Alleanze #3 - (strati intermedi e “ceti” medi)

Alleanze # 3
(strati intermedi e “ceti” medi)
Tra la borghesia e il proletariato esistono numerosi strati intermedi i quali progressivamente, con gradazioni quasi impercettibili, conducono da una classe all’altra. In parte sono residui del vecchio “ceto medio” indipendente: piccoli capitalisti – che è difficile separare nettamente dai grandi capitalisti – i quali vengono però pesantemente oppressi dal grande capitale, contadini ricchi, piccoli borghesi, i quali in parte sono al servizio del grande capitale, fino ai contadini poveri e agli artigiani che vengono direttamente sfruttati dal grande capitale. In parte si tratta di classi di recente formazione, dai capi-officina e dai tecnici, attraverso gli ingegneri, i dottori, i capi-ufficio fin su ai direttori, essi costituiscono una catena ininterrotta di funzionari; negli strati inferiori essi fanno parte degli sfruttati, in quelli più elevati essi partecipano allo sfruttamento.
Un piccolo borghese o contadino non è che un proletario sfruttato dal capitale. Del provento del suo lavoro egli non conserva più di quanto gli abbisogna per vivere: il valore della sua forza-lavoro. Ogni altra cosa va al capitalista, costituisce quindi il plusvalore. Ma qui lo sfruttamento avviene in una forma che, essendo occulta, è molto più terribile dello sfruttamento dei lavoratori della grande industria. Quegli sfruttati sono convinti di lavorare per se stessi; per questo si spremono fino allo stremo delle forze e si accontentano del modo di vita più miserabile. Vivono molto peggio degli operai dell’industria e la loro giornata lavorativa è molto più lunga. Proprio per questo, nonostante l’arretratezza tecnica del loro modo di lavorare, essi forniscono tuttora profitti molto elevati al capitale.
In questo modo larghi strati piccolo-borghesi vengono sfruttati dal capitale. Contadini poveri la cui terra è gravata da una pesante ipoteca, come pure commercianti il cui negozio è pesantemente indebitato, ne fanno parte. Della medesima categoria fanno parte i fittavoli; invece di pagare un interesse alle banche di credito ipotecario essi pagano un affitto al proprietario terriero, e a loro stessi rimane soltanto una modesta retribuzione della loro forza-lavoro. E anche per il possessore di capitali è indifferente che investa il suo capitale in ipoteche o che acquisti un terreno; in entrambi i casi è il contadino che crea per lui il plusvalore con il suo lavoro. Dal piccolo negoziante o artigiano i cui mezzi di produzione sono in fondo proprietà del capitalista che gli ha prestato del denaro, fino al piccolo industriale che svolge la sua attività in casa propria, al quale il capitalista fornisce la materia prima e dal quale rileva il prodotto finito, si incontrano tutti i passaggi; i primi hanno l’a­spetto di piccoli borghesi indipendenti, mentre gli altri sono noti a tutti come lo strato proletario più oppresso. Tutti loro hanno però in comune la caratteristica di essere sfruttati dal capitale, pur mantenendo il loro primitivo modo di lavorare. Il capitale che riunisce e organizza i salariati dell’industria, non organizza questi altri sfruttati. Essi rimangono individui isolati; ognuno di essi è impotente al cospetto del capitalista.
Per esperienza diretta essi conoscono il capitale non come potenza rivoluzionaria che prepara il socialismo, ma soltanto come capitale usuraio che li dissangua. Vittoria sul capitale per essi non significa passaggio a un modo di produzione più elevato, che avvia un possente accrescimento delle forze produttive, ma liberazione dal vampiro che sta loro attaccato dietro la nuca. La società socialista alla quale aspirano, è ai loro occhi una società in cui predomina la piccola impresa, i cui frutti non possono più venir rapinati dall’usuraio capitalista, ma vanno invece al produttore stesso. Il loro ideale socialista è quindi in sostanza un ideale reazionario, il ritorno a un modo di produzione piccolo-borghese primitivo; i loro teo­rici tentano di provare che questo è il modo più produttivo di operare economicamente. E nei casi in cui essi stessi occupano dei lavoratori e si mantengono in piedi grazie a uno sfruttamento terribile degli apprendisti, e quindi si sentono direttamente minacciati dalle rivendicazioni salariali degli lavoratori e dalle leggi di protezione del lavoro, essi si trasformano nei nemici – più ottusi e carichi d’odio – del proletariato.
In modo differente dai residui del vecchio “ceto medio” indipendente, il cosiddetto nuovo ceto medio – gli intellettuali, i funzionari, gli impiegati del settore privato – costituisce uno strato intermedio tra il proletariato e la borghesia. Esso si differenzia dal vecchio ceto medio in un punto importante: non possiede mezzi di produzione, vive invece della vendita della propria forza-lavoro. Esso quin­di non è interessato al mantenimento della produzione privata dei mezzi di produzione. In questo punto concorda con il proletariato, e al pari di que­st’ultimo non ha interessi o desideri reazionari; il suo occhio guarda verso il futuro, non al passato. Esso è una classe moderna, in ascesa, che con lo sviluppo sociale diviene sempre più numerosa e rilevante.
Ma la sua situazione si differenzia profondamente da quella del proletariato. Abitualmente la sua forza-la­voro è altamente qualificata; la sua formazione esige spesso studi costosi; a causa di ciò la sua retribuzione è considerevolmente più elevata di quella dei proletari; poiché i suoi membri occupano posizioni dirigenti e scientifiche, dalle quali dipende fortemente il profitto dell’impresa, provando le loro capacità essi possono pervenire a posizioni altamente retribuite. I funzionari di grado più elevato si sentono solidali con il capitale e riescono a soddisfare le loro richieste per altre vie; la massa degli impiegati si suddivide in tanti gruppi, strati e ranghi con stipendi e posizioni tanto differenziate, che essi non si fondono in un corpo compatto e unitario al pari dei proletari.
Gli intellettuali sono divisi dal proletariato anche a causa della loro ideo­logia. Provenendo da ambiti borghesi, essi portano con sé una concezione borghese del mondo che è stata ulteriormente rafforzata e approfondita dal loro studio teorico. In loro i pregiudizi della borghesia nei confronti del socialismo hanno assunto la forma di teorie scientificamente fondate. La posizione particolare che essi occupano nel processo produttivo rafforza a sua volta questa concezione ideo­logica, secondo cui lo spirito domina il mondo. Essa fornisce loro un’opinione errata della cultura, e grazie a essa si sentono di gran lunga superiori alle masse operaie. Va qui osservato che, viceversa, alcuni strati che sorgono dal proletariato, i lavoratori che a causa di una for­mazione e di una qualificazione particolare sono indispensabili, vengono retribuiti meglio e in tal modo costituiscono un’aristocrazia operaia, si avvicinano a questi strati inferiori degli intellettuali e presentano alcuni suoi tratti.
[a.p.]
(da Tattiche del movimento dei lavoratori)