solo possibile: la mobilitazione e la lotta delle masse. Escludendo questo solo possibile modo di far cadere il fascismo le opposizioni in realtà tennero in piedi il fascismo, furono il più efficiente puntello del regime in dissoluzione.
Il proletariato è disposto geograficamente in forma tale che non può presumere di condurre una lotta vittoriosa per il potere se non dopo avere data una esatta risoluzione al problema dei suoi rapporti con la classe dei contadini. La situazione italiana è caratterizzata dal fatto che la borghesia è organicamente più debole che in altri paesi e si mantiene al potere solo in quanto riesce a controllare e dominare i contadini. Il proletariato deve lottare per strappare i contadini alla influenza della borghesia e porli sotto la sua guida politica. È certo che si debbono esaminare con attenzione anche le diverse stratificazioni della classe borghese. La tattica del partito ha cercato sempre di tenere conto delle stratificazioni della borghesia, e la nostra proposta dell’“antiparlamen­to” fu fatta allo scopo di giungere a prendere contatto con masse arretrate le quali erano fino ad allora rimaste sotto il controllo di strati della grande o della piccola borghesia.
Sullo stesso piano si pone la questione del Vaticano come forza politica controrivoluzionaria. La base sociale del Vaticano è data appunto dai contadini, che i clericali hanno sempre considerato come esercito di riserva della reazione e che si sono sforzati di mantenere sempre sotto il loro controllo. La realizzazione della alleanza tra operai e contadini per la lotta contro il capitalismo suppone la distruzione della influenza del Vaticano sui contadini. Anche i contadini medi e poveri delle altre parti d’Italia acquistano una funzione rivoluzionaria, benché in modo più lento. Il Vaticano – la cui funzione reazionaria è stata assunta dal fascismo – non controlla più le popolazioni rurali in modo completo attraverso i preti, l’“A­zione cattolica” e il Partito popolare. Vi è una parte dei contadini, la quale è stata risvegliata alle lotte per la difesa dei suoi interessi.
La capacità strategica e tattica del partito è la capacità di organizzare e unificare attorno all’avanguardia proletaria e alla classe operaia tutte le forze necessarie alla vittoria rivoluzionaria e di guidare di fatto verso la rivoluzione approfittando delle situazioni oggettive e degli spostamenti di forze che esse provocano sia tra la popolazione lavoratrice che tra i nemici della classe operaia. Con la sua strategia e con la sua tattica il partito “dirige la classe operaia” nei grandi movimenti storici e nelle sue lotte quotidiane. L’una direzione è legata all’altra ed è condizionata dall’altra. Esso è consapevole dell’impossibilità che le condizioni dei lavoratori siano migliorate in modo serio e durevole, nel periodo dell’imperialismo e prima che il regime capitalista sia stato abbattuto. L’agitazione di un programma di rivendicazioni immediate e l’ap­poggio alle lotte parziali è però il solo modo col quale si possa giungere alle grandi masse e mobilitarle contro il capitale. D’altra parte ogni agitazione o vittoria di categorie operaie nel campo delle rivendicazioni immediate rende più acuta la crisi del capitalismo, e ne accelera anche soggettivamente la caduta in quanto sposta l’in-stabile equilibrio economico sul quale esso oggi basa il suo potere.
L’iniziativa diretta del partito comunista per un’azione parziale, può aver luogo quando esso controlla attraverso organismi di massa una parte notevole della classe lavoratrice, o quando sia sicuro che una sua parola d’ordine diretta sia seguita egualmente da una parte notevole della classe lavoratrice. Il partito non prenderà però questa iniziativa se non quando, in relazione con la situazione oggettiva, essa porti a uno spostamento a suo favore dei rapporti di forza. Esso sostiene queste sue concezioni nel­l’interno delle organizzazioni di massa cui spetta la direzione dei movimenti parziali, o nei confronti dei partiti politici che ne prendono l’ini­ziativa, oppure le fa valere prendendo esso l’niziativa di proporre le azioni parziali, sia in seno a organizzazioni di massa, sia ad altri partiti (tattica di fronte unico). In ogni caso si serve della esperienza del movimento e del­’esito delle sue proposte per accrescere la sua influenza, dimostrando con i fatti che il suo programma di azione è il solo rispondente agli interessi delle masse e alla situazione oggettiva, e per portare sopra una posizione più avanzata una sezione arretrata della classe lavoratrice.
È escluso che un’azione violenta di individui o di gruppi possa servire a strappare dalla passività le masse operaie quando il partito non sia collegato profondamente con esse. In particolare l’attività dei gruppi armati, anche come reazione alla violenza fisica dei fascisti, ha valore solo in quanto si collega con una reazione delle masse o riesce a suscitarla e prepararla acquistando nel campo della mobilitazione di forze materiali lo stesso valore che hanno gli scioperi e le agitazioni economiche particolari per la mobilitazione generale delle energie dei lavoratori in difesa dei loro interessi di classe. Soprattutto ci si deve rendere capaci di avvicinare gli operai di altri partiti e senza partito superando ostilità e incomprensioni fuori di luogo, e presentandosi in ogni caso come i fautori dell’unità della classe nella lotta per la sua difesa e per la sua liberazione. Il “fronte unico” di lotta antifascista e anticapitalista che i comunisti si sforzano di creare deve tendere a essere un fronte unico organizzato, cioè a fondarsi sopra organismi attorno ai quali tutta la massa trovi una forma e si raccolga. Tali sono gli organismi rappresentativi che le masse stesse oggi hanno la tendenza a costituire, a partire dalle officine, e in occasione di ogni agitazione, dopo che le possibilità di funzionamento normale dei sindacati han­no incominciato a essere limitate.
Questa presentazione e agitazione – sviluppo della propria azione, soluzioni intermedie di problemi politici generali, e agitare queste soluzioni tra le masse che sono ancora aderenti a partiti e formazioni controrivoluzionarie, lontane tanto dalle parole d’or­dine del partito quanto dal programma di inerzia e passività dei gruppi che si vogliono combattere – permette di raccogliere al séguito del partito forze più vaste, di porre in contraddizione le parole dei dirigenti i partiti di massa controrivoluzionari con le loro intenzioni reali, di spingere le masse verso soluzioni rivoluzionarie e di estendere la nostra influenza [esempio: “antiparlamento”] contro i partiti sedicenti democratici, i quali in realtà sono uno dei più forti sostegni del­l’ordine capitalistico vacillante e come tali si alternano al potere con i gruppi reazionari, quando questi partiti sedicenti democratici sono collegati con strati importanti e decisivi della popolazione lavoratrice e quando è imminente e grave un pericolo reazionario. In questi casi il partito comunista ottiene i migliori risultati agitando le soluzioni stesse che dovrebbero essere proprie dei partiti sedicenti democratici se essi sapessero condurre per la democrazia una lotta conseguente, con tutti i mezzi che la situazione richiede.
Lenin aveva dato la formula lapidaria del significato della scissione, in Italia: “separatevi, e poi fate l’allean­za”. Questa formula avrebbe dovuto essere da noi adattata alla scissione avvenuta in forma diversa da quella prevista da Lenin. Dovevamo cioè, come era indispensabile e storicamente necessario, separarci non solo dal riformismo, ma anche dal massimalismo che in realtà rappresentava e rappresenta l’opportunismo tipico italiano nel movimento operaio; ma dopo di ciò e pur continuando la lotta ideologica e organizzativa contro di essi, cercare di fare un’alleanza contro la reazione: organizzazione delle più larghe masse, come classe a sé stante, sulla base degli interessi economici immediati, e come terreno di educazione politica rivoluzionaria; questione del “fronte unico”, cioè dei rapporti di direzione politica fra la parte più avanzata del proletariato e le frazioni meno avanzate di esso; rapporti del partito con la classe proletaria (cioè con la sede di cui il partito è il diretto rappresentante, con la classe che ha il compito di dirigere la lotta anticapitalistica e di organizzare la nuova società).
[a.g.] (da Tesi di Lione, 1924)