Alleanze

Alleanze
Sul problema delle alleanze che il proletariato deve ricercare nella lotta con­tro la grande borghesia, c’è grande confusione. Da un lato, non è abbastanza chiaro che solo dopo aver riconosciuto la propria entità e definito un proprio programma di classe [?], il proletariato è in grado di pensare al blocco storico con altri strati della società, nel senso della propria egemonia. Dall’altro, l’e­stremismo infantile tende assai spesso a confondere la ricerca di una tale al­leanza strategica e tattica con il cedimento riformistico alle posizioni della piccola borghesia. Questo rischio, in effetti, come il primo, c’è realmente. Conviene perciò, come al solito, seguire alla lettera le precise indicazioni marxengelsiane. La forza di quest’ordine borghese è la classe media; l’industria e il commer­cio, cioè gli affari della classe media, possono però fiorire in presenza di una forte governabilità [?]. La forza della grande borghesia sta perciò proprio in codesta sua capa­cità egemonica sugli strati intermedi della società. Quegli strati e le classi che loro corrispondono, tuttavia, assai spesso, se non quasi sempre, non sono in grado di costituirsi in classe per sé; ossia, non possono rappresentarsi, ma – maggioranza silenziosa – conviene piuttosto che siano rappresentati da classi meglio strutturate.
Cosicché, la piccola borghesia in tutte le sue gradazioni, e ugualmente la clas­se dei contadini, o le nuove classi medie non proprietarie sono del tutto esclu­se dal potere politico. Esso le sopprime politicamente, oltre a offenderle e scandalizzarle moralmente con le sue orge, e può rappresentare i loro interes­si solo indirettamente e in via subalterna. Il fatto è che il titolo di proprietà [?], che il capitale concede e garantisce formalmente a codeste classi medie della piccola borghesia, rappresenta il “talismano” con cui il capitale stesso ha po­tuto finora affascinarle. Un talismano che, oggi sempre più, si maschera pro­ditoriamente – azionariato diffuso, public company, partecipazione, fondi co­muni d’investimento, piccola speculazione di borsa, ecc. – dietro quella molti­tudine di società, la cui facile accessibilità alla sottoscrizione di azioni è un appello diretto alla borsa dei piccoli borghesi e perfino degli operai; tutte queste chi­mere però si sono risolte unicamente in quel genere di truffa pura “che è pro­prio soltanto dei francesi e dei cinesi”. E proprio quel “titolo di proprietà” of­fre il pretesto col quale finora la borghesia ha aizzato le classi medie, vecchie e nuove, contro il proletario industriale.
Tutto il malessere, tutto il malcontento dei piccoli borghesi si dirige perciò contro qualsiasi intervento pubblico di sostegno o assistenza, anche se misera e ambigua come i lavori di pubblica “utilità” o l’indennità di disoccupazione, destinato ai lavoratori. Con vera rabbia essi fanno il conto delle somme in­ghiottite dai “parassiti” proletari, mentre la loro situazione diventa di giorno in giorno più insopportabile. “Una pensione di stato per una larva di lavoro, questo è il socialismo!” – brontolano tra di sé. I lavori pubblici, i cortei degli operai – in questo essi cercano l’origine della loro miseria. E nessuno si sca­glia contro le pretese macchinazioni dei comunisti più del piccolo borghese, che si agita disperatamente sull’abisso della bancarotta. Così, nel conflitto tra la borghesia e il proletariato, tutti i vantaggi, tutti i posti decisivi, tutti gli stra­ti intermedi della società sono in mano alla borghesia. Senonché questa parte delle classi medie, sotto i colpi della crisi [?], vengono ef­fettivamente rovinate, sul piano economico e sociale, a causa dello sperpero delle ricchezze pubbliche, dalla speculazione [?] finanziaria su larga scala che esso favorisce, dall’impulso dato all’accelerazione artificiale della centraliz­zazione [?] del capitale, e dalla conseguente espropriazione di una grande parte di loro. In questo senso, tale espropriazione e rovina economica rappresenta essa pure una forma di sfruttamento da parte del grande capitale.
Il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale, quindi, soltanto per la forma. Infatti lo sfruttatore è sempre il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano subfornitori, artigiani, contadini e com­mercianti con la concorrenza, e con l’ipoteca e l’usura, indebitandoli col si­stema del credito; al contempo, i capitalisti come classe sfruttano quelle clas­si medie attraverso lo stato – il loro stato – gravandoli di oneri mediante il si­stema fiscale [?] e il debito pubblico [?] a esso legato. A scanso di ulteriori equivoci, è bene sottolineare fortemente quelle altre parole che Marx stesso riserva ai piccoli borghesi precisando che “neppure si deve pensare che abbiamo per es­si una grande tenerezza”. Ma, allorché, per la prolungata crisi economica, il governo piega sotto l’incu­bo di un crescente disavanzo, spesso invano va mendicando sacrifici per la “patria”, per l’azienda-paese. Nessuno gli getta l’elemosina. Si deve ricorrere a un mezzo eroico, all’introduzione di nuove imposte straordinarie, in una forma o nell’altra, comunque siano mascherate. Ma su chi farle cadere? Sui lupi di borsa, sui re della banca, sui creditori dello stato, su chi vive di rendita, sugli industriali, sulle spalle delle classi più ricche? Non è certo il mezzo per avere l’appoggio della borghesia che conta. Si metterebbe a repentaglio il cre­dito dello stato e il credito commerciale, proprio mentre si cerca di mantenerli con la politica dei sacrifici. Per sottrarre la ricchezza nazionale allo sfrutta­mento della borsa, il governo dovrebbe sacrificare la propria ricchezza sull’“altare della patria”? Mica è così imbecille! – sostiene Marx. Senza un rivolgimento totale dello stato, dunque, non è possibile nessun rivolgimento del bilancio dello sta­to e delle sue leggi finanziarie. Ma qualcuno deve sborsare. Chi viene sacrifi­cato al credito borghese? Pantalone, il pover’uomo.
I proletari, infatti, già pagano – e da sempre. Se servono entrate straordinarie, allora, la crisi chiama all’appello le classi medie. Dopo che in parlamento già da un pezzo i rappresentanti dei piccoli borghesi sono stati respinti verso par­titi e gruppi minori e di disturbo, anche se a volte significativi, dai rappresen­tanti della grande borghesia, questa rottura parlamentare assume il suo signi­ficato economico reale, borghese. I piccoli borghesi debitori vengono abban­donati alla mercè dei borghesi creditori. Una gran parte dei primi va in com­pleta rovina; ai rimanenti è solo concesso di continuare i loro affari, in una si­tuazione tale da farne dei “fornitori”, servitori incondizionati del capitale. L’azione del grande capitale non si ferma qui, giacché di fronte alle difficoltà essa prosegue con un fiscalismo [?] che elimina di fatto quell’imposizione progressiva – una misura borghese, attuabile, su scala maggiore o minore, entro i rapporti di produzio­ne esistenti – che è un importante mezzo per legare i ceti medi della società borghese al governo “dabbene”, sostituendola sempre più con forme esose di tassazione indiretta. Così agendo il governo di fatto sacrifica la piccola borghesia alla grande. Questi sono gli ineluttabili e sempre ricorrenti luoghi comuni della reazione vittoriosa, i quali meritano pe­rò di essere qui segnalati solo perché diretti non unicamente contro il proleta­riato, ma prima di tutto contro le classi medie. Perciò la lotta contro il capitale nella sua forma moderna e sviluppata – nella sua fase culminante, ossia la lotta del salariato industriale contro il borghese indu­striale – è un fatto parziale; infatti la lotta contro i metodi secondari di sfrutta­mento capitalistico dei piccoli borghesi – artigiani, contadini, bottegai – e con­tro l’usura ipotecaria, contro i grandi banchieri, industriali e commercianti, in una parola contro la bancarotta, è ancora erroneamente confusa, in generale, nel sollevamento contro l’aristocrazia finanziaria [?] .
Una circostanza come quella descritta, dunque, è sufficiente a spiegare sia l’i­solamento velleitario di certo falso “operaismo” contro tutti, sia – il che è peg­gio – il tentativo da parte di rappresentanti ingessati del proletariato di difen­dere il suo interesse accanto a quello borghese; si gabella così un supponente “patto tra produttori”, invece di far valere il punto di vista proletario come in­teresse rivoluzionario di tutta la società. Nulla di più spiegabile, perciò, del fatto che il proletariato lasci cadere la bandiera rossa davanti a quella tricolo­re. I lavoratori salariati non possono né muovere un passo avanti, né torcere un capello all’ordine borghese, prima che riescano a sollevare la massa della na­zione [?] che sta tra il proletariato e la borghesia, cioè tutte le classi medie e la piccola borghesia, contro questo ordine borghese, contro il dominio del capi­tale, costringendoli a unirsi ai proletari come loro avanguardia. Solo l’incapacità del capitale può far rialzare codesti strati intermedi – che, di certo, non sono comunisti! Solo un governo che sia, sì, anticapitalista, ma non solo anti- [?] purché soprattutto a direzione proletaria, può spezzare la loro crescente miseria economica, il loro continuo degradamento sociale. La re­pubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti, che tratta tutti gli altri come avversari. La rivolta contro la dittatura borghese, la necessità di una trasformazione della società, il mantenimento delle istituzio­ni democratiche così come degli organi motori di quella trasformazione, que­sti sono i tratti caratteristici di una strategia capace di costruire una coalizione di interessi diversi, di alleanze, sotto l’egemonia proletaria.
[gf.p.]