Alleanze #2 - (rapporti reciproci di tutte le classi)

La coscienza della classe operaia non può diventare vera coscienza politica se i lavoratori non si abituano a reagire contro ogni abuso, contro ogni manifestazione dell’arbitrio e del­l’oppressione, della violenza e della soperchieria, qualunque sia la classe che ne è colpita, e a reagire da un punto di vista “comunista” [sempre così, per trad. socialdemocratico] e non da un punto di vista qualsiasi. La coscienza delle masse operaie non può essere una vera coscienza di classe se i lavoratori non imparano a osservare, sulla base dei fatti e degli avvenimenti politici concreti e attuali, ognuna delle altre classi sociali in tutte le manifestazioni della vita intellettuale morale e politica; se non imparano ad applicare in pratica l’ana­lisi e il criterio materialistico a tutte le forme d’attività e di vita dì tutte le classi, strati e gruppi della popolazione. Chi induce la classe operaia a rivolgere la sua attenzione, il suo spirito di osservazione e la sua coscienza esclusivamente, o anche principalmente, su se stessa, non è un “comunista”, perché per la classe operaia la conoscenza di se stessa è indissolubilmente legata alla conoscenza esatta dei rapporti reciproci di tutte le classi della società contemporanea, e conoscenza non solo teorica, anzi, non tanto teorica, quanto ottenuta attraverso l’esperienza della vita politica.
Per diventare “comunista” il lavoratore deve avere una chiara visione della natura economica, della fisionomia politica e sociale del grande proprietario fondiario e del prete, del­l’alto funzionario e del contadino, dello studente e del sottoproletario, conoscerne i lati forti e quelli deboli, saper discernere il significato delle formule e dei sofismi di ogni genere con i quali ogni classe e ogni strato sociale maschera i propri appetiti egoistici e la propria vera “sostanza”, saper distinguere quali interessi le leggi e le istituzioni rappresentano, e come li rappresentano. Ma non si potrà trovare in nessun libro questa “chiara visione”: la potranno dare solo gli esempi tratti dalla vita, le denunce che battano il ferro mentre è caldo e che trattino di ciò che avviene intorno a noi in un dato momento, di ciò che si dice e si sussurra nei crocchi, di ciò che dimostrano questo o quel fatto, certe cifre e certe sentenze dei tribunali, ecc. Queste denunce politiche relative a tutte le questioni della vita sociale sono la condizione necessaria e fondamentale per educare le masse all’attività rivoluzionaria.
La coscienza politica di classe può essere portata al lavoratore solo dal­l’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra lavoratori e padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi. Perciò alla domanda: “che cosa fare per dare ai lavoratori cognizioni politiche?”, non ci si può limitare a dare una sola risposta, a dare quella risposta che nella maggior parte dei casi accontenta i militanti, soprattutto quan­do essi pencolano verso il “sindacalismo” [sempre così per trad. economismo, tradunionismo], e cioè: “andare tra i lavoratori”. Per dare ai lavoratori cognizioni politiche, i “co­munisti” devono andare tra tutte le classi della popolazione, devono inviare in tutte le direzioni i loro distaccamenti. C’è una massa di individui, ma gli uomini mancano. C’è una massa di individui perché la classe operaia e i “ceti” sempre più diversi della società forniscono ogni anno un numero sempre maggiore di malcontenti, pronti a protestare e a dare il loro concorso alla lotta contro l’asso­lutismo, l’intollerabilità del quale, se non è ancora compresa da tutti, è sentita in modo sempre più acuto da una massa sempre più grande. In pari tem­po gli uomini mancano, perché non vi sono dirigenti, non vi sono capi politici, non vi sono intelligenze capaci di organizzare un lavoro vasto e nello stesso tempo coordinato, armonico, che permetta di utilizzare qualsiasi forza, anche la più insignificante.
I “comunisti” potrebbero assai bene ripartire le mille funzioni particolari del lavoro organizzativo tra elementi delle classi più diverse; nessun militante ne dubiterà. Tra i “comunisti” l’elemento predominante è ormai costituito da militanti di un altro tipo che si sono formati quasi esclusivamente sulla letteratura marxista “legale”, tanto più insufficiente quanto più alta è la coscienza richiesta dalla spontaneità della massa. Non solo i dirigenti sono in ritardo teoricamente e praticamente, ma si sforzano di giustificare il proprio ritardo, con mille e un argomento altisonante. Il movimento “comunista” è abbassato al livello del “sindacalismo”, della letteratura legale e dei “codisti” della letteratura illegale.
In difesa del “terrorismo” si adducono argomenti particolari che è molto interessante notare. Si “nega completamente” la funzione intimidatrice del terrorismo, ma ne sottolinea la “funzione di incitamento (di stimolo)”! Ciò è caratteristico, anzitutto, come uno degli stadi della decadenza e della disgregazione di quel ciclo di idee tradizionali (“precomuniste”) che aveva permesso al terrorismo di affermarsi. Riconoscere che oggi è impossibile “intimidire” e, quindi, disorganizzare il governo col terrorismo, significa in sostanza condannarlo completamente come metodo di lotta, come sfera di attività sanzionata da un programma. Ma la cosa è ancora più caratteristica come esempio di incomprensione dei nostri compiti immediati per “educare le masse al­l’attività rivoluzionaria”. C’è chi propugna il terrorismo come mezzo per “stimolare” il movimento operaio, per dargli “un impulso vigoroso”: sarebbe difficile immaginare un argomento che si confuti da se stesso con maggiore evidenza! Ci sono forse così pochi scandali da dover inventare “stimolanti” speciali? D’altra parte, non è evidente che coloro i quali non si sentono stimolati e non sono passibili di essere stimolati nemmeno dal regime di arbitrio che domina rimarranno egualmente “con le mani in tasca” di fronte al duello di un pugno di terroristi con il governo? Le infamie della vita stimolano fortemente le masse lavoratrici, ma noi non sappiamo, per così dire, né raccogliere, né concentrare tutte le gocce e i getti dell’effervescen­za popolare, che, infinitamente più numerosi di quanto crediamo, si sprigionano dalla vita, e che bisogna appunto fondere in un solo gigantesco torrente.
La popolazione contadina comprende una massa di elementi semiproletari accanto agli elementi piccolo-borghesi. Anch’essa è quindi instabile e il proletariato è costretto a raggrupparsi in un partito rigorosamente classista. Ma l’instabilità della popolazione contadina differisce in modo radicale dall’instabilità della borghesia. Senza diventare per questo socialisti, senza cessare di essere dei piccoli borghesi, i contadini possono diventare dei fautori decisi, e tra i più radicali, della rivoluzione democratica. E lo diventeranno inevitabilmente, purché il corso degli avvenimenti rivoluzionari, che li sta educando, non sia interrotto troppo presto dal tradimento della borghesia e dalla disfatta del proletariato.
I piccoli contadini si estenuano sul lavoro più dei lavoratori salariati e riducono il livello dei loro bisogni al di sotto del livello dei bisogni e del tenore di vita di questi ultimi. Il potere del denaro non solo ha schiacciato, ma ha scisso la popolazione contadina: la grande massa andava incontro a sicura rovina e si trasformava in proletariato, mentre una minoranza esprimeva da sé esigui gruppetti di poco numerosi contadini benestanti (kulaki) e intraprendenti, che accaparravano le aziende e le terre dei contadini poveri, costituendo i quadri della nascente borghesia rurale. Il contadino povero era stato ridotto a un tenore di vita da miserabile. I contadini poveri soffrivano cronicamente la fame e morivano a decine di migliaia sia di fame che per le epidemie nelle annate cattive, che si erano fatte sempre più frequenti.
Furono gli artigiani, persino nel­l’Europa occidentale dove l’organiz­zazione corporativa era cosi forte, a dar prova, come gli altri piccoli borghesi delle città, di uno spirito particolarmente rivoluzionario all’epoca della caduta dell’assolutismo. E per i “comunisti” è particolarmente assurdo ripetere, senza riflettere, quel che alcuni compagni dicono degli odierni artigiani, un secolo dopo la caduta dell’assolutismo. Parlare di spirito reazionario degli artigiani rispetto alla borghesia nel campo dei problemi politici altro non è che ripetere una frase fatta imparata a memoria. Ognuno può dunque vedere quanto manchi di tatto agitare trionfalmente la frase di Marx: “ogni passo del movimento reale è più importante di una dozzina di programmi”. Ripetere queste parole in un momento di sbandamento teorico, è come “fare dello spirito a un funerale”. Queste parole, d’altra parte, sono estratte dalla lettera [a Bracke, 1875] sul programma di Gotha nella quale Marx condanna categoricamente l’eclettismo nell’enunciazione dei principi. Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei principi e non fate “concessioni” teoriche: capire che nella lotta politica bisogna talvolta saper scegliere il minor male.
Questo era il pensiero di Marx, e tra noi si trova della gente che nel suo nome tenta di sminuire l’impor­tanza della teoria! Senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario. Non si insisterà mai troppo su questo concetto in un periodo in cui la predicazione opportunistica venuta di moda è accompagnata dall’esaltazione delle forme più anguste di azione pratica. In sostanza l’intera posizione degli opportunisti cominciò a delinearsi sin dalla loro ostilità verso l’idea dell’edificazione del partito dall’alto in basso, e la loro tendenza ad andare dal basso in alto, dando a qualsiasi professore, a qualsiasi studente di ginnasio, a “ogni scioperante”, la possibilità di annoverarsi tra i membri del partito, e dalla loro inclinazione verso la mentalità dell’intellettuale borghese e la facilità ad abbandonarsi all’elucubrazione opportunistica.
Nessuno vorrà negare che gli intellettuali, in quanto strato particolare delle attuali società capitalistiche, sia­no caratterizzati dall’individualismo e dall’insofferenza per la disciplina e l’organizzazione; tra l’altro, proprio questo elemento differenzia a suo svantaggio questo strato sociale dal proletariato; sta qui una ragione della fiacchezza e dell’instabilità degli intellettuali, che così spesso si ripercuotono sul proletariato; e questa particolarità degli intellettuali è indissolubilmente legata alle loro condizioni di vita abituali, alle loro condizioni di lavoro, che sotto moltissimi aspetti sono vicine alle condizioni d’esisten­za piccolo-borghese (lavoro individuale o in piccolissimi collettivi, …).
I nostri intellettuali amano considerarsi progressisti; è sufficiente considerare anche solo superficialmente la dipendenza dei moderni intellettuali dalla borghesia dominante, sul piano economico generale, su quello sociale, e comunque in ogni tipo di rapporto. È sufficiente ricordare il gran numero di tendenze filosofiche alla moda che fanno tanto sovente la loro comparsa nei paesi europei, per farsi un’idea del nesso esistente fra gli interessi di classe e la situazione di classe della borghesia, dell’appoggio che essa elargisce a qualsiasi genere di religione, del contenuto di idee presente negli indirizzi filosofici alla moda. Bisogna quindi che gli intellettuali ci ripetano un po’ meno ciò che sappiamo già e ci diano un po’ più di ciò che ignoriamo ancora, di ciò che la nostra “vita di fabbrica” e la nostra esperienza “economica” non ci permettono mai di imparare: le cognizioni politiche. Queste cognizioni, voi intellettuali, potete acquistarle e dovete trasmetterle cento e mille volte più generosamente di quanto abbiate fatto finora. Dovete trasmettercele non solo con ragionamenti, opuscoli, articoli, ecc. ma anche con denunce vivaci di ciò che fanno, proprio in questo momento, il nostro governo e le nostre classi dominanti in tutti i campi della vita.
[v.l.]
(brani tratti principalmente da Che fare?, Un passo avanti e due indietro).