Alienazione #2 - Oggettivazione del lavoro

Alienazione # 2
(oggettivazione del lavoro)
Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, che si è fatto ogget­tivo: è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare, nella condizione descritta dall’economia politica, come annullamento dell’operaio, e l’oggettivazione appare come perdita e schiavitù del­l’oggetto, e l’ap­propriazione come alienazione [Entfremdung], come espropriazione [Entäußerung].
L’operaio sta in rapporto al prodotto del suo lavoro come ad un oggetto estraneo [fremd]. Poiché è chiaro, per questo presupposto, che quanto più l’operaio si consuma tanto più acquista potenza il mondo estraneo, oggettivo, ch’egli si crea di fronte, e tanto più povero diventa egli stesso, il suo mondo interiore, e tanto meno egli possiede [il processo di “trasfe­rimento di realtà”, di alienazione rea­le, è effettivo].
Come nella reli­gione: più l’uomo mette in Dio e meno serba in se stesso. L’operaio mette nell’oggetto la sua vita, e questa non appartiene più a lui, bensì all’oggetto. Più è grande questa sua at­tività e più l’operaio diventa senza oggetto. Ciò ch’è il prodotto del suo lavoro, egli non lo è. Quanto maggiore questo prodotto, tanto minore è egli stesso. L’espro­priazione dell’o­peraio nel suo prodotto non ha solo il significato che il suo lavoro diventa un oggetto, un’e­sterna esistenza, bensì che esso esiste fuori di lui, indipendente, estraneo a lui, come una potenza indipendente di fronte a lui, e che la vita, da lui data all’oggetto, lo confronta estranea e nemica.
Ma l’alienazione non si mostra solo nel risultato, bensì anche nell’atto Abbiamo finora considerato l’alie­na­zione, l’espropriazione dell’operaio solo se­condo un lato: quello del suo rapporto coi prodotti del suo lavoro.della produzione [?], dentro la stessa attività producente. Nell’alienazione dell’oggetto del lavoro si riassume soltanto l’aliena­zione, l’espropriazio­ne, che avviene nell’attività stessa del lavoro. In che consiste ora l’espro­priazione del lavoro?
In primo luogo in questo: che il lavoro resta esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e che l’o­peraio quindi non si afferma nel suo lavoro, bensì si nega, non si sente appagato ma infelice, non svolge alcuna libera energia fisica e spirituale, bensì mor­tifica il suo corpo e rovina il suo spirito. L’operaio si sente quindi con se stesso soltanto fuori del lavoro, e fuori di sé nel lavoro. A casa sua egli è quando non lavora e quando lavora non lo è. Il suo lavoro non è volontario, bensì forzato, è lavoro costrittivo. Il la­voro non è quindi la soddisfazione di un bisogno, bensì è soltanto un mezzo per soddi­sfare dei bisogni esterni a esso.
La sua estraneità risalta nel fatto che, appena cessa di esistere una costrizione fisica o d’altro genere, “il lavoro è fuggito co­me la peste”. Il la­voro esterno, il lavoro in cui l’uomo si espropria, è un lavoro-sacrificio, un lavoro-mor­tifi­cazione. Infine, l’este­riorità del lavoro, al lavoratore, si pa­lesa in questo: che il lavoro non è cosa sua ma di un altro, che il lavoro non gli appartiene, e che in esso egli non ap­partiene a sé, bensì a un altro.
Il risultato è che l’uomo (il lavoratore) si sente libero ormai soltanto nelle sue fun­zioni bestiali, nel mangiare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’aver una casa, nella sua cura cor­porale ecc., e che nelle sue funzioni umane si sente solo più una bestia. Il bestiale diventa l’umano e l’umano il bestiale. Il mangiare, il bere, il generare ecc., sono in effetti anche schiet­te funzioni umane, ma sono bestiali nell’astrazione che le separa dal restante cerchio dell’umana attività e ne fa degli scopi ultimi e unici.
Abbiamo considerato da due lati l’atto di alienazione dell’attività pratica umana, del lavoro. 1) Il rapporto dell’operaio col prodotto del lavoro come oggetto estraneo e avente un dominio su di lui. 2) Il rapporto del lavoro con l’atto di produzione nel lavoro. Abbiamo ancora da trarre dal­le precedenti una terza caratteristica del lavoro alienato.
L’uomo è un ente generico non solo in quanto egli praticamente e teoricamente fa suo oggetto il genere, sia il proprio che quello degli altri enti, ma anche – e questo è solo un altro modo di esprimere la stessa cosa – in quanto egli si rapporta a se stesso co­me al genere presente e vivente; in quanto si rapporta a se stesso come a un ente universale e però libero.
Sicché il lavoro, l’attività vitale, la vita produttiva, appare al­l’uomo solo come un mezzo per la soddisfazione di un bisogno, del bisogno di conservazione dell’e­sistenza fisica. Ma la vita produttiva è la vita generica. È la vita generante la vita.
Nel modo dell’attività vitale si trova l’intero carattere di una specie, il suo carattere specifico, e la libera attività consapevole è il carattere specifico dell’uomo. Ma la vita stessa appare sol­tanto mezzo di vita. L’ani­male fa immediatamente uno con la sua attività vitale, non si distingue da essa, è essa. L’uomo fa della sua attività vitale stessa l’ogget­to del suo volere e della sua co­scienza. Egli ha una cosciente attività vitale: non c’è una sfera determinata con cui imme­diata­mente si confonde. L’attività vitale consapevole distingue l’uo­mo direttamente dal­l’attività vitale animale.
Proprio solo per questo egli è un ente generico. Ossia è un ente consapevole, cioè ha per oggetto la sua propria vita, solo perché è precisamente un ente generico. Soltanto per questo la sua attività è libera attività. Il lavoro alienato rovescia il rap­porto, nel senso che l’uomo, precisamente in quanto è un ente consapevole, fa della sua attività vitale, della sua essenza, solo un mezzo per la sua esistenza.
L’oggetto del lavoro è l’oggettiva­zione della vita generica dell’uomo: poiché egli si sdoppia non solo intellettualmente, come nella coscienza, bensì attivamente, real­mente, e vede quindi se stesso in un mondo fatto da lui. Allorché, dunque, il lavoro alie­nato sottrae all’uomo l’oggetto della sua produzione, è la sua vita generica che gli sottrae, la sua reale oggettività di specie, e così trasforma il suo van­taggio sull’animale nello svantaggio della sottrazione del suo corpo inorganico, della natura.
Egualmente, in quanto il lavoro alie­nato abbassa l’attività autonoma, la libera atti­vità, ad un mezzo, fa della vita generica dell’uomo il mezzo della sua esistenza fisica. La coscienza che l’uomo ha del suo genere si trasforma dunque, attraverso l’alie­na­zione, in ciò: che la vita generica gli diventa mezzo.
Il lavoro alienato fa, dunque:
3) del­la essenza specifica dell’uo­mo, tanto della natura che dello spiri­tuale potere di genere, un’essenza a lui estranea, il mezzo della sua individuale e­sistenza; estrania al­l’uomo il suo pro­prio corpo, gli estrania tanto la natura di fuori quanto il suo spirituale essere, la sua umana essenza.
4) un’immediata conseguenza del fatto che l’uomo è estraniato dal prodotto del suo lavoro, dalla sua attività vitale, dalla sua specifica essenza, è lo straniarsi [Entfremdung] dell’uo­mo dal­l’uomo.
Quando l’uomo sta di fronte a se stesso, gli sta di fronte l’altro uomo. Ciò che vale del rapporto dell’uomo al suo lavoro, al prodotto del suo lavoro e a se stesso, ciò vale del rapporto dell’uomo all’altro uomo, e al lavoro e all’oggetto del la­voro del­l’altro uomo. In generale, il dire che la sua essenza specifica è estraniata dall’uomo significa che un uomo è e­straniato dall’altro, come ognuno di essi dal­l’essenza umana.
[k.m.]
(Manoscritti economico-filosofici, 1844)