Adulterazioni

Adulterazioni
(frodi e salario)
Il valore della forza-lavoro [?] include il valore delle merci necessarie per la riproduzione del lavoratore e per la perpetuazione della classe [?] operaia. Ma il capitale [?], nel suo smisurato e cieco impulso, nella sua voracità da lupo mannaro di pluslavoro, usurpa il tempo necessario per la crescita, lo sviluppo e la sana conservazione del cor­po. Ruba il tempo che è indispensabile per consumare aria libera e luce solare. Lesina sul tempo dei pasti e lo incorpora dove è possibile nel processo produttivo stesso, cosicché al lavoratore vien dato il cibo come a un pu­ro e semplice mezzo di produzione, come si dà carbone alla caldaia a vapore, come si dà sego e olio alle mac­chine. Quindi il capitale non ha riguardi per la salute e la durata della vita del lavoratore, quando non sia co­stretto a tali riguardi dalla società: “benché la salute della popolazione sia un fattore così importante del capita­le nazionale, noi temiamo che sia necessario dire che i capitalisti non sono affatto pronti a conservare e a valu­tare questo tesoro. Il rispetto per la salute dei lavoratori è stato imposto con la forza ai fabbricanti” [Times, 5.11.1851]. Al lamento per il rattrappimento fisico e mentale, per la morte prematura, per la tortura del soprala­voro, il capitale risponde: dovrebbe tale tormento tormentar noi, dal momento che aumenta il nostro piacere (profitto)?
L’incredibile adulterazione del pane, specialmente a Londra, venne rivelata la prima volta dal comitato della Camera bassa “sull’adulterazione dei cibi” (1855-56) e dallo scritto del dottor Hassall, Adulteration detected. Conseguenza di queste rivelazioni fu la legge del 6 agosto 1860: “for preventing the adulteration of articles of food and drink”; legge inefficace, poiché naturalmente mostra la massima delicatezza contro ogni liberoscam­bista [?] che intraprende “di guadagnarsi qualche meritato soldo” mediante la compravendita di merci falsificate. Il comitato stesso aveva formulato, in maniera più o meno ingenua, la convinzione che il libero commercio signi­fica in sostanza commercio di materiali adulterati o, come dice spiritosamente l’inglese, “materiali sofisticati”. E infatti questa specie di “sofistica” sa far nero del bianco e bianco del nero, meglio di Protagora, e sa dimo­strare ad oculos che ogni realtà è pura apparenza, meglio degli Eleati. Il chimico francese Chevallier, in un trattato sulle “sophistications” delle merci, conta, per molti dei più dei seicento articoli che ha esaminato, dieci, venti, trenta metodi di adulterazione. Aggiunge che non conosce tutti i metodi e non ricorda tutti quelli che co­nosce. Per lo zucchero indica sei tipi di adulterazione, per l’olio d’oliva nove, per il burro dieci, per il sale dodi­ci, per il latte diciannove, per il pane venti, per l’acquavite ventitré, per la farina ventiquattro, per la cioccolata ventotto, per il vino trenta, per il caffè trentadue, ecc. Neppure il buon Dio sfugge a questo destino: vedi Rouard de Card, De la falsification des substances sacramentales, Paris 1856.
Ad ogni modo, il comitato aveva diretto gli occhi del pubblico sul suo “pane quotidiano” e così sui fornai. Con­temporaneamente, risuonava in pubbliche adunanze e in petizioni al parlamento il grido dei fornai garzoni lon­dinesi sul sovraccarico di lavoro, ecc. Il grido divenne così urgente che il signor H. S. Tremenheere, che era anche membro della più volte ricordata commissione del 1863, venne nominato commissario reale inquirente. Il suo rapporto, insieme alle deposizioni dei testimoni, eccitò il pubblico – non il cuore del pubblico, ma il suo stomaco. L’inglese, che conosce bene la sua Bibbia, sapeva sì che l’uomo – se non è, per elezione gratuita, ca­pitalista o proprietario terriero o fornito di una sinecura – è chiamato a mangiare il suo pane col sudore della sua fronte; ma non sapeva di dover mangiare nel suo pane, quotidianamente, una certa dose di sudore umano, mescolato con deiezioni di ascessi, ragnatele, blatte morte e lievito tedesco marcito – senza tener conto dell’al­lume, dell’arenaria e di altri piacevoli ingredienti minerali.
Questi fornai vendono sottoprezzo, quasi senza eccezione, pane adulterato mescolandovi allume, sapone, potas­sa, calce, farina di pietre del Derbyshire, ed altri simili ingredienti piacevoli, nutrienti e salubri. Sir John Gor­don dichiarò davanti al comitato del 1855: “in conseguenza di tali adulterazioni i poveri che vivono di due lib­bre di pane al giorno non ricevono ora in realtà neppure la quarta parte di sostanza nutritiva, astrazion fatta da­gli effetti dannosi sulla loro salute”. Tremenheere, a ragione del fatto che “una grandissima parte della classe operaia, benché bene informata delle adulterazioni, accetta tuttavia allume, farina di pietra, ecc.” adduce che per essi è “questione di necessità prendere il pane come si preferisce darglielo; è notorio che il pane composto di tali misture viene fatto espressamente per questa specie di clienti”. Senza nessun riguardo a sua santità il libero scambio, la fin allora “libera” panificazione venne sottoposta alla sorveglianza di ispettori statali (conclusione della sessione parlamentare del 1863). Con lo stesso Atto del par­lamento venne proibito il lavoro dalle nove di sera alle cinque di mattina per i garzoni fornai al disotto di di­ciotto anni. Quest’ultima clausola dice quanto interi volumi sul sovraccarico di lavoro in questo ramo d’affari così patriarcalmente casalingo. Per quanto riguarda i fornai che vendono sottoprezzo, perfino il punto di vista borghese comprende che “il lavoro non pagato dei garzoni costituisce il fondamento della loro concorrenza”. E il fornaio a prezzo pieno denuncia i suoi concorrenti sottoprezzo alla commissione d’inchiesta, come ladri di lavoro altrui e adulteratori. “Essi riescono soltanto ingannando il pubblico e spremendo dai loro garzoni diciot­to ore di lavoro per un salario di dodici”.
L’adulterazione del pane e la formazione di una classe di fornai che vende il pane al disotto del prezzo normale hanno avuto sviluppo in Inghilterra dal principio del secolo XVIII, appena cominciò a decadere il carattere cor­porativo [?] del mestiere e dietro il mastro fornaio, padrone nominale, si pose il capitalista, nella forma di mugnaio o commerciante commissionario in farina. Così era posta la base della produzione capitalistica, dello sfrenato prolungamento della giornata lavorativa e del lavoro notturno, benché quest’ul­timo prendesse seriamente piede in Londra soltanto dal 1824. Ma se i lavoratori potessero vivere d’aria, non si potrebbero neanche comprare a nessun prezzo. La gratuità dei lavoratori è dunque un limite in senso matematico, sempre irraggiungibile, benché sempre più approssimabile. È tendenza costante del capitale di abbassare i lavoratori fino a questo punto nihilistico. Uno scrittore del secolo XVIII, che ho spesso citato, l’au­tore dell’Essay on trade and commerce, quando dichiara compito storico vita­le dell’Inghilterra l’abbassa­mento dei salari [?] inglesi al livello francese e olandese, non fa che rilevare l’intimo segreto della psiche del capitale inglese. Egli dice ingenuamente tra l’altro: “Ma se i nostri poveri (termine tec­nico per lavoratori) vogliono vivere lussuosamente, il loro lavoro deve essere naturalmente caro. Si consideri sol­tanto la orripilante massa di superfluità consumata dai nostri operai manifatturieri: ecco acquavite, gin, tè, zuc­chero, frutta estera, birra forte, telerie stampate, tabacco, da fiuto e da fumo ecc.”. Il consumo dell’oppio si estende di giorno in giorno tra i lavoratori e le lavoratrici adulti, e anche nei distretti agricoli come già nei di­stretti industriali. “Il grande fine di alcuni intraprendenti mercanti all’ingrosso è … promuovere la vendita degli oppiacei. I droghieri li considerano l’articolo di più facile smercio”. I lattanti ai quali si somministravano op­piacei “s’accartocciavano come piccoli vecchietti o raggrinzivano come scimmiette”.
Un fabbricante del Northamptonshire si lagna, guardando in tralice verso il cielo: “In Francia il lavoro è più a buon mercato di tutt’un terzo che in Inghilterra, perché i poveri francesi lavorano duramente e si trattano dura­mente quanto al mangiare e al vestire; il loro consumo principale sono pane, frutta, erbaggi, radici e pesce sec­co, poiché mangiano carne molto di rado e, se il grano è caro, mangiano pochissimo pane. Al che si aggiunge ancora – continua l’autore del nostro Saggio – che le loro bevande consistono d’acqua o di simili liquori poco forti, cosicché la loro spesa quotidiana è straordinariamente esigua. Certo è difficile introdurre tale stato di co­se, ma esso non è cosa irraggiungibile, come dimostra patentemente la sua esistenza tanto in Francia che in Olanda”.
Vent’anni dopo un ciarlatano americano, lo yankee baronificato Benjamin Thompson (alias conte Rumford) seguì la stessa linea di filantropia con un gran compiacimento al cospetto di Dio e degli uomini. I suoi Saggi sono un libro di cucina con ricette di tutti i tipi per sostituire ai cibi normali dei lavoratori, che costa­vano cari, surrogati di ogni genere. Una delle ricette meglio riuscite di questo strano “filosofo” è la seguente: “Per cinque libbre di farina d’orzo a 1,5 pence, computandovi l’orzo al presente altissimo prezzo di questo pae­se, cioè 5 scellini e 6 dinari per bushel, pence: 7,5. Per cinque libbre di grano d’India, a 1,5 pence la libbra: pen­ce 6,5; quattro aringhe secche: 3 pence; aceto: 1 penny; sale: 1 penny; pepe ed erbe: 2 pence. Questa somma di 20 pence e ¾, divisa per 64, che è il numero delle porzioni di minestra, porta a un po’ meno di 1/3 di penny per ogni porzione. Ma al prezzo medio dell’orzo e del grano d’India, come si vende nella Gran Bretagna, sono persuaso che questa minestra non possa valere più di un farthing per porzione”. Col progresso della produzione capitalistica l’adulterazione delle merci ha reso superflui gli ideali del Thompson. [Dalle relazioni dell’ultima commissione parlamentare d’inchiesta sulla adulterazione dei mezzi di sussistenza si vede che perfino l’adulte­razione dei medicinali non è un’eccezione, ma è la regola in Inghilterra. Per es., l’analisi di 34 campioni di op­pio, acquistati in altrettante farmacie di Londra, ha fatto risultare che 31 erano adulterati con semi di papavero, farina di grano, gomma, argilla, sabbia, ecc. Molti campioni non contenevano nemmeno un atomo di morfina].
[k.m.]
(dal Capitale, I.4,3;I.8,3,5;I.13,4;I.22,4)