Alienazione #1 - lavoro salariato

Alienazione # 1
(lavoro salariato)
“La capacità di lavoro, se non è ven­duta, non è niente” – così si esprimeva Jean-Charles-Léonard Simonde de Sismondi. “Ciò che l’operaio scambia con il capitale è il suo stesso lavoro; nello scambio è la capacità di disposizione su di esso: egli la aliena. Ciò che riceve come prezzo è il valore di questa alienazione”. [Questo era il completamento di quella espressione, che spesso faceva Marx, con riferimento specifico all’alienazione – ossia alla “vendita” – di quella merce particolare che è la forza-lavoro dei salariati nel rapporto di capitale, assai diversa dall’oggettivazione nel prodotto, anche se come valore d’uso e valore in forma di merce, della capacità di lavoro dei produttori privati indipendenti]. L’a­lienazione della forza-lavoro e il suo reale estrinsecarsi, cioè la sua esistenza come valore d’uso, sono dunque fatti distaccati nel tempo.
Ora, la forma immediata della circolazione delle merci è M-D-M: trasformazione di merce in denaro e ritrasformazione di denaro in merce, vendere per comprare. Qui, dunque, non si parla del salario, o valore che il lavoratore riceve per la vendita della sua capacità di lavoro come merce, ma del valore della merce nel quale si oggettiva la sua giornata lavorativa (la categoria del salario del lavoro non esiste in genere ancora a questo grado dell’esposizione). Ma accanto a questa forma ne troviamo una seconda, specificamente differente, la forma D-M-D: trasformazione di denaro in merce e ritrasformazione di merce in denaro, comprare per vendere.
Il denaro che nel suo movimento descrive quest’ultimo ciclo si trasfor­ma in capitale, diventa capitale, ed è già capitale per sua destinazione. In realtà, qui sul mercato delle merci si presenta direttamente al possessore di denaro non il lavoro, ma il lavoratore. Ciò che vende quest’ultimo è la propria forza-lavoro. Il suo lavoro, appena comincia realmente, ha già cessato di appartenergli, e quindi non può più essere venduto – alienato – da lui.
Dunque, anche se a prima vista una merce sembra una cosa triviale, ovvia, dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. L’ar­cano della forma di merce consiste semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale tra produttori [produttori privati indipendenti, proprietari delle proprie condizioni di lavoro e, quindi, del prodotto stesso] e lavoro complessivo, come un rapporto so­ciale di oggetti, aventi esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Questo è il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro, appena vengono prodotti come merci, e che è quindi inseparabile dalla produzione delle merci.
Potremo voltare e rivoltare una singola merce quanto vorremo, ma come cosa di valore rimarrà inafferrabile. Tuttavia, le merci posseggono oggettività di valore soltanto in quanto esse sono espressione di lavoro umano, e dunque la loro oggettività di valore è puramente sociale; allora sarà ovvio che quest’ultima può presentarsi soltanto nel rapporto sociale tra merce e merce. Il lavoro privato diventa forma del suo opposto, il lavoro concreto diventa forma fenomenica del lavoro astrattamente umano. Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Quindi, ai pro­duttori le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè non come rapporti immediatamente sociali tra persone nei loro stessi lavori, ma anzi come rapporti materiali tra persone e rapporti sociali tra cose.
Gli uomini dunque riferiscono l’uno all’altro i prodotti del loro lavoro co­me valori (ma ciò non disperde affatto la parvenza oggettiva del carattere sociale del lavoro). Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Poiché la forma di merce è la forma più generale e meno sviluppata della produzione borghese – ragion per la quale essa si presenta così presto, benché non ancora nel medesimo modo dominante, quindi caratteristico, di oggi – il suo carattere di feticcio sembra ancora relativamente facile da penetrare. Ma se il capitale è merce, non ogni merce è capitale.
Il tentativo di ignorare le contraddizioni del processo capitalistico di produzione, risolvendo i rapporti degli agenti di produzione di tale processo nelle relazioni semplici che sorgono dalla circolazione delle merci è caratteristico del metodo dell’a­pologetica dell’economia politica.
Produzione e circolazione delle mer­ci sono fenomeni che appartengono a differentissimi modi di produzione. Dunque, quando si conoscono soltanto le categorie astratte della circolazione delle merci, comuni a quei modi di produzione, non si sa ancora niente della differenza specifica di essi.
Il diritto di proprietà è, sì, in vigore fin dall’inizio, quando il prodotto appartiene al produttore, e quando questi, scambiando equivalente con equi­valente, si può arricchire soltanto col proprio lavoro. Senonché, nel periodo capitalistico – nel quale la ricchezza sociale diventa, in misura sempre cre­scente, proprietà di coloro che sono in condizione di tornare sempre ad appropriarsi il lavoro non retribuito altrui – questo stesso risultato diventa, viceversa, inevitabile appena la forza-lavoro è venduta liberamente come merce dal lavoratore stesso.
A partire da quel momento soltanto la produzione delle merci si generalizza, diventando forma tipica della produzione, ogni oggetto viene prodotto per la vendita, e il lavoro salariato costituisce il suo fondamento: ed è anche a questo punto che essa dispiega tutte le sue “potenze arcane”. Le leggi della proprietà si convertono in leggi dell’appropriazione capitalistica.
Dunque il processo di produzione capitalistico riproduce col suo stesso andamento la separazione tra forza-lavoro e condizioni di lavoro. E così riproduce e perpetua le condizioni per lo sfruttamento del lavoratore. Esso lo costringe costantemente a vendere la sua forza-lavoro per vivere, e costantemente mette il capitalista in grado di acquistarla, per arricchirsi. Non è più il “caso” che pone capitalista e lavoratore l’uno di fronte all’al­tro sul mercato delle merci come compratore e venditore. È il doppio mulinello del processo stesso che torna sempre a gettare il lavoratore sul mercato delle merci come venditore della propria forza-lavoro e a trasfor­mare il suo prodotto in mezzo d’ac­quisto del capitalista.
In realtà, il lavoratore salariato appartiene al capitale anche prima di essersi venduto al capitalista. Il processo di produzione capitalistico, considerato nel suo nesso complessivo, non produce dunque solo merce, solo plusvalore, ma produce e riproduce il rapporto capitalistico stesso: da una parte il capitalista, dall’altra il lavoratore salariato.
In quanto il plusvalore è risultato dall’acquisto della forza-lavoro per mezzo di una parte del capitale originario, acquisto che corrisponde alle leggi dello scambio di merci (giuridicamente non presuppone altro che, da parte del lavoratore, la libera disponibilità delle proprie capacità e, da parte del capitalista, la libera disponibilità dei valori appartenentigli), la legge dell’appropriazione poggiante sulla produzione e sulla circolazione delle merci – ossia la legge della proprietà privata – si converte dunque nel proprio diretto opposto, per la sua propria, intima, inevitabile dialettica. Lo scambio di equivalenti, che poteva essere l’operazione originaria, si è rigirato in modo che ora si fanno scambi solo per l’apparenza, in quanto, in primo luogo, la parte di capitale scambiata con forza-lavoro è essa stessa soltanto una parte del prodotto lavorativo altrui appropriato senza equivalente, e, in secondo luogo, essa deve essere reintegrata dal lavoratore con un nuovo plusprodotto. Dunque, il rapporto dello scambio tra capitalista e lavoratore diventa soltanto una parvenza pertinente al processo di circolazione, pura forma estranea al contenuto vero e proprio, semplice mistificazione di esso. La compravendita costante della forza-lavoro è la forma. Il contenuto è che il capitalista torna sempre a permutare contro sempre maggiore quantità di lavoro altrui vivente una parte del lavoro altrui già oggettivato, che egli si appropria costantemente senza e­quivalente.
Originariamente, quindi, il diritto di proprietà ci si è presentato come fon­dato sul proprio lavoro: il mezzo per appropriarsi merce altrui era soltanto l’alienazione della propria merce (e questa si può produrre soltanto mediante lavoro). Adesso la proprietà si presenta, dalla parte del capitalista, come il diritto di appropriarsi lavoro altrui non retribuito e, dalla parte del lavoratore, come impossibilità di appropriarsi il proprio prodotto. La separazione tra proprietà e lavoro diventa conseguenza necessaria di una legge che in apparenza partiva dalla loro identità. Senonché, per quanto il modo di appropriazione capitalistico sembri fare a pugni direttamente con la leggi primordiali della produzione delle merci, esso non deriva affatto dall’infrazione ma dall’applicazione di queste leggi.
La trasformazione originaria di una somma di valore in capitale si compie in tutto conformemente alle leggi del­lo scambio. Uno dei contraenti vende la sua forza-lavoro, l’altro la compera. Il primo riceve il valore della sua merce, con il che il suo valore d’uso – il lavoro – è alienato al secondo. Il valore del nuovo prodotto include l’equivalente del valore della forza-lavoro e un plusvalore.
La forza-lavoro venduta per un periodo di tempo determinato possiede meno valore di quanto ne crei il suo uso durante questo periodo. Ma al lavoratore è stato pagato il valore di scambio della sua forza-lavoro – e con ciò egli ne ha alienato l’uso – il che accade per ogni compravendita. Che questa merce particolare, la forza-lavoro, abbia il valore d’uso peculiare di fornire lavoro [?], cioè di creare valore, ciò non può intaccare la legge generale della produzione di merci: ciò non deriva affatto da una soperchieria fatta al venditore, che ha infatti ricevuto il valore della sua merce, ma soltanto dal consumo di essa da parte del compratore.
La legge dello scambio, pertanto, porta con sé, fin da principio, l’ugua­glianza delle merci che sono date via l’una per l’altra e la differenza dei loro valori d’uso; il consumo di quelle merci ha inizio soltanto quando la transazione è stata conclusa e completata. La trasformazione del denaro in capitale si compie dunque in esattissimo accordo con le leggi economiche della produzione di merci e con il diritto di proprietà che ne deriva. Ma malgrado ciò essa ha per risultato:
1. che il prodotto appartiene al capitalista e non al lavoratore;
2. che il valore di questo prodotto include, oltre al valore del capitale anticipato, un plusvalore, che al lavoratore è costato lavoro, ma al capitalista non è costato nulla;
3. che il lavoratore salariato ha conservato la sua forza-lavoro e la può vendere di nuovo, se trova un compratore.
I capitalisti – spiega Sismondi – “hanno già acquisito un diritto permanente su di esso con un lavoro originario”. È noto che il regno del lavoro non è l’unico nel quale la primogenitura faccia miracoli.
Il capitalista – in quanto è capitale personificato – come fanatico della valorizzazione del valore costringe senza scrupoli l’umanità alla produzione per la produzione; non si arricchisce in proporzione del suo lavoro personale, ma nella misura in cui succhia forza-la­voro altrui e impone al lavoratore la rinuncia a tutti i piaceri della vita.
Accumulate, accumulate! Questa è la Legge, e questo dicono i profeti! Accumulazione per l’accumulazio­ne, produzione per la produzione, in questa formula l’eco­nomia classica ha espresso la missione storica del periodo dei borghesi.
“I salari – dice J. St. Mill – non han­no forza produttiva, sono il prezzo di una forza produttiva. Se si potesse avere lavoro senza acquistarlo, i salari sarebbero superflui”. Ma se i lavoratori potessero vivere d’aria, si potrebbero comprare senza pagare alcun prezzo. La gratuità dei salariati è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile benché sempre più approssimabile. È tendenza costante del capitale abbassare il costo del lavoro fino a questo punto nihilistico. Il fine auspicato del capitale non è più il salario continentale, ma il salario cinese.
La trasformazione del denaro in capitale e del lavoro in lavoro salariato, deve essere spiegata sulla base di leggi immanenti allo scambio di merci, cosicché come punto di partenza valga lo scambio di equivalenti. Queste sono le condizioni del problema. Hic Rhodus, hic salta!
[k.m.]
(Il Capitale, I, 1, 3,4, 17, 22-24)