Accumulazione (imperialismo e guerra)

La speranza in un’evoluzione pacifica dell’accumulazione del capitale, in un “commercio e in un’industria fiorenti nella pace”, insomma l’intera ideologia manchesteriana dell’armo­nia di interessi tra le nazioni commerciali del mondo – altra faccia del­l’armonia di interessi fra capitale e lavoro, nata nel periodo di Sturm und Drang dell’economia politica classica – parve trovare conferma pratica nel breve periodo di libero scambio [?] in Europa fra il 1860 e il 1880. Sua base è il falso dogma della scuola liberoscambista inglese, secondo cui lo scambio delle merci è la premessa e condizione unica dell’accumulazione del capitale, e questa fa tutt’uno con l’economia mercantile. Il puro punto di vista dello scambio delle merci [?], dal quale si originò l’illusione liberoscam­bista dell’armonia d’interessi sul mercato mondiale [?], è stato abbandonato non appena il grande capitale industriale [?] ebbe preso talmente piede nei principali paesi del continente europeo, da porre con urgenza il problema delle condizioni della sua accumulazione. E queste dovevano far passare in primo piano, contro la reciprocità d’interessi fra gli Stati capitalistici, il loro antagonismo, la loro concorrenza nella lotta, mentre il libero commercio, la politica di apertura dei mercati diveniva la forma specifica dell’impotenza degli Stati non capitalistici di fronte al capitale internazionale e dell’equilibrio fra i capitali concorrenti, il preambolo all’occupazione parziale o totale delle colonie o delle sfere d’interessi.
L’accumulazione capitalistica presa nel suo insieme, come concreto processo storico, ha dunque due lati diversi. Il primo si compie nei luoghi di produzione del plusvalore [?] – la fabbrica, la miniera, l’azienda agricola – e sul mercato. Sotto questo aspetto, l’accumulazione è un processo puramente economico, la cui fase più importante si svolge fra capitalista e salariato, ma che in entrambe le fasi – la fabbrica e il mercato – si muove entro i limiti dello scambio di merci, dello scambio di equivalenti. Pace, proprietà [?], uguaglianza regnano qui come forma, e occorreva la tagliente dialettica di una analisi scien­tifica per svelare come nell’ac­cumulazione il diritto di proprietà si converta in appropriazione della proprietà altrui, lo scambio delle merci in spoliazione, l’uguaglianza in supremazia di classe.
L’altro aspetto dell’accumulazione del capitale ha per arena la scena mondiale, per protagonisti il capitale e le forme di produzione non capitalistiche. Dominano qui come metodi la politica coloniale, il sistema dei prestiti internazionali, la politica delle sfere di interesse, le guerre. Appaiono qui apertamente e senza veli la violenza, la frode, l’oppressione, la rapina, la guerra [?], e costa fatica identificare sotto questo groviglio di atti politici di forza e di violenza esplicita le leggi ferree del processo economico.
La teoria liberalborghese vede solo una delle due facce: il dominio della “concorrenza pacifica”, dei miracoli tecnici, del puro scambio delle merci, e separa nettamente dal dominio economico del capitale il campo dei chiassosi gesti di forza del capitale come più o meno accidentali manifestazioni della “politica estera”. In realtà, la violenza politica non è qui se non il veicolo del processo economico, le due facce dell’accumu­lazione del capitale sono legate organicamente l’una all’altra dalle condizioni della riproduzione e solo in questo loro stretto rapporto il ciclo storico del capitale si compie. Il capitale non soltanto nasce “sudando da tutti i pori sangue e fango”, ma s’im­pone gradatamente come tale in tutto il mondo e così prepara, fra convulsioni sempre più violente, il proprio sfacelo.
L’accumulazione del capitale avanza e si estende a un ritmo sempre più rapido. Tendenza generale e risultato ultimo di questo processo è la dominazione mondiale esclusiva della pro­duzione capitalistica. L’attuale imperialismo [?] è l’ultimo capitolo del suo processo storico di espansione; è il periodo della lotta generale e acutizzata di concorrenza fra gli Stati capitalistici nel mondo. La catastrofe eco­nomica e politica è, in questa fase conclusiva, elemento di vita, forma normale di esistenza del capitale, come lo fu nell’“accumula­zione originaria” della sua fase iniziale. Come la scoperta dell’America e della via d’acqua per l’India fu non soltanto un’opera prometeica del genio umano e della civiltà quale appare nella leggenda liberale, ma, inseparabilmente, una serie di massacri perpetrati sui popoli primitivi del Nuovo Mondo e di grandiosi commerci di schiavi coi popoli d’Africa e d’Asia, così nella fase finale imperialistica l’espansione economica del capitale è inseparabile dalla serie di conquiste coloniali e di guerre mondiali, che oggi viviamo.
Il segno caratteristico dell’imperiali­smo come estrema lotta di concorrenza per la dominazione mondiale capitalistica non è soltanto la particolare energia e multilateralità dell’e­span­sione, ma – sintomo specifico che il cerchio dell’evoluzione comincia a chiudersi! – il rifluire della lotta decisiva per l’espansione dai territori che ne formano l’oggetto sui luoghi d’ori­gine.
[rosa luxemburg (da L’accumulazione del capitale)]